La generazione del maleL’incapacità di accettare i crimini di un padre nazista

Nel libro “La via di fuga” (Guanda), Philippe Sands ricostruisce la storia di Otto Wächter, responsabile dell’assassinio di più di centomila ebrei, la sua lunga latitanza dopo la fine della guerra e il passaggio in Italia nella speranza di raggiungere il Sudamerica. Ma racconta al tempo stesso la presa di coscienza del figlio Horst, costretto con dolore a riconsiderare la figura del genitore man mano che proseguono le ricerche d’archivio

di Karsten Winegeart, da Unsplash

C’è voluto del tempo per tradurre tutti i documenti dell’archivio di Varsavia dal polacco all’inglese. Contenevano diverse storie, ma per me la più interessante era quella dei tentativi polacchi di localizzare Otto, dalla fine della guerra fino al momento in cui era partito per Roma, nell’aprile del 1949.

Tutto era cominciato con una dichiarazione firmata da un dentista polacco all’inizio del 1946. A spingerlo a scrivere all’ambasciata polacca a Praga era stata una notizia sentita alla radio austriaca, che aveva reso noti i nomi di diversi criminali di guerra chiamati a comparire nei tribunali austriaci. Uno dei nomi era quello di Wächter che, secondo il dentista, era responsabile dell’assassinio di più di centomila ebrei, polacchi e ucraini, compresi alcuni suoi parenti. Il resoconto del dentista era stato incluso nel fascicolo.

Qualche mese dopo un ufficiale polacco distaccato al War Crimes Group dell’esercito statunitense riferì alla Commissione centrale di Varsavia che non si sapeva più nulla di Otto Wächter. Il governo polacco dunque si mise in cerca di informazioni fresche e la faccenda passò nelle mani della missione polacca a Berlino, poi della Corte Suprema polacca.

Il 12 settembre 1947, mentre Otto era in montagna con Buko, il procuratore capo riferì alla Commissione centrale che Wächter risultava irrintracciabile, però era assodato che non si trovava in un campo britannico né in Germania. Era stato informato che gli americani gli davano la caccia e, secondo il tribunale militare internazionale di Norimberga, risultava «disperso in azione».

Per quasi tutto il 1948 quella di Otto sembrò una pista fredda. Poi, a dicembre, quando si rifugiò nella stanza di Charlotte a Salisburgo, il fascicolo si riattivò. Per motivi sconosciuti le autorità polacche ordinarono, di punto in bianco, di radunare tutti i documenti del «caso Wächter» e di inviarli con urgenza alla Commissione centrale a Varsavia. Un mese dopo, a gennaio del 1949, l’ambasciata polacca a Vienna trasmise una nuova, importante informazione al suo ministero degli Esteri e alla Commissione centrale. «Siamo sulle tracce di Otto Wächter».

Nella comunicazione non c’era nulla di più specifico, ma può darsi che si riferisse a un avvistamento a Salisburgo.

Il ministero degli Esteri polacco richiese alla Commissione centrale di raccogliere tutti i «documenti incriminanti» e di emettere un nuovo ordine di cattura per Otto. Il direttore della Commissione scrisse tre lettere per acquisire particolari sulle azioni di Otto a Cracovia e Lwów e sulle sue responsabilità. La prima fu indirizzata alla missione polacca a Berlino e la seconda a Cracovia, alla Commissione regionale che indagava sui crimini tedeschi. La terza lettera invitava l’Istituto di storia ebraica di Varsavia a fornire assistenza inviando i nomi e gli indirizzi di persone in grado di testimoniare contro Otto. La possibilità di «trovare e arrestare» l’ex governatore era concreta, affermavano le lettere.

L’Istituto di storia ebraica spedì al governo polacco sei documenti incriminanti, quattro dei quali erano decreti firmati da Otto tra il 1939 e il 1941. Uno imponeva agli ebrei di Cracovia di portare al braccio la fascia con la stella di David; due ordinavano la deportazione degli ebrei della città; il quarto stabiliva la creazione del ghetto.

