Stadi mobiliI signorotti dello Stato libero dell’Uefa e le partite spostate come pedine sulla scacchiera

La finale di Champions League non si disputerà a Istanbul e forse nemmeno a Wembley perché il governo britannico non vuole allentare le misure restrittive che impedirebbero il ritorno in massa sugli spalti. Dublino e Bilbao hanno perso la possibilità di ospitare gli Europei per gli stessi motivi, ma al’Allianz Arena di Monaco si giocheranno quattro partite nonostante i contagi: il ruolo del Bayern nella vicenda Super Lega non è passato inosservato

LaPresse

«La Uefa è un mondo a parte, uno Stato molto particolare all’interno dell’Europa». La frase usata dal quotidiano spagnolo El Pais per descrivere il comportamento della Uefa negli ultimi giorni è significativa: l’organismo di governo del calcio europeo muove a piacimento i fili di manifestazioni sportive tra le più importanti del mondo, si comporta come un governo nazionale e prende le decisioni come farebbe il detentore del potere esecutivo in uno Stato.

Adesso all’ordine del giorno ci sono gli stadi che dovranno ospitare i prossimi grandi appuntamenti: la finale di Champions League tra Chelsea e Manchester City, e gli Europei che inizieranno a giugno.

L’obiettivo dichiarato è riportare i tifosi allo stadio: la Uefa vuole dimostrare che il calcio può essere sicuro e non diffusore di contagi vuole accontentare i tifosi che vogliono tornare a vedere le partite dal vivo, ha motivazioni economiche ovvie che non nasconde.

Istanbul avrebbe dovuto ospitare la finale di Champions League in programma il 29 maggio, ma sono emersi problemi in apparenza insormontabili: l’alto numero di contagi in Turchia ha portato il governo britannico ad annunciare l’entrata in vigore di una nuova serie di restrizioni che pone la Turchia (e altri Paesi) nella “lista rossa” di Londra.

In base alle nuove misure del governo si può rientrare nel Regno Unito dai Paesi considerati a rischio, ma poi bisogna rispettare una quarantena di 11 notti: un problema sia per i club che per i giocatori, dal momento che 13 giorni dopo la finale iniziano gli Europei.

Durante la conferenza stampa di venerdì il segretario ai Trasporti Grant Shapps ha dichiarato che «i tifosi non dovrebbero recarsi in Turchia», cioè l’esatto contrario dei desiderata della Uefa, che già sperava di accogliere circa 25mila tifosi allo stadio Ataturk di Istanbul.

L’idea del Regno Unito era quella di portare sul suo territorio la finale di Champions. Però aveva fatto sapere anche che sono in corso colloqui per il trasferimento della partita nel Regno Unito. La decisione significherebbe ritirare la partita da Istanbul per il secondo anno consecutivo dopo la bolla di Lisbona della scorsa estate.

La Uefa in un primo momento avrebbe accettato di spostare la sede della finale a Wembley: una partita tra due squadre inglesi che assegna il trofeo europeo più importante, giocata nello stadio più prestigioso del Regno Unito, sarebbe il miglior ringraziamento possibile da parte di Aleksander Ceferin e della Uefa al primo ministro Boris Johnson che, come aveva già scritto Linkiesta, ha avuto un ruolo decisivo nel dissuadere i club inglesi dalla partecipazione alla Super Lega.

Per chiudere questo accordo però Londra dovrebbe allentare le restrizioni in vigore sul suo territorio per garantire un maggior numero di tifosi sugli spalti durante la finale del 29 maggio. La Uefa in particolare vorrebbe dare semaforo verde ai suoi membri del personale, a tutte le emittenti internazionali, a sponsor, fornitori e funzionari per farli assistere dal vivo alla partita. Ma al momento al 10 di Downing Street non sembrano molto intenzionati a percorrere questa strada, così oggi l’ipotesi Wembley sembra esclusa.

La Uefa ha trovato una soluzione alternativa in Portogallo: Lisbona ha ospitato la fase finale della scorsa edizione della Champions League ad agosto 2020, ma senza tifosi allo stadio. «L’organo di governo del calcio europeo ritiene che in Portogallo sarà più facile ottenere l’accesso per sponsor ed emittenti, che invece dovrebbero essere rimborsati se non fossero in grado di assistere alla partita», riporta il New York Times.

