Furto letaleIl quadro di René Magritte che ha finanziato il terrorismo dello Stato Islamico

Il riscatto richiesto per Olympia, un ritratto della moglie del pittore belga, avrebbe permesso a Ibrahim e Khālid El Bakraoui di mettere in atto nel 2016 gli attacchi dinamitardi all’aeroporto di Zaventem e sul treno in partenza dalla stazione di Maelbeek. Le esplosioni hanno ucciso 32 passanti, mentre la storia, ancora oggi, rimane un mistero

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Un quadro rubato può finanziare attività terroristiche? Stando alla ricostruzione fornita da un articolo di Vaniity Fair, decisamente sì. Tutto ha inizio il 24 settembre del 2009, quando nella modesta villetta a schiera a Jette (Belgio) del pittore surrealista René Magritte e di sua moglie, Georgette Berger, hanno fatto irruzione due giovani, immobilizzato turisti e staff, e trafugato Olympia, un ritratto del 1948 della moglie dell’artista scomparso. Il dipinto misurava 60 per 80 centimetri per un valore di 2 milioni di euro.

Il furto fu opera di professionisti: le tempistiche, i movimenti e la fuga erano studiati nel dettaglio, e la polizia belga, avvisata da un allarme innescato alla rimozione del dipinto, non riuscì a fermare i due ladri. A quei tempi era raro che in piccoli musei fossero istallate delle telecamere di sorveglianza, pertanto l’intuizione di uno degli agenti di polizia arrivati sulla scena del crimine fu quella di chiamare Lucas Verhaegen, un ufficiale veterano della polizia federale belga di ruolo in un’unità specializzata chiamata Section Art.

«Sanno benissimo cosa devono fare in caso di furto», ha detto Verhaegen della polizia locale belga al quotidiano americano. «Ma quando si tratta di furto d’arte, ciò di cui abbiamo bisogno è un’ottima descrizione, una foto, una mole cospicua di informazioni, in maniera rapida, perché sappiamo che molti oggetti rubati finiscono all’estero in breve tempo», continua l’agente.

Il furto d’arte moderna, come il commercio di armi, ha creato reti criminali che hanno reso questo commercio immensamente redditizio. «Ci sono maestri ladri e maestri falsari, ma di entrambi ce ne sono pochi», spiega Jake Archer, un agente speciale della squadra criminale artistico dell’Fbi. «Inoltre, è corretto dire che ci sono gruppi criminali organizzati e transnazionali che trattano questi oggetti proprio come farebbero con qualsiasi altro bene illecito».

La polizia belga, per esempio, ha istituito per la prima volta un Bureau of Art and Antiques nel 1988. Tredici anni dopo, quando il Belgio ha riorganizzato le sue forze dell’ordine, l’unità è diventata parte della forza di polizia federale del paese ed è stata ribattezzata Section Art. Questo team ha creato e gestito un database di circa 20mila oggetti rubati e ha collaborato con i dipartimenti di polizia locali in tutto il Belgio. Nel 2003 Section Art ha riscosso maggiore importanza a causa dell’aumento del traffico illecito di arte e beni culturali come conseguenza dell’invasione americana dell’Iraq: «secondo un’indagine, ben 130mila articoli sono stati saccheggiati da criminali che li hanno venduti a intermediari iracheni, che poi li hanno rivenduti a commercianti stranieri», puntualizza l’articolo.

In tali circostanze, non ci vuole molto perché una catena di approvvigionamento illecita prenda forma e vie legali: poiché l’arte e gli oggetti d’antiquariato saccheggiati sono sprovvisti della documentazione richiesta per il trasporto legittimo, i contrabbandieri professionisti possono con facilità metterli nelle mani di inconsapevoli collezionisti, commercianti e case d’asta.

Insomma, un mercato ben noto in tutta Europa, compresa l’Italia, dove le criminalità organizzata da sempre si muove nelle zone grigie che il mondo del collezionismo offre a sua insaputa. Oltre a queste realtà criminali, però, dopo il furto dell’opera di Magritte a entrare in campo è anche il gruppo estremista noto come Stato Islamico, o ISIS.

