Dal bosco al tappoI segreti della filiera sostenibile del sughero sardo

La storia complessa di un materiale sempre più presente nella nostra quotidianità e che in Italia viene prodotto grazie a un catena produttiva dove sensibilità ambientale non è solo una regola da rispettare, ma un mantra da seguire

A lungo impiegato come isolante nei nuraghi e nelle navi romane, è componente di recipienti, utensili, calzature e pavimenti. Ma è ancora più popolare sotto forma di tappo, utilizzato per sigillare le bottiglie e garantire le proprietà organolettiche del vino. Stiamo parlando del sughero, ovvero la parte di rivestimento di fusto e radici delle piante legnose. Particolarmente pregiato e richiesto è quello della sughera.

La sughereta sperimentale

Tra le sue filiere più sostenibili, quello che nasce fra i grandi massi di granito della Gallura, nel nord-est della Sardegna, merita particolare attenzione. Qui, tra i boschi di Tempio Pausania – comune di 12mila anime in provincia di Sassari -, si trova la sughereta sperimentale Cusseddu-Miali-Parapinta.

Una distesa verde di 67 ettari di proprietà pubblica che, gestita dal Servizio della ricerca per la sughericoltura e la silvicoltura di Agris Sardegna, detiene un primato di tutto rispetto: essere la sughereta che, prima al mondo, ha ottenuto nel 2005 la verifica FSC – il principale e più riconosciuto sistema internazionale di garanzia del settore forestale – dei servizi ecosistemici, e più recentemente la verifica degli impatti positivi di tale gestione sui servizi naturali. Come lo stock dell’anidride carbonica, la conservazione della biodiversità, delle fonti idriche, del suolo e delle funzioni turistico-ricreative e culturali.

Uno scrigno certificato di biodiversità

Questo bosco gestito, oltre ad assorbire circa a 8881 tonnellate di anidride carbonica equivalente, ospita oltre 26 mila piante tra sughera (il 70%), roverella, leccio e frassino, oltre a una sezione “naturale” lasciata alla libera evoluzione a partire dagli anni ’60.

Il polmone verde è casa di oltre 400 specie di piante, fra cui alcune protette dalla Convenzione di Washington e 14 specie di orchidee, 218 tipi di funghi, 42 specie di uccelli (il 16,8% delle specie presenti in Sardegna).

L’area accoglie anche cinghiali, ricci, volpi, donnole, martore e lepri.

«Frequentata da cercatori di funghi, asparagi e cacciatori, questa distesa verde è sottoposta ad una attenta e ciclica attività di manutenzione, che richiede circa 90mila euro l’anno – spiega a Linkiesta Pino Ruiu, responsabile della sughereta – Divisa in 12 sezioni per favorire la rotazione del decespugliamento selettivo, che avviene ogni 3 anni, e tenere sotto controllo il livello arbustivo scongiurando il rischio incendi, è sottoposta, grazie alla collaborazione con l’università di Sassari, ad esperimenti di fisiologia sulle sughere, anche allo scopo di tutelarle dall’attacco di funghi e altri parassiti».

Attraversata da una serie di canali costeggiati da ontani – importanti nelle aree riparali -, la distesa verde non viene sottoposta all’abbattimento degli alberi, e la parte arbustiva tagliata viene lasciata sul suolo al fine di arricchirlo, spiega Ruiu.

Sempre a Tempio Pausania, la filiera del sughero sostenibile comprende anche i 103 ettari della sughereta Baldu di proprietà del Gruppo Molinas, che ha da poco avviato il processo di certificazione FSC della filiera, decidendo di attivare anche la richiesta di verifica per tre servizi naturali legati alla proprietà forestale: la conservazione della biodiversità, il sequestro e lo stoccaggio del carbonio e i servizi ricreazionali.

In questo modo, la sughereta assume un duplice valore: economico – per l’ottenimento del prodotto sughero – ma anche ambientale.

La gestione sostenibile dell’area e dell’intera filiera è garantita dal Piano di Gestione, che ha l’obiettivo di generare un modello di gestione il più vicino possibile alla naturalità, perseguendo la produzione del sughero attraverso una corretta conduzione dell’esistente e la rinnovazione naturale del bosco.

«Per dare maggiore valore alla gestione responsabile delle aree forestali e quantificarne gli impatti positivi, il Forest Stewardship Council – spiega il Direttore di FSC Italia, Diego Florian – ha sviluppato la procedura di verifica dei servizi naturali. L’Italia è stato il primo Paese al mondo, nel 2018, a verificare un’area forestale per tutti e cinque i servizi naturali (stock di CO2; conservazione della biodiversità, del suolo e delle fonti idriche; gestione delle funzioni turistico-ricreative e culturali). Da allora sono sei le realtà entrate in questo circuito virtuoso, per un totale di oltre 48.000 ettari in cinque regioni (Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia, Toscana), a cui ora si aggiungono ora gli esempi virtuosi di Agris Sardegna e Molinas».

La fase di estrazione

Quello del sughero è un settore ecosostenibile per definizione, tiene a precisare Ruiu. «Si ricava la materia prima dalla natura e la si usa. Non la si sfrutta». In questa filiera sostenibile, la fase culminante, e tra le più delicate, è quella dell’estrazione.

Quella della decortica, infatti, è considerata un’arte che non si insegna tra i banchi di scuola. Si apprende e perfeziona sul campo.