È una partita chiusa invece quella che riguarda gli Europei, con Bilbao e Dublino che hanno perso la possibilità di ospitare le partite a poche settimane dal via.

I motivi, in entrambi i casi, sono legati al Covid. Solo che tra le città considerate a rischio c’era anche Monaco di Baviera, che al momento ha mantenuto i suoi diritti di hosting.

Partiamo da Dublino. La Uefa aveva richiesto la garanzia di un minimo del 25% di spettatori per ogni partita che il governo irlandese non era in grado di affrontare.

«Il Consiglio comunale di Dublino è rimasto deluso dall’annuncio della Uefa, soprattutto per le tempistiche», dicono a Linkiesta dalla capitale della Repubblica d’Irlanda. Ospitare le partite degli Europei infatti non dovrebbe essere solo un motivo per portare 25mila persone allo stadio e incassare al botteghino.

«Ci dispiace per il personale che ha lavorato duramente a questo progetto ed è un peccato che non siano riusciti a portarlo a termine con successo: il programma City Volunteer prevedeva che 400 persone aiutassero alla realizzazione dei progetti cittadini, almeno nei piani originali. Un ampio programma avrebbe fatto da cornice alle partite di calcio con una serie di eventi culturali, ma le restrizioni dovute al Covid avrebbero bloccato molti di questi appuntamenti», dicono dal Consiglio comunale di Dublino.

Nel rapporto di Ernst&Young fatto stilare dalla città, le partite di Euro2020 a Dublino pre covid avrebbero dovuto portare oltre 105 milioni di euro all’economia irlandese. Ovviamente ospitare la manifestazione in piena pandemia avrebbe portato entrate molto minori a causa del numero ridotto di persone in arrivo dall’estero.

Il capitolo Bilbao forse è ancora più rappresentativo di quanto la Uefa stia facendo di tutto per ottenere quel che vuole dai prossimi appuntamenti calcististici, indipendentemente dal grado di preparazione delle città, dalla capienza degli stadi, da qualsiasi altro fattore.

Nell’articolo del Pais citato in apertura l’assessore allo sviluppo economico di Bilbao – l’altra città che ha perso la possibilità di ospitare gli Europei – racconta il tipo di pressioni fatte dalla Uefa. «Hanno proposto di non utilizzare maschere nelle aree Vip», ha detto Xabier Ochandiano al quotidiano spagnolo, rivelando una richiesta della Uefa che avrebbe comportato la trasgressione delle norme sanitarie.

Secondo Ochandiano, i responsabili del calcio europeo hanno chiesto di aumentare la capacità consentita al 50%, suggerendo di superare a destra le restrizioni per motivi sanitari: «Ci hanno detto che la Uefa non condivide l’idea che l’ingresso del pubblico dipenda dalle condizioni igienico-sanitarie. E poi hanno detto che senza pubblico Bilbao non sarebbe stata sede degli Europei, e che la situazione della pandemia non ha importanza».

La Uefa insomma avrebbe cercato di forzare la mano all’amministrazione cittadina di Juan Mari Aburto. Come da copione, quando il sindaco ha rifiutato le proposte la città basca ha perso la possibilità di ospitare gli Europei – ora spostati a Siviglia.

La città di Bilbao ora cercherà di far pagare alla Uefa almeno le spese che la città ha sostenuto per l’organizzazione, spese che ammontano a una cifra che va da 1,2 a 1,5 milioni di euro secondo diverse fonti. La protesta di Bilbao riguarda anche il danno d’immagine della città, che rischia di essere danneggiato in vista di future manifestazioni internazionali, non solo calcistiche. E anche nella disparità di trattamento rispetto ad altre città.

Il sindaco di Monaco ad esempio non ha garantito la presenza del pubblico, eppure l’Allianz Arena continua a essere una delle sedi dell’Europeo. Ovviamente non può non aver pesato il fatto che il Bayern Monaco sia stato al fianco di Ceferin nei giorni in cui si discuteva della Super Lega.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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