In Iraq e in Siria, lo Stato Islamico ha cercato di sostenere il calo delle entrate petrolifere vendendo antichità culturali strappate ai luoghi di cultura dei due Paesi. Opere che a volte venivano proprio trafficate attraverso il Belgio, dove lo Stato Islamico aveva non meno di tre grandi cellule terroristiche. Una di queste cellule si chiamava la rete Zerkani, con membri basati in gran parte a Molenbeek, un quartiere povero di Bruxelles a maggioranza musulmana. Il leader del gruppo, Khalid Zerkani (conosciuto anche come lo stregone), ha radicalizzato i giovani di Molenbeek costringendoli a borseggiare e derubare i turisti per raccogliere fondi.

Ma non solo. Le associazioni terroristiche sono diventate sempre più difficili da perseguire, in quanto fanno perno su microfinanziamenti fantasma, Bitcoin e crescenti legami con altri gruppi terroristici e altre reti di criminalità organizzata. Meccanismo usato anche per piazzare il dipinto rubato di Magritte.

Il salvataggio del capolavoro del pittore belga non è stato un compito da poco per la Section Arte. Le ricerche si sono sviluppate sia per via legali, sia per quelle illegali: raccogliendo e analizzando i suggerimenti di una rete di informatori nel mondo dell’arte e nella malavita di Bruxelles. Queste informazioni hanno portato a un’enclave della classe operaia nel quartiere di Laeken a Bruxelles, e a un ragazzo ventenne di nome Khalid el-Bakraoui, un gangster locale, cresciuto da genitori conservatori e religiosi.

La rapina, nonostante l’uso di un’arma da fuoco e le minacce di violenza, non riscosse però le attenzioni che meritava tra gli organi di sicurezza. Il motivo? Si trattava di un furto d’arte e i capi di Verhaegen lo consideravano un caso di bassa priorità. Con poche risorse a loro disposizione, quindi, Verhaegen il suo socio e una piccola squadra di polizia locale organizzarono un’operazione a basso costo.

Il cuore di tutto il caso era l’anomala richiesta fatta da Ibrahim El Bakraoui: che aveva preso contatto con l’assicuratore d’arte che copriva il quadro Olympia, offrendo la possibilità di pagare un “riscatto” di 50mila euro per la restituzione in sicurezza del dipinto, invece di dover pagare l’intero risarcimento di 800mila euro al museo.

Per gli assicuratori di belle arti, tali accordi legalmente discutibili sono così di routine che i tassi di “riscatto” sono una legge non scritta: «a partire dal 3% del valore assicurato per oggetti del valore di molti milioni di euro, e fino al 7% se l’oggetto è assicurato per 1 milione di euro o meno» spiega l’articolo. Le tariffe di mercato per il pagamento dei riscatti non sono l’unico segno della professionalizzazione del furto d’arte: quando i ladri non hanno modo di contattare direttamente la vittima o la compagnia assicurativa, cercano invece il pagamento del riscatto tramite un intermediario. E così è avvenuto anche per l’Olympia.

«Ciò che si nota spesso in questi furti di musei», dice il manager di International Art Fairs Will Korner a Vanity Fair, «è un alto grado di pianificazione delle dinamiche del furto stesso, ma pochissima pianificazione su cosa fare poi con l’oggetto rubato». Pertanto la squadra di Verhaegen provò a tendere una trappola: la compagnia di assicurazione del Magritte rubato accetta di pagare al sospettato 50mila euro, ma solo a condizione che la tela venisse certificata come originale da un esperto che, in realtà, era un agente di polizia sotto copertura che lavora per Verhaegen.

El-Bakraoui accetta l’incontro e la mediazione senza esitare, ma arrivato il giorno dello scambio annulla il tutto. Fu fissato un secondo incontro qualche giorno dopo, ma annullò anche quello. Questo tentennamento sull’indagine spinse il distretto centrale, già titubante, a ritirare i fondi e richiamare gli agenti impiegati. Ufficialmente, l’inchiesta rimase aperta, ma senza che nessun agenti ci lavorasse.

Due anni dopo la rapina, alla fine del 2011, un poliziotto in pensione di nome Janpiet Callens entrò in una stazione di polizia di Bruxelles e riconsegnò l’Olympia. «Sono stato contattato da qualcuno che voleva restituire il dipinto», ha detto Callens ai media locali all’epoca. «Il quadro era invendibile. E hanno preferito restituirlo al proprietario piuttosto che distruggerlo».

