La prima pietraIl summit di Porto e la sfida (im)possibile di realizzare riforme sociali europee

Oscurato mediaticamente dal dibattito sui brevetti dei vaccini e stritolato dalla quasi concomitanza temporale con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, il vertice tra i 27 leader europei e le istituzioni Ue nella città portoghese è fondamentale per dare concretezza al “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Due gli obiettivi prefissati: entro il 2030 almeno il 78% delle persone tra 20 e 64 anni dovrebbe avere un lavoro e almeno il 60% di tutti gli adulti dovrebbe partecipare alla formazione ogni anno

LaPresse

Lavoro, inclusione e uguaglianza sono i temi principali al centro del Social Summit di Porto, l’incontro di due giorni fra i leader europei che dovrebbe partorire la politica sociale dell’UE del prossimo decennio. Oscurato mediaticamente dal dibattito sui brevetti dei vaccini e stritolato dalla quasi concomitanza temporale con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che partirà domenica 9 maggio, il vertice è fondamentale per dare concretezza al “Pilastro europeo dei diritti sociali”, un testo adottato nel 2017 e non ancora tradotto in risultati tangibili.

La mancanza di diritti sociali è del resto un problema serio oggi per due europei su tre, come ha sottolineato nel suo discorso inaugurale il Commissario titolare dell’argomento, il lussemburghese Nicolas Schmit. Anche per questo, combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze è una sfida che non può più essere rimandata per le istituzioni comunitarie. 

Lo sa bene il padrone di casa, Antonio Costa, il premier del Portogallo che detiene la presidenza di turno dell’Unione e che dell’Europa sociale fa il tratto distintivo del suo mandato. Cercando sponde negli altri governi socialisti dell’UE e nelle capitali mediterranee, Costa intende accelerare sui principi contenuti nel “Pilastro europeo dei diritti sociali”: pari opportunità per tutti i cittadini europei, condizioni di lavoro adeguate e protezione sociale.

Soprattutto, lo sa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha citato persino Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma in chiave positiva, al contrario di quanto accade di solito. «Serve che tutto cambi perché tutto resti com’è», dice, riferita a un’Unione che deve mantenersi al passo con i tempi. Il modello di welfare europeo, celebrato e forse invidiato in tutto il mondo, altrimenti, rischia di diventare obsoleto: «Siamo qui per costruire un’Europa sociale adatta ai giorni nostri». 

Nel piano d’azione della Commissione, infatti, ci sono tre obiettivi concreti per il 2030: avere il 78% degli adulti europei occupati, il 60% a cui vengono garantiti in corsi di apprendimento o perfezionamento e 15 milioni (almeno) di cittadini riscattati dalle attuali condizioni di povertà. Se il summit di Göteborg del 2017 è dove i principi sociali sono stati elaborati, quello di Porto del 2021 sarà tutto incentrato sull’azione, ha promesso von der Leyen. Piena comunanza d’intenti arriva dal Consiglio europeo: sviluppo economico e coesione sociale andranno di pari passo, secondo il suo presidente Charles Michel, nella nuova Europa sociale.

I punti del Pilastro europeo dei diritti sociali
Non in tutti i settori è facile, però, passare dalle parole ai fatti, anche perché la pandemia da Covid19 ha alterato il contesto rispetto a quattro anni fa e le ricerche recenti dicono che le disuguaglianze sono aumentate sia fra Paesi che fra classi sociali dello stesso Paese. 

Il vertice è cominciato venerdì con una conferenza di alto livello, dove politici ed esperti della società civile hanno discusso i temi sul tavolo, e dovrebbe finire con l’adozione della Dichiarazione di Porto: una definizione nero su bianco della visione europea per un’equa transizione ecologica e digitale. In mezzo ci saranno l’incontro dei capi di Stato e di governo e soprattutto le soluzioni per i 20 punti del Pilastro. 

Si parte dalle sfide relative al mercato del lavoro, stravolto negli ultimi 12 mesi: educazione professionale, pari opportunità d’accesso e uguaglianza di genere sembrano ancora più lontane. Il tasso di occupazione complessivo, secondo Eurostat è al 72,4% nel 2020, ancora lontano dall’obiettivo del 78% auspicato per il 2030. Il gap occupazionale di genere, poi, si attesta all’11,3% in media europea e circa al doppio in alcuni paesi, come l’Italia. 

Quando anche il lavoro c’è, spesso è precario, sproporzionato o mal retribuito. Il secondo capitolo del Pilastro riguarda gli stipendi dei lavoratori europei, le condizioni di impiego, il corretto bilanciamento con il tempo libero. Sul primo tema, in particolare, sarà molto difficile trovare una quadra: la Commissione europea ha presentato a fine 2020 un’iniziativa per un salario minimo comunitario, fieramente ostacolata da alcuni Stati, per motivi diversi. Svezia e Danimarca, ad esempio, non vogliono rinunciare ai propri efficaci modelli di contrattazione collettiva, che garantiscono paghe dignitose ai lavoratori; Austria, Polonia e Ungheria sono restie a cedere sovranità su un tema così rilevante per l’economia nazionale. 

In questo modo però è difficile livellare le disuguaglianze. Il quadro attuale infatti presenta una differenza spropositata nel costo orario del lavoro, che va dai  45,8 euro della Danimarca ai 6,5 della Bulgaria. 

Nella terza parte si trovano i diritti relativi all’inclusione sociale, che passa attraverso la lotta alla povertà: assistenza medica, attenzione ai bambini, accesso agli alloggi (sono quasi 700mila gli europei senzatetto) e anche il diritto a un reddito minimo (punto 14), che potrebbe suonare radicale ad alcune orecchie del continente. Anche su questi problemi, l’Unione appare abbastanza indietro complessivamente e soprattutto molto diseguale. Il 21,1% degli europei rischia povertà ed esclusione sociale, secondo gli ultimi numeri Eurostat disponibili: ma il dato sale a oltre il 30% per Bulgaria, Romania e Grecia e sfiora il 50% in alcune regioni europee, come Campania e Sicilia. 

Quella verso un’Europa più equa non sarà una strada in discesa, anche perché ogni misura pensata a livello comunitario dovrà inevitabilmente passare per il confronto fra gli Stati: 11 di loro hanno già mostrato una certa resistenza nel garantire più poteri a Bruxelles sulle politiche sociali, sottolineando in un documento informale che la responsabilità principale in quest’ambito ricade sui singoli governi nazionali. 

Dal vertice di Porto usciranno sicuramente belle parole e arrembanti dichiarazioni d’intenti: la bozza parla di  «ripresa inclusiva e sostenibile», di un «impegno a ridurre le disuguaglianze, combattere povertà ed esclusione sociale» e di «un’economia competitiva e che non lasci nessuno indietro». Ma ciò che serve sono probabilmente misure stringenti, che obblighino gli Stati Membri a perseguire i principi del Pilastro sociale. 

Ad esempio quella avanzata dalla Commissione di una direttiva che assicuri la trasparenza retributiva, favorendo così uguali livelli salariali fra uomini e donne. Una proposta chiara e specifica arriva, fra gli altri, anche dal Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, per cui bisogna inserire gli obiettivi sociali nel Semestre europeo, in modo da garantire un monitoraggio costante della Commissione sulle politiche economiche dei Paesi. Per entrambe, è difficile immaginare un consenso unanime da parte delle capitali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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