Si effettua ogni 8-10 anni, per permettere all’albero di ricostruire il suo “cappotto”, evitando di stressare la pianta e comprometterne la longevità garantendo parallelamente una migliore qualità del prodotto finale. Allo stesso fine, si effettua una decortica parziale e mai totale: non deve superare la misura equivalente al doppio della circonferenza del tronco. Se dunque quest’ultimo misura 60 cm, verranno decorticati non più di 120 di sughera.

Questo non accade nella Penisola iberica, leader mondiale nella produzione del sughero, dove si cerca di sfruttare il più possibile l’albero, ottenendo inizialmente un maggiore ricavo economico ma una minore resa a lungo termine, sia a livello di qualità che di quantità. In questo modo, infatti, la sughera perisce prima e fornisce un prodotto meno pregiato.

La decortica è tutt’oggi un’attività che, effettuata in coppia, prevede l’utilizzo di una scure, scongiurando così il rischio di lesionare quella che qui viene chiamata “mammina”, ovvero la parte vitale del tronco. I tentativi di automatizzare questa fase sono infatti tutti naufragati: il processo necessita della sensibilità umana.

A valutare la sostenibilità di questa attività c’è Maria Rita Gallozzi, lead auditor a livello nazionale del settore di verifica che concerne anche la parte legale – come il pagamento dei contratti –, il rispetto dei protocolli di sicurezza e gli impatti ambientali, ad esempio se le specie forestali presenti sono rare o inserite nella lista rossa della flora a rischio estinzione.

Il lavoro di Gallozzi consiste dunque nel capire se le foreste sono gestite in modo sostenibile tanto dal punto ambientale quanto economico e sociale. Appurato questo, l’ente (come FSC) per il quale Gallozzi effettua le verifiche, rilascia la certificazione, oggi sempre più richiesta perché rappresenta un riconoscimento internazionale di etica socio-ambientale che apre le porte dei contratti: «chi vuole vendere oggetti in legno o che derivano dal legno vuole dimostrare ai suoi clienti di essere virtuoso», spiega Gallozzi.

Dal bosco alla fabbrica

La filiera si sposta così dal bosco alla fabbrica. Gran parte del sughero estratto nelle foreste diventa tappo: se ne ricavano fino 5 mila per ogni quintale di materiale decorticato.

Questo accade all’Azienda Molinas che, da 100 anni porta avanti l’attività a Calangianus (Sassari) producendo 2 milioni di tappi al giorno.

È dunque un uno di questi complessi industriali che il sughero continua la sua filiera sostenibile: il prodotto, infatti, viene interamente utilizzato in un processo di economia circolare. Quello che non viene giudicato adatto a diventare tappo viene destinato alla combustione, insieme ai residui di potature provenienti dalle sugherete di proprietà, garantendo la produzione di vapore e calore per i reparti di lavorazione prodotto.

L’Azienda Molinas è stata certificata a febbraio catena di custodia, ovvero impegnata in un processo che ha l’obiettivo di garantire al consumatore finale che il tappo di sughero proviene effettivamente da una foresta certificata.

Nello stabilimento di oltre 50mila metri quadrati viene portata la corteccia proveniente dalle sugherete, pronta ad essere sottoposta al processo di stagionatura. È in questo luogo che il sughero viene stoccato, pesato e valutato.

Inizialmente viene sottoposto, per un anno, a una stagionatura naturale, cioè viene esposto all’aria aperta e dunque agli agenti atmosferici. Questo incentiva il movimento delle cellule, la caduta di polveri e impurità, la perdita di umidità strutturale e l’acquisizione di stabilità.

Poi segue la fase della bollitura, di circa 1 ora, che richiede l’utilizzo di sola acqua di fonte: quella di rete presenta una quantità di cloro che agevola il tricloroanisolo (Tca), una sostanza che dà il “sentore di tappo” quando il sughero viene contaminato da un fungo, spiega Ruiu.

Una volta bollito, il sughero viene asciugato e selezionato. Delle plance, ovvero le sezioni di sughera decorticata, viene quindi controllato spessore. Se riscontrano difetti, non possono continuare il processo per diventare tappi ma diventano biomassa o isolante nel campo dell’edilizia.

Se invece superano la verifica, le plance vengono fustellate, ovvero tagliate in strisce. Le fasi successive prevedono una selezione elettronica – in grado di esaminare fino a 10mila tappi l’ora, per coglierne eventuali imperfezioni -, un’analisi olfattiva da parte di addette appositamente selezionate, che avviene dopo avere inumidito il prodotto (per esaltarne l’aroma), che viene annusato uno ad uno. Infine, l’analisi chimico/fisica per cogliere la fetosità e l’analisi della forza di torsione, per garantire la sua stabilità una volta inserito nel collo della bottiglia.

Il sughero è ormai pronto per arrivare sulle nostre tavole. Prima, però, dovrà assumere il giusto colore. Se immerso in una soluzione di acqua ossigenata diventerà quasi bianco, viceversa, se in acido citrico, assumerà un colore più scuro.

«Le foreste di sughera sono un vero patrimonio, da proteggere e valorizzare; ciò ha condotto l’Azienda a pianificare un processo di gestione responsabile che ha permesso di ottenere la Certificazione FSC per la filiera e ad intraprendere l’iter per il conseguimento della Certificazione di Gestione Forestale Sostenibile per una sughereta di proprietà – chiude Andrea Martinez, responsabile per la certificazione FSC di Molinas Spa – L’auspicio è di poter incrementare il numero di superfici e foreste certificate».

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