Dibattito sulla giustiziaSventurata la terra che pensa ancora di aver bisogno di giudici “eroi”

È urgente interrompere quel perverso circuito tra tribunali e informazione che è stato alimentato da una trentennale ubriacatura populista. E riaccompagnare la magistratura al ruolo previsto dalla Costituzione. Se non ci riuscirà il Parlamento, ci dovranno riuscire i cittadini con il referendum. Ne parliamo stamattina in un incontro su Zoom

Photo by Gabriel Bassino on Unsplash

Il 24 e 25 giugno sciopereranno tutte le camere penali per protestare contro la sostituzione del gip di Verbania “garantista”, che ha scarcerato i dirigenti della funivia del Mottarone, da parte del pm che non ne ha apprezzato la scelta di puntuale ossequio alla Costituzione e che evidentemente li voleva dare in pasto all’opinione pubblica, per l’ennesimo processo di piazza a dei presunti colpevoli trasformati in vittime sacrificali di quel circuito mediatico-giudiziario dominante da decenni nel nostro Paese.

Al centro della protesta degli avvocati non c’è però solo la solidarietà a un vittima del giustizialismo imperante attraverso un atto senza precedenti, ma la richiesta della separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pm, che conducono le indagini e che costituiscono l’accusa) e la magistratura giudicante (corti e giudici di tribunali, che emettono le sentenze), per superare le disparità tra accusa e difesa, tra pm e avvocati difensori.

Una iniziativa potremmo dire di lotta che cade in un momento particolarissimo della vita politica nazionale nella quale la questione della “giustizia ingiusta” esplode come una bomba nei fragili equilibri tra i diversi poteri e livelli istituzionali su cui poggia la democrazia italiana, mettendo in evidenza l’impellente necessità di riportare nell’alveo della Costituzione il ruolo e l’agire della magistratura.

Mentre il Paese era piegato sotto i colpi terribili dell’attacco pandemico, sull’onda del processo Palamara e della scoperta di molteplici episodi di malagiustizia – dove “mala” sta per politicizzata e ideologizzata oltre che corrotta e inefficiente – si è rotto l’incantesimo che ha dominato la vita pubblica italiana da dopo Tangentopoli, fondato sul primato morale della magistratura inquirente.

Infatti, l’esercizio della giurisdizione si era progressivamente intrecciato nel sempre più esplicito controllo dell’etica pubblica, attribuitogli da un’opinione pubblica sempre più assuefatta al messaggio di un giornalismo che lucrava sulla retorica della denuncia contro “il malaffare”: una casta di burocrati statali che fornivano ai cittadini un servizio sempre peggiore, con il supporto di un’altra casta di mezzibusti televisivi alla ricerca del “marcio” che si annidava nel potere, era stata capace di trasformarsi in un “ordine” templare a difesa dell’etica pubblica.

Ovviamente, la minaccia proveniva dalla casta politica racchiusa nella “partitocrazia”, che la fine della Guerra fredda e del capitalismo fordista statalmente organizzato aveva fortemente indebolito, perché aveva fatto crollare i presupposti sistemici internazionali su cui si fondava la sua inamovibile riproducibilità. Dagli inizi degli anni Novanta, nell’era della globalizzazione e della crisi dello Stato nazione, la forza della politica doveva trovare una nuova legittimazione nella sua capacità di riformarsi per riformare lo Stato e il sistema nel suo complesso.

Il “poco di fatto” della stagione referendaria del 1991-93, le opacità crescenti nel finanziamento dei partiti scoperte dai magistrati di “Mani pulite”, l’attacco portato “al cuore dello Stato” dalla criminalità organizzata spesso collusa con il potere politico nazionale e locale, l’incapacità dei partiti di rinnovarsi profondamente, testimoniano il fallimento della politica nel guidare un passaggio di fase profondo nella storia italiana, non molto meno grave di quello del Dopoguerra.

Ma allora i partiti erano riusciti a tirare fuori il Paese dalle macerie della guerra, collocandolo nel campo della democrazia occidentale e guidando il passaggio da un Paese agromanifatturiero a una grande democrazia industriale; negli anni Novanta del secolo scorso questo non si verificò e l’affermazione della magistratura come guida morale della nazione si andò configurando come casamatta della sinistra indebolita per contrastare l’affermarsi della prima soluzione populista della crisi sistemica della democrazia italiana: un misto di etnopopulismo di stampo leghista e un neopopulismo elitista guidato dal partito personale di Silvio Berlusconi, che da liberal-liberista delle origini si trasforma rapidamente in antimercatista, antiglobalista e antieuropeista con il sovraccarico di difesa delle tradizionali oligarchie economiche e corporazioni sociali tradizionali.

