Aspettative disatteseSui vaccini i Balcani si sentono abbandonati dall’Unione europea

L’inazione di Bruxelles ha portato i Paesi della regione a guardare verso Mosca o Pechino per i rifornimenti di farmaci fondamentali in questo momento. Il rafforzamento del legame con le potenze extraeuropee potrebbe però compromettere le già indebolite prospettive di adesione

AP/Lapresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

«Nel corso della pandemia, l’Unione europea ha dimostrato di trattare i Balcani occidentali come partner privilegiati. Continuiamo ad agire in questo spirito per i vaccini». È con questa frase che il 28 dicembre 2020 il Commissario all’allargamento Olivér Várhelyi aveva commentato l’adozione di un pacchetto di aiuti di 70 milioni di euro finalizzato ad aiutare i paesi dei Balcani occidentali a accedere ai vaccini.

Mesi dopo, con i piani vaccinali sostanzialmente fermi in quasi tutti i Paesi dell’area, il sentimento generale nei Balcani occidentali è però quello di essere stati abbandonati dall’Unione europea. I Paesi candidati sono stati invitati ad accedere ai vaccini solo tramite Covax, il programma internazionale che mira a distribuire il vaccino anche ai paesi più poveri e di fatto ad oggi dall’Europa sono arrivate pochissime dosi.

Per quanto processo di vaccinazione e approvvigionamento stesso dei vaccini siano questioni su cui stanno incontrando difficoltà tutti gli stati membri, il non aver incluso i paesi candidati e potenziali candidati nel piano vaccinale dell’Unione europea, consentendo loro di negoziare collettivamente quantità di dosi e prezzo da pagare, ha denotato non solo un errore strategico sul piano prettamente sanitario – visti i legami commerciali e le interazioni costanti fra cittadini dei Balcani occidentali e il resto dell’Europa – ma anche miopia politica.

Vuoti che si riempiono
Gli Stati balcanici si sono sentiti girare le spalle dall’Unione europea, vedendo disattese le loro aspettative e rafforzando quel sentimento storico di non essere considerati davvero parte dell’Europa. Sentimento alimentato dal rallentamento che negli ultimi anni ha subito il progetto di integrazione europea, che sta generando una tendenziale disillusione da parte delle opinioni pubbliche dei Balcani occidentali nei confronti dell’Unione europea.

Questo ha aperto ulteriormente lo spazio di azione politica di quelle potenze che hanno interessi nell’area, e portano avanti una politica estera che si muove su binari alternativi a quelli di Bruxelles, quando non in aperta contraddizione con le finalità e con i valori costitutivi su cui si fonda il sistema politico europeo.

Fra tutte, spiccano la Cina e la Russia, che hanno deciso di adottare una strategia diversa da quella dell’Unione per quanto riguarda i vaccini e, invece di puntare all’obiettivo di raggiungere la massima copertura vaccinale sul piano interno nel minor tempo possibile, hanno optato per utilizzare i vaccini come merce di scambio per intessere, e rafforzare, relazioni diplomatiche bilaterali. Anche con i Paesi dell’area balcanica, riempiendo il vuoto lasciato dall’Unione europea.

Vari Paesi dell’area si stanno dotando di dosi di vaccini di produzione cinese (Sinopharm e Sinovac) oppure, in minore misura, del vaccino russo Sputnik V. Fra tutti spicca la Serbia, che fra dosi già ricevute ed altre in arrivo si è assicurata 3.5 milioni circa di dosi di vaccino cinese, diventando il primo paese europeo per percentuale di persone completamente vaccinate (16,3%), e fra i primi per persone con almeno un’iniezione fatta (21,7%).

Vista la grande quantità di vaccini disponibili in rapporto alla popolazione, la Serbia ha deciso inoltre di rendere possibile l’accesso alla vaccinazione anche ai residenti di altri Paesi dell’area qualora si fossero recati a Belgrado, oppure donando dosi di vaccino ai Paesi limitrofi, con azioni politiche dalla forte valenza simbolica, soprattutto considerando quelle inviate alla Republika Srpska, in Bosnia Erzegovina, o alle zone a prevalenza serba in Kosovo (senza informarne il governo di Pristina).

La Serbia ha anche annunciato l’intenzione di voler produrre sul proprio territorio il vaccino cinese Sinopharm, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti.

La situazione potrebbe addirittura complicarsi in modo paradossale qualora, per via dei suoi numeri, la Serbia fosse inserita fra quei Paesi con tassi di vaccinazione più alti della media dell’Unione, verso cui oggi Bruxelles sta valutando il blocco dell’export dei vaccini prodotti in Europa. Questa eventualità esacerberebbe senza dubbio gli animi allargando il divario fra le direttrici di politica estera su cui si stanno muovendo i paesi candidati e Bruxelles.

Questione, quella della coerenza nella politica esteradell’Unione nei confronti dei Paesi candidati fortemente sottolineata anche dai rapporteur sull’allargamento al Parlamento Europeo nella plenaria dello scorso 25 marzo, in cui sono state votate risoluzioni sul processo di integrazione europea di Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Serbia.

650.000 dosi gratuite
Dopo lunghe settimane di stallo a fine marzo la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato l’imminente invio di 650.000 dosi di vaccino Pfizer, a titolo gratuito, per consentire la vaccinazione del personale sanitario e dei soggetti più vulnerabili dei Paesi dei Balcani occidentali.

Un passo importante per dare la misura della differenza fra l’impostazione europea e quella delle altre potenze nei confronti dell’area.

Per quanto infatti l’azione delle istituzioni europee sia rallentata necessariamente dai passaggi intermedi propri del suo processo decisionale, il suo intervento è improntato alla salvaguardia dei cittadini e si articola con donazioni e progetti coerenti col processo di integrazione europea dei paesi dell’area.

Lo stesso non si può dire delle potenze extraeuropee, che portano avanti interessi politici ed economici con il loro soft power sui vaccini anteponendo gli stessi agli interessi dei propri cittadini. Ad oggi la Russia, ad esempio, ha vaccinato solo il 5,1% della popolazione, contro l’12,6% della media dell’Unione europea.

Inoltre la differenza di fondo tra le relazioni tra Unione europea e Balcani occidentali, e quella tra questi ultimi e le altre grandi potenze, risiede nelle loro finalità ultime: solo nel primo caso si ragiona sulla futura condivisione delle istituzioni e dello spazio politico. Le relazioni diplomatiche negli altri casi possono solo portare i Balcani a diventare perlopiù “Stati satellite”.

Questo può essere vantaggioso in alcuni casi, come l’attuale, ma spesso le prospettive rischiano d’essere decisamente meno promettenti, visto la natura predatoria che possono assumere queste relazioni.

Differenza sostanziale che va tenuta presente da tutti gli attori in campo. Dai candidati, ufficiali e potenziali, perché non sprechino le occasioni che si presentano di avanzare nel processo di adesione. Per i Paesi membri perché non trascurino le relazioni con i Balcani occidentali, rischiando di favorire la penetrazione di potenze concorrenti in quello che è nei fatti un’enclave extra-Unione europea in Europa, e le cui instabilità si ripercuoterebbero sull’Unione tutta.

Per il futuro di tutti i Paesi coinvolti sarebbe fondamentale rinnovare gli impegni presi, evitando di agire per il ritorno politico nel breve periodo, soprattutto se dettato dall’agenda politica nazionale.

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