Coercizione extraterritorialeCosì gli Stati europei assecondano (in)volontariamente le autocrazie

Dall’estradizione di attivisti perseguitati al controllo draconiano delle migrazioni, gli stati occidentali favoriscono silenziosamente i regimi autoritari. A spiegare questa situazione è recente report di Freedom House

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

La coercizione extraterritoriale contro gli esuli e le diaspore degli stati autoritari è ormai un fenomeno globale.

Un recente report di Freedom House, che indaga sulla portata della repressione transnazionale, specifica che dal 2014 almeno 31 paesi di origine hanno compiuto omicidi, aggressioni, rapimenti e altri attacchi contro vittime in 79 paesi ospitanti in tutto il mondo.

Che si tratti della Cina che perseguita gli ex funzionari del governo e delle minoranze etniche, dell’Arabia Saudita che insegue i giornalisti in esilio o del Ruanda che rapisce i critici del governo, i governi autoritari sono sempre più determinati quando si tratta di controllare le loro popolazioni all’estero.

Gli strumenti utilizzati vanno da omicidi e consegne forzate a elenchi dell’Interpol e cancellazioni di passaporti, nonché sorveglianza digitale e molestie online. E se gli agenti del regime non riescono a raggiungere i loro obiettivi all’estero, se la prendono con le loro famiglie e i loro amici a casa.

La globalizzazione e la proliferazione delle tecnologie digitali hanno consentito agli Stati autoritari di estendere la propria azione ben oltre le proprie giurisdizioni. Se gli agenti del regime sono i principali autori della repressione transnazionale, le loro pratiche autoritarie sono spesso rese possibili e sostenute dalle democrazie occidentali e dal settore privato.

Le forze dell’ordine europee spesso non hanno la capacità di identificare e affrontare i tentativi di repressione transnazionale. Il 16 marzo 2021, il video blogger azero Mahammad Mirzali è stato picchiato e accoltellato in pieno giorno per le strade di Nantes, nella Francia occidentale. Il blogger in esilio gestisce un canale YouTube con circa 265.000 abbonati, dove si occupa regolarmente di violazioni dei diritti umani e corruzione sotto il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev.

Mirzali ha affermato che l’attacco è stato un tentativo del governo dell’Azerbaijan di farlo tacere. Una settimana dopo la sua dimissione dall’ospedale, Mirzali ha ricevuto un sms: «Questo è l’ultimo avvertimento, vedi che cosa siamo capaci di fare, non abbiamo paura di nessuno».

«Sono andato più volte alla stazione di polizia per chiedere protezione, ma non fanno nulla. Non mi sento al sicuro in Francia, voglio trasferirmi in un altro paese dove mi senta protetto», ha detto il blogger.

L’organizzazione Committee to Protect Journalists ha invitato le autorità francesi a indagare sull’attacco e ad «assicurare che Mirzali e altri blogger e giornalisti in esilio possano esercitare il proprio diritto alla libera espressione senza dover temere per la propria vita».

Allo stesso modo i dissidenti vietnamiti in Germania, da anni presi di mira da hacker sponsorizzati dallo stato, si sentono lasciati soli dalle autorità tedesche anche dopo aver fornito rapporti dettagliati sugli attacchi. Le procedure appropriate di sensibilizzazione della polizia che segnalano il sostegno alle comunità a rischio di repressione transnazionale sono rare e, quando esistono, spesso mescolate con sforzi per contrastare l’estremismo violento.

In altri casi, le forze dell’ordine in Europa sono manipolate da governi repressivi. Alcuni Stati autoritari sfruttano il sistema di cooperazione di polizia dell’Interpol per perseguitare i critici del regime, i difensori dei diritti umani e i giornalisti all’estero. L’Interpol è diventata un ottimo esempio di come i paesi non democratici possono espandere la loro azione ben oltre le giurisdizioni nazionali attraverso la partecipazione a organizzazioni internazionali.

Nonostante le recenti riforme che affrontano l’abuso del sistema dell’Interpol, le forze di polizia nazionali faticano ancora a distinguere tra casi politici e penali nel valutare la legittimità di una richiesta di avviso rosso. Le persone elencate nel database per motivi politici vengono comunque arrestate e deportate.

A giugno 2020 l’Austria ha estradato Hizbullo Shovalizoda, attivista dell’opposizione tagika, nella capitale del Tajikistan Dushanbe, nonostante le richieste degli attivisti per i diritti umani di fermare la sua estradizione. Shovalizoda è attualmente detenuto in custodia ed è stato condannato a 20 anni di carcere con l’accusa di estremismo dopo un processo a porte chiuse. Nel frattempo un tribunale austriaco ha invalidato la sua estradizione.

