Lo scacchista in esilioMeglio essere un oppositore di Putin che diventare un martire, dice Garry Kasparov

Il maestro da anni usa la sua visibilità per denunciare il Cremlino, ma non vive più in Russia. Intervistato dal Guardian, spiega perché il regime è paragonabile alla dittatura comunista dell’Unione Sovietica e perché negli ultimi anni la situazione è ulteriormente peggiorata, ma per lui ha più senso opporsi stando lontano che tornare a casa e rischiare il carcere

Lapresse

Le difficoltà dell’opposizione al regime russo sono ben rappresentate dalle immagini di Alexei Navalny durante il suo sciopero della fame. Il principale oppositore di Vladimir Putin è apparso in un video in cui era fisicamente provato dalla sua protesta – chiede cure mediche adeguate per il dolore alle gambe e alla schiena.

Ma non tutta l’opposizione a Putin segue la linea di Navalny. Ci sono russi fuori dal Paese che usano la loro visibilità per denunciare le nefandezze del Cremlino. Tra questi c’è il grande maestro di scacchi Garry Kasparov.

In un’intervista concessa al Guardian, Kasparov dice di aver sempre partecipato alla sua lotta contro il regime russo. «Non sto abbassando la voce», ha detto al giornalista Sean Ingle, «Putin non è solo un imperialista, ha un’agenda molto più ampia: è una minaccia esistenziale per il mondo libero».

Kasparov è uno dei più grandi giocatori di scacchi della storia, forse il migliore di sempre. Avrebbe potuto lasciarsi tutto alle spalle dopo la fuga dal Paese nel 2013, in un momento molto complicato per i volti più riconoscibili dell’opposizione.

Ma ha scelto di mantenere alto il suo profilo per diffondere un messaggio di protesta costante contro il governo di Mosca: oggi Kasparov è anche un businessman di successo, un esperto di intelligenza artificiale e sicurezza informatica, e ha appena lanciato il nuovo sito www.kasparovchess.com. Così il suo apporto nel contrasto al regime di Putin segue altri canali, altri percorsi.

«In occidente gli interessi economici, l’apatia e l’egoismo frenano alcune battaglie che andrebbero combattute, così le vere intenzioni di Putin riescono a passare parzialmente sotto traccia: il mondo deve riconoscere che la Russia è una dittatura fascista, che non ha restrizioni quando si tratta di distruggere gli oppositori politici dentro e fuori la Russia», ha detto il grande maestro di scacchi.

Il riferimento ai metodi aggressivi verso gli oppositori è biografico: Kasparov è stato in carcere per cinque giorni nel 2007, poi è stato picchiato dalla polizia durante una protesta pacifica nel 2012. A chi gli chiede di tornare a lottare in prima linea a Mosca o in altre città della Russia dà risposta negativa.

L’idea di Kasparov è di usare la sua visibilità come un megafono: cosa che altrimenti rischierebbe di non poter fare. «Che senso ha diventare un martire? Posso fare molto di più rimanendo qui», dice.

Il punto è che negli ultimi anni, secondo lo scacchista, la situazione si è degradata in maniera netta, raggiungendo livelli di criticità molto superiori rispetto al passato: dice che in Russia le cose andavano decisamente meglio dieci o venti anni fa, e forse anche l’ultimo ventennio di dittatura comunista nell’Unione sovietica degli anni ‘70 e ‘80, in termini di libertà, poteva avere qualcosa in più rispetto alla Russia di Putin.

«Il regime oggi è più aggressivo e più pericoloso del politburo sovietico. Ma allo stesso tempo oggi ci sono più possibilità, perché i giovani sanno quanto sia diversa la vita al di fuori della Russia», dice Kasparov al Guardian.

Ma quella contro Putin è una battaglia che l’occidente si deve intestare: deve riconoscere la minaccia che il Cremlino rappresenta, deve imporre sanzioni agli oligarchi che lo supportano e impedire a Putin di rovinare il mondo che è stato costruito dopo la Seconda guerra mondiale, quello basato sul compromesso, il consenso e il rispetto degli accordi internazionali.

