Due mesi in carcereL’incredibile storia della prigioniera politica polacca arrestata in Bielorussia

Intervista a Irena Biernacka, membro attivo dell’Associazione dei polacchi nel Paese governato da Lukashenko. Era stata arrestata 3 mesi fa insieme ad altri membri dell’associazione e ora è stata rimessa in libertà e costretta al rimpatrio in Polonia

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Irena Biernacka era stata arrestata il 25 marzo scorso dalle autorità bielorusse insieme ad altre quattro persone dell’Associazione dei polacchi locale. Il pretesto formale era quello di aver organizzato una celebrazione non autorizzata a Grodno il 7 marzo; nel corso del procedimento penale, sono stati accusati di «azioni intenzionali volte a incitare l’odio e la discordia etnica, nonché alla riabilitazione del nazismo» (articolo 130 del codice bielorusso), per cui si rischia fino a 12 anni di reclusione.

Biernacka è stata rilasciata il 25 maggio, rimpatriata in modo coatto in Polonia; suo marito è rimasto a Lida, in Bielorussia, con alcuni dei suoi figli. Solo da qualche giorno, la donna ha ripreso un po’ di coraggio e di forza per descrivere quanto accaduto: «Non ero assolutamente in grado di farlo prima. Non sono nemmeno riuscita ad avvisare la mia famiglia nell’arco di breve tempo. Nei primi giorni dopo il rilascio necessitavo di riposo assoluto; ora va meglio, ma credo che nulla sarà mai più come prima dell’arresto: continuo ad avere incubi terribili e ad essere terrorizzata, sebbene adesso io mi trovi in Polonia in condizione di sicurezza».

Lo stato di shock che la donna continua a vivere è lo stesso dal giorno del suo arresto. «Non potevo credere alle accuse a mio carico. Sapevo di rischiare: durante le proteste antigovernative ero già stata trattenuta, ad esempio in occasione di una preghiera indetta per gli arrestati e i feriti; ma non credevo che sarei finita in carcere per qualcosa di così assurdo. Avevamo organizzato una fiera di prodotti tradizionali, con maestri dell’artigianato e della pasticceria, con l’esibizione di artisti locali. Quando mi hanno arrestata, mi sono domandata come sarei stata a 65 anni, dopo dodici di carcere, e se avrei avuto ancora tutti i miei denti. In prigione ho incontrato molte persone dell’intellighenzia bielorussa, studenti, medici e insegnanti. Ci siamo sostenuti a vicenda, ripetendoci che dovevamo prenderci cura di noi stessi perché nessuno ci avrebbe aiutato».

«Il 25 marzo – prosegue Biernacka – alle 7.30 del mattino sono stata sottoposta a una perquisizione domiciliare; contemporaneamente, veniva controllata anche la sede della nostra associazione. Alle 11.30 sono stata trasferita al Comitato investigativo di Minsk, quindi al commissariato di polizia, dove mi è stato sottratto il telefono e hanno proceduto a redigere una descrizione delle cose in mio possesso. Mi hanno sottoposto alcune domande, cui non ho saputo rispondere a causa di un forte stato di stress. Una volta tornati al Comitato investigativo, intorno alle 18 mi hanno consegnato una borsa con alcuni oggetti personali, mi hanno preso le impronte digitali e scattato le foto segnaletiche. Due ore dopo sono stata formalmente tratta in arresto per le successive 72 ore nella struttura di Okrestina; dal 27 marzo al 18 maggio sono stata a Volodarka e infine nel carcere di Žodzina. Ogni volta che venivo trasferita mi facevo coraggio dicendomi che peggio non avrebbe potuto essere ed ogni volta, invece, mi rendevo conto subito di essermi sbagliata».

Il carcere può essere un luogo spaventoso, dice Biernacka, e tende alla distruzione completa di una persona. A Okrestina, dove la donna ha trascorso 72 ore, la cella era minuscola, senza finestra, con una cuccetta di ferro senza materasso, ma almeno non doveva condividere quello spazio ridotto con altre persone, e alla fine si è rivelata la struttura migliore delle tre in cui è stata.

«Non mi hanno mai dato da mangiare, né mi hanno spiegato quali fossero le accuse a mio carico o cosa mi sarebbe accaduto. Il terzo giorno sono stata rinchiusa in una cella con alcune donne accusate di omicidio, forse per spaventarmi, quindi mi hanno trasferita a Volodarka», ha detto.

