Oggetto d’amoreLa vita felice è fatta di tenerezza, banchetti e ritratti di famiglia

La ricorrenza del primo incontro, lui e lei mano nella mano, la foto con i genitori. Il racconto breve di un’istantanea centenaria e ferma nel tempo eterno dello scatto di un attimo

Unsplash

Disse che sarebbe tornata, mano nella mano, con un ragazzo. Non il primo ragazzo qualsiasi ma il primo ragazzo qualsiasi come tutti però bello che avrebbe incontrato, perché la bellezza del soggetto conta in ogni composizione. Lo disse e uscì. Tornò dopo non molto, c’è chi dice dopo un quarto d’ora, c’è chi dice tre quarti d’ora, c’è chi dice di più. Chi lo dice? Si dice per dire.

Tornò col ragazzo bello per mano. Stringeva la mano di lui da quando incontrandolo gli aveva detto “sei mio, non ti dibattere” a quando, eccola qui, entra nella sua casa da ragazza.

Entra nel tinello col soggetto condotto a mano. Il tinello si presenta come una voce dell’enciclopedia: è lo spazio adiacente alla cucina con la quale comunica (non so se dialoga), adibito alla consumazione dei pasti, anche soggiorno, anche salotto genericamente. Anche la mobilia e gli arredi sono detti tinello, acquistandoli in blocco. Insomma, il tinello è come nella foto.

Tutto è come nella foto: il padre è istantaneo, istantanea la madre. Fermi nel tempo eterno dello scatto di un attimo.

Poi si muovono senza seguire con lo sguardo quello che fanno le braccia e le mani, per esempio prendere una sedia, posare una stoviglia, un oggetto, un giornale. I loro sguardi oscillano dalla ragazza al ragazzo bello, i loro occhi sbattono un po’ come piccioni disturbati nella piccionaia, poi si posano sul ragazzo bello che per i loro sguardi è appunto un posatoio. E la lentezza li ha in pugno.

Lei nel pugno ha il suo bel ragazzo. Stringe la sua mano da quando lo ha incontrato. Ora, dopo una piccola sosta per la foto e per dire “visto che l’ho trovato?” (è qui il segreto svelato di quell’espressione), sorridendo con la convinzione di chi dice la frase più giusta, con la mano induce il ragazzo bello a fare un passo avanti, lo inoltra (non c’è altra parola) e lo pone in scena come una borsa della spesa sul tavolo, con dentro tutto quel che occorre perché la giornata continui senza che nulla manchi, l’ovvio ciuffo di sedano sporgente.

Anche il ragazzo bello sorride. Mettiamo che dalla borsa posata sul tavolo spunti fuori la testa di un pesce accanto al ciuffo di sedano, ecco, il ragazzo ha il sorriso di quel pesce, il sorriso largo del merluzzo che, fuori della sua acqua, assume sempre questa posa sorridente da soggetto in una foto, con i capelli pettinati a sedano. Quel sorriso di chi non sa ancora in quale teglia o padella accomodarsi o su quale sedia sedere, quale posto occupare per destinazione o destino, un sorriso atterrito come spesso è il sorriso quando il terrore potrebbe ancora nascondere la piacevole sorpresa (è cosa di un attimo, lo stesso attimo dello scatto fotografico).

L’aspetto del ragazzo coincide col suo pensiero, cosa vera per tutti i pesci fuori del loro elemento, che hanno il pensiero non più nella testa ma fuori di sé, stampato su tutta la testa, quel pensiero prima boccheggiante, poi fermo per sempre, il pensiero che tutto questo non può essere ma è. Però, siccome è non potendo essere, vuol dire che è destino. Ecco come nascono le frasi fatte per durare, nascono da contraddizioni risolte in tempi brevi.

Anche le foto sono contraddizioni risolte in uno scatto d’orgoglio fotografico, così che ogni soggetto umano nel tinello è anch’esso arredo, è tinello, è mobile, anch’esso immobile, trafitto dalla fermezza di un unico scatto in blocco, anche acquistabile se il fotografo ha una certa fama (di questo stiamo parlando, di che altro sennò?).

Poi lei lo strattona e lo trascina come una ragazzina trascinerebbe un ragazzino a giocare nella sua camera da ragazza. Il ragazzo sbatte con la spalla contro lo stipite della porta perché la meraviglia ha allargato il suo ingombro.

Nella stanza lei lo colma d’amore, lo riempie davvero di grandi afflati soffiati da mantici energici, finché lui scoppia e si affloscia a brandelli, umido ovunque poiché è esploso come un palloncino gonfiato col fiato. Lei, che ha divorato un intero merluzzo fresco, passa, saziata, la lingua sulle proprie labbra. È sudata, i capelli densi, quasi pennellati sulla testa e sulla fronte, a striature sulle guance come fosse uscita dall’acqua nella quale ha pescato quel pesce.

Divaricata su di lui, lo contempla come un mare al tramonto, un esterno in interni (ma è sempre consigliabile non ricorrere a questi effetti pacchiani). Nelle narici dilatate aspira di nuovo a sé l’anima che ha sparso su quello sconvolgimento, come se ne fosse spogliata e adesso se ne rivesta. L’anima è spesso una vestaglietta leggera, trasparente perché il corpo sia sempre un po’ leggibile attraverso.

Quando escono dalla camera della ragazza, la madre ha preparato la cena per quattro.

Passa il tempo. I due ragazzi lavorano, perché se no il racconto non sarebbe verosimile, hanno (come è vero per tutti) la loro vita e i loro passatempi, i vaghi interessi, che sono più briosi di quelli ostinati e spesso ottusi, insomma risolvono la questione dell’esistenza accumulando i giorni uno sull’altro come i fogli di carta di una risma. Fogli anche bianchi.

Perché darsi la pena a scrivere le sciocchezze? Vivono insieme? E io che ne so? Perché dovrebbero? Non è cosa, questa, che interessa a una foto. So solo che condividono la ricorrenza del loro primo incontro. Tornano in quella casa dall’arredamento immutabile.

Quel giorno lei terrà lui per mano e entrando dirà “visto che l’ho trovato?” e, dopo lo scatto eterno dell’attimo, lo porterà con sé, nella sua camera che è rimasta la stessa. Ecco cosa vuol dire portare qualcuno sempre nel cuore, in un cuore arredato come un tinello e una camera da ragazza (nel cuore umano la circolazione è doppia).

La madre sorriderà all’obiettivo, poi lo sguardo le cadrà per inerzia sul padre che, risvegliato dalla malinconica sopportazione di ogni evento al mondo, dispiegherà la tovaglia sul tavolo, prima spandendola gonfia verso l’alto per provare quella sollecitazione nell’ombelico (che è quello che per l’acqua è il mulinello): il pungente piacere nostalgico di chi alzò le vele per vederle cadere.

Passato il tempo che deve passare perché la ragazza offra a sé stessa il piacevole sterminio di un uomo, parteciperanno tutti alla cena commemorativa. Di amore e banchetti è fatta la vita felice.

E ci fermiamo qui prima che qualcuno, passato altro tempo, muoia, o che arrivino, come si dice, i bambini a scompigliare tutto, a infrangere con una pallonata casalinga il vetro della foto. Perché so tutto questo? Perché sono io quel vetro, un testimone limpido, veritiero per trasparenza.

Per la verità, tutto è finito da un bel pezzo, la foto è centenaria e andrà all’asta il 29 del mese, la cornice è coeva, coevo il vetro. Il testo è la descrizione che accompagna l’oggetto (di questo stiamo parlando, di che altro sennò?).

Prossimamente nella riedizione allargata di Oggetto d’amore.

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