Kasparov però non si sofferma solo sul regime, nella sua intervista spazia da un argomento all’altro. Ad esempio del mondo degli scacchi oggi, e di com’è cambiato dal 2005, cioè da quando ha deciso di ritirarsi ufficialmente.

«Magnus Carlsen è ancora il miglior giocatore in circolazione – ha detto il grande maestro – e dubito fortemente che perderà la partita decisiva per il campionato del mondo contro il russo Ian Nepomniachtchi. Magnus è ancora molto appassionato del gioco, ha una grande motivazione come Bobby Fischer, e anche la capacità di utilizzare ogni risorsa come Anatoly Karpov. È una combinazione tremenda. Ma tra un paio d’anni potrebbe cambiare tutto, chi lo sa? Ad esempio Alireza Firouzja ha solo 17 anni e sta crescendo. Carlsen ha 30 anni: nell’ultimo anno, soprattutto in partite rapide e blitz, ha commesso diversi errori».

Proprio il norvegese Carlsen è uno dei rivali del grande maestro, ma non direttamente sulla scacchiera: la piattaforma per scacchisti Kasparov Chess è stata lanciata lo scorso anno proprio per cavalcare l’onda che ha portato a un grande aumento di giocatori e di appassionati della materia, soprattutto a causa del lockdown.

Il sito ha in programma anche lezioni di scacchi tenute dai migliori giocatori del mondo, progettate per ogni tipo di giocatore, e per tutti i livelli. Ma il Play Magnus Group di Carlsen ha ricevuto investimenti per 40 milioni di sterline da quando è stato quotato in Borsa lo scorso anno.

Se c’è una cosa però che Kasparov proprio non riesce a decifrare sono i discorsi sul titolo di miglior giocatore di sempre, che ha lo stesso livello di astrazione dell’eterna lotta sul miglior calciatore della storia che coinvolge Pelè, Maradona, Messi, Cristiano Ronaldo.

«È sempre soggettivo», dice al Guardian, «Magnus ha già chiaramente avuto una carriera fenomenale. Inoltre, ha contribuito a rendere gli scacchi mainstream. Per quanto riguarda me invece, tutto quello che ho fatto è stato naturale: ho vissuto ogni partita come dovevo, non era solo un gioco, era questione di vita o di morte. Ero così motivato e devoto. Perdere era un grande dolore, quasi un dolore fisico, e finché eravamo alla scacchiera guardavo il mio avversario come una forza nemica da distruggere. Molti giocatori hanno questo atteggiamento, ma io a differenza di altri non ho mai perso la mia motivazione: avevo sempre lo stesso atteggiamento, alla fine della mia carriera come lo ero nel 1980».

“The Boss”, com’era soprannominato Kasparov durante competizioni, è stato anche una delle figure dietro il grande successo de “La regina degli scacchi”, la serie tv Netflix che lo scorso autunno ha portato il gioco a una visibilità mainstream globale.

Kasparov ha lavorato duramente per garantire che fosse il più autentico possibile, dal modo in cui i giocatori muovevano i pezzi ai dettagli sul regime comunista sovietico – ad esempio si è assicurato che Vasily Borgov, il campione del mondo, fosse sempre seguito dagli agenti del Kgb.

«La serie – dice Kasparov – non solo ha alimentato un boom degli scacchi online, ma ha anche contribuito a riabilitare il gioco tra la popolazione più ampia. Per molto tempo gli scacchi sono stati visti non solo come un mix di intelletto e creatività, ma anche una potenziale minaccia per la stabilità mentale. Credo che “La regina degli scacchi” abbia quasi ripulito il gioco da queste paure, soprattutto tra i genitori. Perché, contrariamente a quanto la gente pensava del gioco, non ha abbattuto la protagonista, anzi l’ha sollevata, l’ha aiutata a lottare contro i propri fantasmi e i suoi problemi».

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