Il “partito dei giudici” si rafforza man mano che la sinistra, e il Pds/Ds/Pd in particolare, gli consegna una delega politica a condurre in prima persona la battaglia contro il berlusconismo e il “forzaleghismo” impersonato da Giulio Tremonti: una delega inversamente proporzionale alla capacità di contrastare Berlusconi sul piano politico e che non viene meno nemmeno quando il centro-sinistra ottiene la guida del governo, perché la delegittimazione morale dell’avversario costituisce il fulcro dell’armamentario culturale con cui la lotta politica viene condotta.

A farne le spese è l’impianto garantista della concezione della giustizia della tradizione della sinistra democratica, che viene sacrificato man mano che la “questione morale”, che rappresentava l’ultimo lascito della tradizione comunista, assume i contorni di una chiave di lettura onnicomprensiva della storia italiana e riduce lo scontro politico nella lotta tra forze irriducibilmente diverse sul piano etico. Ai magistrati è affidato il compito di giudici di ultima istanza della legittimità politica, che li trasforma progressivamente in un corpo autonomo, svincolato persino dalla Costituzione, che sovraintende lo spazio politico e ne controlla le dinamiche.

Questo processo si muove di pari passo con l’integrazione tra azione della magistratura e affermazione di una stampa che fa della lotta alla casta politica la sua ragion d’essere e che vive di un corto circuito di illegalità, in cui dagli uffici giudiziari escono veline che riguardano i processi in corso che alcuni organi di stampa veicolano determinando così l’affermazione della piazza pubblica come effettivo tribunale, nel quale non valgono le ragioni della difesa: i politici colpevoli sono mostri da abbattere, prima ancora di sapere se le accuse abbiano qualche fondamento. Si verifica così una sorta di sospensione della giustizia come esercizio effettivo della giurisdizione: essa viene sostituita da un procedimento giustizialista, che di giudiziario ha in molti casi ben poco, nel quale magistrati-eroi insieme a giornalisti-eroi disvelano gli arcana imperi del potere in nome dell’”onestà”.

Questa spirale si trasforma in un mostro politico quando un movimento inventato da un comico in pensione e da un imprenditore visionario la pone al centro del suo progetto, facendo del populismo anticasta e dell’attacco alla democrazia parlamentare il fulcro ideologico della sua azione politica. Il populismo giudiziario è effettivamente una delle cinque stelle inserite nella bandiera del movimento e i magistrati-eroi e i giornalisti-eroi diventano consapevoli “funzionari” di questo progetto politico che non ha come avversario solo la destra berlusconiana, ma soprattutto la sinistra riformista e Matteo Renzi, che ne incarna per un decennio la sua autorappresentazione politica.

Anzi, in molti casi, essi scendono direttamente nell’agone politico per proseguire quella lotta purificatrice che avevano condotto prima nelle fila della magistratura in nome di un impasto ideologico tra radicalismo di sinistra e neopopulismo grillino, che combatte la disonestà ma anche la Tav o la Tap, che vuole decarbonizzare l’Ilva e impedire l’estrazione del petrolio in Basilicata, che vuole garantire redditi di cittadinanza ma combatte l’efficienza della pubblica amministrazione: che soprattutto ritiene che l’innocenza sia da provare, invece che il suo contrario, in un meccanismo giudiziario senza fine. Da qui una serie di processi passati alla storia, che hanno travolto la vita di amministratori e politici sulla base di indagini a senso unico che non hanno retto la prova dei fatti: il processo di piazza aveva già emesso la condanna e quindi l’innocenza provata dalla giustizia dei tribunali non aveva più nessun senso.

Ma nello spazio che separava la giustizia di piazza da quella costituzionalmente fondata sono emerse anche numerose illegalità nella costruzione del “colpevole”: prove false, intercettazioni manipolate, prove a discarico occultate, magistrati che combattono magistrati per affermare il loro giustizialismo, tribunali trasformati in associazioni a delinquere, in una indegna sarabanda nella quale si delinea l’imprescindibile necessità per il gruppo di comando della magistratura giustizialista di tenere sotto stretto controllo le nomine dei magistrati nei tribunali più importanti, attraverso la trasformazione dell’Associazione nazionale magistrati in un centro di potere svincolato da ogni controllo: il giustizialismo combinato al corporativismo politicizzato emerge come una bomba che rischia di fare esplodere tutto il sistema. La difesa dell’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione, di cui l’Anm costituisce un solido presidio, si trasforma progressivamente nella tutela del potere assoluto dei magistrati al di fuori e oltre ogni equilibrio tra i poteri propri dello Stato di diritto.

Dopo le ultime vicende che hanno riempito le cronache di questi ultimi mesi a partire dal caso Palamara e dal triste declino di Piercamillo Davigo, riformare la giustizia e farla rientrare nell’alveo costituzionale diventa un tassello fondamentale per rifondare la democrazia italiana dopo l’ubriacatura populista: se non ci riuscirà il Parlamento ci dovranno riuscire i cittadini con il referendum.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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