«Giunta a Volodarka – prosegue – mi hanno messa faccia contro il muro e mi hanno fatta denudare, quindi mi hanno fatto passare dentro una gabbia chiusa, senz’aria, coi lati di mezzo metro circa, fino ad una cella molto sporca dotata unicamente di un buco per espletare i propri bisogni. Alle 13 mi hanno fatta spogliare e mi hanno controllata nuovamente, poi sono andata in magazzino a ritirare le lenzuola. Di lì ho percorso quegli orribili corridoi fino alla mia cella di 4×2 per nove persone: con me c’erano cinque prigioniere politiche, una criminale comune alla seconda condanna con 14 anni da scontare e due donne con problemi di alcolismo cui era stata sottratta la tutela dei figli. La presenza di altre prigioniere politiche mi ha aiutata molto. La sezione politica dell’amministrazione delle carceri non ci forniva dei generi di prima necessità che concedeva agli altri carcerati (dentifricio, carta igienica, spazzolino) né ci recapitava i pacchi provenienti dalle nostre famiglie. Per fortuna, la solidarietà tra noi ha fatto sì che ci scambiassimo tutto quello di cui riuscivamo a venire in possesso: ho ricevuto un paio di jeans da una delle ragazze perché mi mancavano degli abiti caldi, in carcere fa freddissimo, e a mia volta ho donato dei pantaloni quando ce n’è stato bisogno».

Il 18 maggio la donna è arrivata nel carcere di Žodzina dove, fortunatamente, è rimasta soltanto una settimana: «Qui la cella era di metri 3,5×4 destinata a dodici persone, ma in realtà eravamo in quattordici. Dormivamo in due su una stessa panca. Ovunque un’umidità e una muffa soffocanti. Stavolta non c’era nessuna prigioniera politica con me. Il cibo, come già nelle altre strutture, era praticamente assente: ero costantemente affamata e, quando non ce la facevo più, mangiavo cose dall’aspetto ripugnante, un po’ di kasza o di pancetta. I rapporti tra i prigionieri della stessa cella erano molto buoni e ho avuto modo di imparare molto dai loro racconti; tuttavia, sono stata subito avvisata che le conversazioni venivano ascoltate e dunque parlavamo a bassa voce. L’isolamento tra le celle era completo e non ci si incontrava nemmeno nei corridoi, o per andare agli interrogatori».

A Žodzina, come del resto già a Okrestina, l’aspetto peggiore era quello del rapporto coi sorveglianti: «Non ci veniva dato alcun tipo di informazione, il loro unico obiettivo pareva quello di umiliare i carcerati. Del resto, le guardie carcerarie ottengono una risposta diversa dalle prigioniere politiche: le urla e gli insulti si sprecano, ma la reazione è contenuta. Le prigioniere non si lamentano. Ancora oggi sogno queste ragazze, di norma studentesse, che cercano di ricavare un po’ di serenità anche in un ambiente così compromesso: se si abbandonavano al pianto, accadeva solo nella solitudine del loro giaciglio notturno. Žodzina, per me, è l’inferno sulla terra: lì ho vissuto il mio momento peggiore, durante il trasferimento da Volodarka. Camminavo ammanettata insieme ad altri prigionieri, cercando di trascinare le mie cose, mentre i sorveglianti ci mettevano fretta scatenandoci i cani alle calcagna».

Žodzina è il carcere nei pressi di Minsk dove, ancora oggi, sono detenuti Andrzej Poczobut e Andżelika Borys, entrambi coinvolti a vario titolo nell’Associazione dei polacchi in Bielorussia, di cui la seconda è presidente. Spesso si sono “sfiorati” con Irena Biernacka tra le mura del penitenziario, ma senza riuscire mai a parlarsi: solo qualche sorriso, o qualche sguardo d’intesa.

La mattina del 25 maggio sono stati tutti condotti, separatamente, ad un colloquio col console polacco: «Ricordo che, non appena sono entrata nell’ufficio, ho visto il console accogliermi con un sorriso, ma subito dopo gli sono venute le lacrime agli occhi: evidentemente, il mio aspetto doveva averlo colpito. Mi ha chiesto se avrei accettato di andare in Polonia per un po’ di tempo e gli ho risposto che l’avrei fatto se anche gli altri miei compagni avessero accettato. Spero che si possa fare qualcosa per farli uscire al più presto: Andrzej (Poczobut), in particolare, soffre di cuore e ha contratto il coronavirus. Tuttavia, non gli viene somministrato alcun medicinale e si trova in una cella in cui fumano tutti continuamente. Non riesco neanche ad immaginare la lotta che sta conducendo per ogni singolo respiro».

Infine Irena Biernacka ricorda il trasferimento al confine con la Polonia: «Maria Tiszowska e Anna Paniszewska erano state arrestate con me. Tutte insieme siamo state condotte direttamente al confine. È successo di notte, io ero sicura che ci avrebbero sparato. Ho anche chiesto alle guardie di spararmi il prima possibile: ero in preda ad un attacco di panico. Mi hanno solo risposto di non farli arrabbiare. In carcere sono rimaste le persone migliori della società civile bielorussa: tutte loro devono riacquistare la libertà, il Paese deve riacquistare la libertà. Solo quando è libero, l’uomo può esercitare le capacità di giudizio e di critica: dobbiamo continuare a lottare per questo obiettivo».

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