Manicheismi e propagandaLe generalizzazioni che a Rula Jebreal vanno bene sono quelle fatte da lei

La giornalista ha usato parole inutilmente aggressive e discriminatorie nei confronti del «mondo non progressista», accusando di vari mali un generico «maschio bianco». Un discorso superficiale e sbagliato, ma se lo fanno i “buoni” allora diventa accettabile

Piergiorgio Pirrone - LaPresse

Il gran rifiuto di Rula Jebreal rivolto alla trasmissione de La7 «Propaganda», a causa della scarsa presenza femminile nella puntata dove lei avrebbe dovuto essere ospite, ha acceso molte polemiche e scatenato diverse prese di posizione. Il che può essere apprezzato. Ma non è di questo che qui si vuole parlare.

Qui vogliamo soffermarci sulle parole che Jebreal ha pronunciato nella recente intervista a «La Stampa» (24 maggio), inutilmente aggressive e discriminatorie. Il motivo per cui quelle parole meritano un breve commento è che sarebbe arrivato il momento di riflettere sulla cattiva abitudine di considerare accettabile o meno in un discorso pubblico un certo modo di argomentare a seconda della parte nella quale si riconosce il soggetto che si esprime.

Queste le parole di Rula Jebreal: «Il mondo non progressista dovrebbe tacere perché almeno noi parliamo dei temi, ci confrontiamo. Dall’altra parte ci sono solo attacchi sessisti, misogini e razzisti. Si va dalla violenza verbale al silenzio tombale».

Insomma, ecco una bella generalizzazione che getta nel girone degli abietti impresentabili tutti coloro che non si riconoscono nella sinistra (perché alla sinistra si fa riferimento in Italia con quel termine). Accuse gravi, di comportamenti e attitudini altrettanto gravi, senza spiegare perché dall’altra parte arriverebbero esclusivamente pensieri e atti così ignobili. C’è davvero molta differenza con gli schemi semplicistici, fatti solo di bianco e nero, che si trovano, ad esempio, nel libro di Giorgia Meloni quando attacca la sinistra o in certi post di Salvini? Però a Jebreal non arriva il biasimo di nessuno.

Come non le arriva pressoché nessun biasimo quando si rivolge ai suoi interlocutori con quello che per lei forse è un epiteto, ovvero «maschio bianco». Ricordatole dall’intervistatore: nessuna autocritica, chi la biasima per l’utilizzo di quell’espressione non merita nemmeno risposta. Come se il sesso e l’appartenenza al gruppo umano di carnagione bianca potesse costituire uno stigma di per sé.

E conta poco il fatto che in Occidente e laddove l’Occidente ha sottomesso altri gruppi il «maschio bianco» fosse (e se vogliamo in parte ancora è) il soggetto dominante.

Per due motivi. Il primo è che la stigmatizzazione di tutti i componenti di un gruppo che condividono caratteri ascrittivi genera sempre stereotipi potenzialmente discriminatori e comunque distorcenti. Il secondo è che il mondo nella storia e nella contemporaneità ha conosciuto e conosce domini non solo bianchi, su minoranze “etniche” (mi si perdoni l’espressione, in mancanza di meglio) o religiose. Che però gli stigmatizzatori dei maschi bianchi tendono troppo spesso a dimenticare. Compresi quelli sulle donne.

Che cosa si penserebbe se all’improvviso qualcuno in televisione cominciasse a prendersela con l’interlocutore apostrofandolo con un «tu maschio pakistano», «tu maschio musulmano» o espressioni simili?

Insomma, poco importa qui parlare del personaggio Jebreal (che peraltro come giornalista e osservatrice, e non come fustigatrice dei peccati dei malvagi o eroina degli oppressi, nell’intervista esprime, parlando della condizione delle donne in Italia, alcune opinioni condivisibili). Il mondo, perlomeno quello Occidentale, è plurale e pluralista e c’è posto per tutti.

Ciò su cui bisognerebbe invece interrogarsi è il perché esista così poca sensibilità nell’universo dei media e dell’informazione rispetto all’uso di stereotipi, stigmatizzazioni e generalizzazioni manichee se provengono da chi è di diritto iscritto nel mondo dei “buoni”. È forse colpa del «maschio progressista»? (È una battuta).

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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