Gli impostori della sindromeTrarre un romanzo da una lagna di moda è un’idea di successo, specie se credi a quella lagna

Di norma chi si diagnostica il complesso di non valere niente è convinto di valere moltissimo. Eppure (pur rimandando a un’altra volta la reductio ad Hitlerum delle influencer), così come la stenografa dei nazisti credeva al Ministero della Propaganda per cui lavorava, è probabile che le scrittrici che vengono dall’internet pensino davvero che la loro vocazione sia una vocazione

Photo by Vince Fleming on Unsplash

«Non c’era mai stato un Ministero della Propaganda, fino alla guerra; non c’è mai più stato dopo, forse ne sentiamo la mancanza». Quando Brunhilde Pomsel raccontò la sua vita di stenografa per i nazisti (nella sintesi dei giornali: segretaria di Goebbels) aveva 105 anni. Morì l’anno dopo, a 106. L’altra sera, mentre ascoltavo Franca Nuti, 92 anni, monologare la vita di Brunhilde al Piccolo Teatro di Milano, pensavo a Camilla Boniardi, trent’anni, autrice del romanzo da tre settimane più venduto in Italia, “Per tutto il resto dei miei sbagli”.

No, non intendo praticare la riduzione a Hitler delle influencer – almeno non oggi: è un esercizio interessante, non posso escluderlo per il futuro. Non pensavo a lei in particolare, della quale so solo che ha un anello al naso (sono così vecchia che mi sembra una riduzione a bovino), che fa dei video molto esagitati (sono così vecchia che ho bisogno di calma), e che ha trovato lo slogan perfetto: sindrome dell’impostore.

La sindrome dell’impostore è il comma 22 della nostra epoca. Dicono tutte (sì, soprattutto le femmine) di avercela, e quindi non ce l’hanno. La sindrome dell’impostore prevede tu sia convinta di non valere niente. Se diagnostichi la sindrome dell’impostore, vuol dire che sai che chi ne soffre vale invece qualcosa. Se la diagnostichi a te stessa, evidentemente non ce l’hai. Dire che hai la sindrome dell’impostore è un modo più arzigogolato per dire: non sono la miracolata che credete, io valgo, pensavo di dover ringraziare di non essere nata in un’epoca in cui quelle come me al massimo zappavano la terra, come lo credete ora voi di me, ma no, invece ho un grande valore sul mercato dell’intelletto, e sono qui a dirvelo fingendo modestia. Capite bene che “sindrome dell’impostore” è più corto.

Costruire un romanzo attorno a una lagna di moda è un’idea furba, chissà se di Camilla stessa o di Beppe Cottafavi. Suo editor, personaggio assai interessante dell’editoria italiana, e probabilmente portatore della sindrome dell’impostore: non saprei con che altra sindrome catalogare uno che, quando si racconta, rievoca sempre la propria contiguità con Umberto Eco e mai d’essere l’inventore delle barzellette di Totti.

Cottafavi è anche responsabile delle pagine culturali di Domani, giornale sul quale l’altro giorno è comparso un articolo con questo titolo: «Anche quella degli influencer può essere vera letteratura». Sembra d’intuire che all’ambizione cottafaviana non basti, per la Boniardi, il percorso abituale delle influencer che per ora ha seguìto il suo romanzo: uno sfracello di prenotazioni prima che il libro uscisse, risultanti in una prima settimana dai risultati vertiginosi (26mila copie e spicci per la Boniardi; per il romanzo di Giulia De Lellis, la influencer uscita da “Uomini e donne” che fu il caso editoriale del 2019, le copie iniziali erano state 53mila e spicci); la settimana successiva un terzo di quella iniziale; la terza settimana un quarto. Boniardi ha la stessa metrica di De Lellis, ma ha un editor che intende spacciarcela per scrittrice. (Uso “scrittrice” come lo usano quelli che lo intendono come titolo di merito e misura di valore letterario: a casa mia, “scrittrice” è una che pubblica dei libri e qualcuno li legge, quindi lo sono sia Boniardi sia De Lellis).

De Lellis era stata tradita dal fidanzato, Boniardi ha la sindrome dell’impostore: entrambi gli slogan su cui erano costruiti i volumi sono assai immedesimabili, quindi dobbiamo pensare che in due anni il mercato dell’immedesimabilità si sia dimezzato? Figuriamoci: se non esistesse più il mercato del sé (mi specchio nei tuoi inciampi minimi, quindi ti compro), Instagram avrebbe già chiuso.

Il mio commento preferito, sulla pagina Amazon di “Per tutto il resto dei miei sbagli”, dice «le frasi sono troppo lunghe e tortuose, spesso ho dovuto rileggerle più volte per capire», e – se non l’hai letta – ti fa venire il sospetto che abbia ragione l’articolo di Domani: Boniardi avrà pure l’anello al naso, ma scrive come Elias Canetti. Se invece l’hai letta, capisci che la lettrice che la trova tortuosa è probabilmente analfabeta, come d’altra parte è la media degli utenti social.

È necessario – per un’epoca che s’appassioni a sindromi dell’impostore, traumi delle corna, e frasi fatte assortite – aver letto, visto, ascoltato pochissimo. Sarebbe impossibile oggi girare “C’eravamo tanto amati” o anche “Straziami, ma di baci saziami”, giacché il procedere per frasi fatte non risulta più comico in sé. Devi contrapporci qualcuno che sbuffi esasperato, ma è difficile creare un personaggio esasperato dalle banalità della massa senza risultare condiscendenti verso la massa (un tic che punisce gli incassi).

In “Chiamami ancora amore”, sceneggiato di Rai 1 che si conclude stasera, in cui due coniugi separati cercano di far scontare l’una all’altro un passato diversamente percepito, il personaggio più meschino (e quindi più interessante) è quello del marito. Quando, per consolarlo del tradimento della moglie, gli dicono «Magari da quest’esperienza ha imparato qualcosa», lui sbotta: «Ma che ha imparato, è andata a scopa’ co’ ’n altro, non è che ha fatto un master». La seconda battuta non entrerebbe mai nel romanzo d’una influencer, la prima potrebbe esserne il nucleo fondativo. Ho il trauma delle corna, ho la sindrome dell’impostore, imparo dalle esperienze.

Sono abbastanza sicura che le Boniardi del mondo credano a ciò che raccontano. Che siano davvero convinte di soffrire di sindrome dell’impostore, che sia la loro vera vocazione fare da specchio a un pubblico mediocre, che abbiano davvero dei sentimenti in testa al posto dei pensieri.

Quando avevo sedici anni andava molto di moda Pessoa, e quella frase sul poeta fingitore che «finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente». Non so se abbiano letto Pessoa (probabilmente sì: i trent’anni di questo secolo sono i sedici dei miei tempi), ma di sicuro le nuove narratrici sono abbastanza addentro alla propaganda di Instagram da non sapere più quali sofferenze siano loro e quali stiano emulando. Come diceva Brunhilde, «Il Ministero della Propaganda: su di me, aveva certamente funzionato».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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