Anche il regime sempre più duro di controllo delle migrazioni dell’Unione europea fa il gioco dei dittatori. Le misure di esternalizzazione delle frontiere spingono le persone che cercano rifugio dall’oppressione più lontano dal territorio europeo che dovrebbero raggiungere per attivare meccanismi di protezione. I migranti politici rischiano di finire intrappolati in paesi terzi ed esposti alla longa manus dei regimi d’origine. Alcuni dissidenti iraniani in Turchia, ad esempio, hanno subito frequenti molestie da parte di agenti del governo iraniano, mentre altri sono stati arrestati e deportati a Teheran.

Inoltre, le politiche migratorie dell’UE forniscono attrezzature militari e formazione sulla sicurezza ai paesi lungo le rotte migratorie, incoraggiando così i regimi autoritari a sopprimere la società civile, dentro e fuori i loro confini. Nel 2020, un’indagine dell’organizzazione di advocacy Privacy International ha rivelato che un’agenzia delle forze dell’ordine UE ha formato le autorità di sicurezza in paesi come Marocco, Turchia e Algeria sul monitoraggio e la manipolazione dei social media, tecniche utilizzate anche per minacciare i dissidenti esiliati.

L’Europa è anche sede di alcune delle aziende leader a livello mondiale nelle tecnologie di sicurezza e sorveglianza. Alcune di queste società sono profondamente coinvolte nella costruzione di sistemi di frontiera militarizzati, mentre altre commercializzano direttamente i loro prodotti e servizi nei paesi autoritari.

Aziende come FinFisher con sede in Germania, BAE Systems nel Regno Unito e Hacking Team in Italia hanno venduto sofisticati spyware a governi noti per i loro precedenti di violazioni dei diritti umani, tra cui Egitto, Marocco, Kazakhstan, Arabia Saudita e Turchia. Questi strumenti sono ufficialmente destinati all’antiterrorismo e al controllo della criminalità, ma sono stati spesso utilizzati contro la società civile. Le tecnologie digitali hanno fornito ai regimi repressivi nuovi strumenti per monitorare e reagire alle attività degli esuli con maggiore portata e velocità.

Nel 2019, l’allora relatore speciale delle Nazioni unite sulla libertà di opinione e di espressione, David Kaye, considerava la minaccia di un’industria dello spyware non regolata così grave da richiedere un’immediata moratoria globale sulla vendita, il trasferimento e l’uso della tecnologia di sorveglianza fino a quando non saranno messe in atto rigorose tutele dei diritti umani.

A marzo 2021, l’Unione europea ha adottato nuove regole di controllo delle esportazioni sulla tecnologia di sorveglianza. La normativa dovrebbe imporre un maggiore controllo sul commercio di tecnologie sorveglianza dell’UE imponendo agli Stati membri di segnalare pubblicamente il numero di domande di esportazione ricevute per ciascun tipo di tecnologia e destinazione dell’esportazione. Tuttavia, le organizzazioni della società civile criticano il fatto che altre restrizioni previste nelle versioni precedenti del disegno di legge siano state annacquate a seguito delle pressioni dell’industria privata e degli Stati membri con interessi nelle esportazioni.

L’UE e i suoi 27 Stati membri non sono riusciti a trovare una posizione coerente sulla repressione transnazionale, e continuano a lodare e collaborare con i governanti autocratici che esportano la repressione nei loro stessi territori. Solo l’anno scorso, il presidente francese Emmanuel Macron ha decorato l’omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi con la Gran Croce della Legion d’onore, il più alto riconoscimento francese. Sotto il regime di al-Sisi, l’Egitto sta attualmente vivendo la più brutale repressione del dissenso nella sua storia recente, tra cui minacce contro gli esuli in tutta Europa. Altri autori di repressione transnazionale, come l’Azerbaijan e il Kazakistan, si affidano a consulenze private per coltivare relazioni intime con i decisori politici in diversi paesi europei.

In tal modo, le democrazie occidentali acconsentono silenziosamente all’estensione repressiva degli stati autoritari. Gli atti di repressione transnazionale violano il diritto internazionale e interferiscono nella sovranità degli Stati ospitanti. Le minacce contro gli emigrati politici minano il dibattito pubblico e i processi di responsabilità nelle nostre società democratiche.

La crescente sfrontatezza dei regimi autoritari richiede una risposta ferma. L’UE ha utilizzato la propria versione recentemente introdotta del ”Magnitsky Act” degli Stati Uniti per imporre restrizioni alle persone implicate in gravi violazioni dei diritti umani in paesi come Russia e Cina. Dovrebbe seguire il governo degli Stati Uniti anche nell’istituire misure come il Khashoggi Ban, una nuova politica di restrizione dei visti che vieta alle persone impegnate in «attività anti-dissidenti serie ed extraterritoriali» di entrare negli Stati Uniti. Chiamare la repressione transnazionale per quello che è sarà un primo passo positivo per affrontarla.

L’attuale silenzio dell’UE e dei suoi Stati membri non fa che aiutare i dittatori a farla franca con le violazioni dei diritti in patria e le incursioni in territorio straniero.