L’istituto trasmise anche i nomi di sei persone che avevano vissuto sotto il governo di Otto e che sarebbero state in grado di testimoniare sulle «azioni del governatore Wächter». Tre di quei nomi li conoscevo, grazie alle ricerche svolte mentre scrivevo “La strada verso Est”: David Kahane, il cui “Lvov Ghetto Diary” descrive nei dettagli la Grosse Aktion dell’agosto 1942, durante la quale le famiglie di Hersch Lauterpacht e di mio nonno Leon Buchholz vennero rastrellate; Michał Hofman, giornalista che si era laureato in Legge all’Università di Lwów ed era membro della Commissione centrale del governo polacco per i crimini di guerra; e il professor Tadeusz Zaderecki, autore di “Lwów under the Swastika”, un libro ricco di particolari spaventosi.

A febbraio del 1949 il capo della missione militare polacca a Berlino scovò una copia del fascicolo delle SS di Otto, lo stesso che avrei consultato io decenni dopo negli Archivi federali tedeschi. Il fascicolo venne spedito integralmente al procuratore di Varsavia Julian Menderer. Il 19 marzo, mentre Otto era a Dobbiaco, il procuratore informò il governo di aver ripreso a indagare su di lui, per i crimini commessi a Lwów.

Riteneva che l’indagine fosse di sua competenza, in base al decreto del 31 agosto 1944 sulla «Punizione dei criminali fascisti-hitleriani colpevoli di assassinio e maltrattamento della popolazione civile e dei prigionieri di guerra, nonché dei traditori della nazione polacca». «Richiedo che mi vengano forniti tutti i materiali incriminanti relativi alla sua attività criminale», scrisse il procuratore.

Dunque, mentre Otto si preparava a separarsi da Charlotte e a lasciare Bolzano per Roma, le autorità polacche avevano riaperto il suo caso. E venne emanato un nuovo ordine di arresto.

Ho informato Horst, che però ha interpretato i documenti in tutt’altro modo. Non erano che supposizioni generiche, secondo lui, mancavano le prove concrete. La sua posizione non mi ha sorpreso, dato che qualche tempo prima, dopo il viaggio a L’viv, aveva scritto una lettera per raccontare della venerazione di cui suo padre era oggetto in quella zona. «Mi hanno riverito perché ero suo figlio».

Come era solito fare, Horst aveva spedito la lettera a un mucchio di persone: amici e parenti, e altri contatti saltati fuori dal suo indirizzario. Uno dei destinatari era Dieter Schenk, ex direttore del Bundeskriminalamt, la polizia criminale federale tedesca. In qualità di acclarato esperto dei crimini commessi nel Governatorato generale, era autore di diversi libri sulle azioni commesse dai tedeschi nell’Europa occupata e di una biografia di Hans Frank.

Schenk ha risposto in tono cortese, ringraziando Horst di avergli scritto e dicendo di capire pienamente il suo desiderio filiale di trovare un modo per scagionare il padre. Ciononostante, gli ha ribadito la necessità di accettare che Otto era stato un «criminale nazista» e gli ha ricapitolato i fatti essenziali. Sotto il governo di Otto, nel distretto di Galizia, tra il 1942 e il luglio 1944 avevano perso la vita più di 525.000 persone. Non erano sopravvissuti più di quindicimila ebrei, meno del tre per cento della popolazione prebellica.

Erano crimini mostruosi, proseguiva Schenk, organizzati con «l’energico sostegno dell’amministrazione civile», capeggiata da Otto.

Identificava tre diverse sezioni del suo governo che erano state attivamente coinvolte nelle uccisioni di massa. L’ufficio dei servizi demografici e sociali lavorava con le SS per stilare le liste di ebrei. Individuava i ghetti e i punti di raccolta, e istituiva i campi di transito. La sezione per la manodopera selezionava gli ebrei per farli lavorare come operai specializzati o per trasferirli nei campi di sterminio. La sezione che si occupava dei trasferimenti, poi, ne confiscava le proprietà.

«In quanto governatore, suo padre rivestiva un ruolo direttivo e aveva la responsabilità delle azioni perpetrate». Non c’erano ambiguità, nulla di cui discutere, tutti i fatti e le prove si trovavano negli archivi.

Schenk terminava la sua lettera con una semplice richiesta: «Per cortesia, mi cancelli dal suo indirizzario».

da “La via di fuga. Sulle tracce di un criminale nazista”, di Philippe Sands, Guanda editore, 2021, pagine 468, euro 25