L’Olympia, racconta Callens – che dopo la pensione si è lanciato nel mondo dell’arte, versante assicurativo e consulenza -, era stato rapinato per conto di un collezionista ossessionato da Magritte che ha abbandonato l’accordo a causa dell’intensa copertura mediatica. I rapinatori – la cui identità Callens dice di non aver mai conosciuto – ne avevano compreso il valore e avevano cercato in alcune occasioni di vendere il dipinto prima di decidere di collaborare direttamente con la compagnia di assicurazioni.

Qui la storia diventa ancora più nebulosa. Circa due anni dopo la rapina, Callens spiega di aver chiesto a un suo informatore di trasmettere un messaggio alla persona in possesso della tela di Olympia: «È famosa, nessuno la comprerà perché è sulla stampa, è sui database. Quindi, se vuoi, posso fare una mediazione con gli assicuratori». Alla fine, per 50mila euro il dipinto è stato riacquistato dalla compagnia di assicurazioni, senza però essere rivenduto. Inoltre Callens aveva un legame molto più profondo con il caso Magritte: alla fine del 2009, non molto prima di lasciare le forze di polizia, prendendo la pensione due anni prima del previsto, Callens era tra gli agenti incaricati di indagare sulla rapina dell’Olympia, con accesso a tutte le informazioni del fascicolo.

Il sito web di Callens descrive i suoi servizi come un’offerta di «guida attraverso il deserto di polizia e database privati». Mentre la legge belga proibisce agli agenti di polizia di lavorare come investigatori privati per almeno cinque anni dopo il pensionamento, Callens si discolpa spiegando di non aver condotto un’indagine proattiva. Ma i dubbi non finiscono qui.

Verhaegen, nel frattempo, ha finalmente trovato le prove che sembrano confermare la sua tesi sul finanziamento terroristico. Nel marzo 2015, la polizia scopre che Khalid el-Bakraoui, l’uomo che era stato uno dei principali sospettati del futuro dell’Olympia, e che le autorità ritenevano fosse il destinatario del pagamento di 50mila euro disposto da Callens, stava cercando di contattare la compagnia di assicurazioni responsabile della polizza del Museo Van Buuren. Circa un mese dopo la rapina di Magritte, El-Bakraoui aveva rapinato una banca di Bruxelles insieme a due complici, e due settimane dopo, dopo aver rubato un’Audi S3, è stato arrestato dalla polizia in un magazzino pieno di auto rubate. Il criminale è riuscito a eludere le accuse fino a settembre 2011, quando però viene condannato per associazione a delinquere, rapina a mano armata e possesso di auto e armi rubate. La sua pena detentiva dura poco e viene rilasciato proprio due mesi prima della rapina al Museo Van Buuren.

Per Verhaegen era quasi fatta. Il presunto coinvolgimento di el-Bakraoui nel caso offriva la speranza all’unità crimini d’arte di sopravvive al taglio dei fondi in atto nel corpo di polizia belga. E arrestare l’uomo era solo questione di assicurarsi la collaborazione della compagnia di assicurazioni.

Ancora una volta, però, l’epilogo è un altro: un articolo di fonte anonima apparso sulla stampa nazionale afferma infatti che la polizia aveva preso contatto con i sospettati della rapina. Un azione che viene intesa come un tradimento: qualche agente aveva inviato un messaggio ai rapitori d’arte per far loro sapere che la polizia li stava controllando. Tutta l’architettura accusatoria di Verhaegen, pertanto, crolla. El-Bakraoui scivola via, e con lui le indagini sul furto dell’Oympia. Almeno fino al 2016.

Nel giugno 2015, infatti, le autorità di Gaziantep, in Turchia, arrestano Ibrahim el-Bakraoui, il fratello maggiore di Khalid, con il sospetto di affiliazione allo Stato Islamico. Ma invece di estradarlo in Belgio, dove sarebbe stato incarcerato per aver violato i termini della sua libertà vigilata, le autorità turche lo accompagnarono fino ai Paesi Bassi, lasciandolo poi con la licenza di rientrare da solo a Bruxelles. Ibrahim, come suo fratello, stava già frequentando uomini con noti legami terroristici: nel 2010 era stato coinvolto in un tentativo di rapina a una Western Union: fu condannato a 10 anni di carcere (diventati poi 5), durante i quali la sua radicalizzazione si fece più solida.

Nel maggio 2015, Khalid el-Bakraoui invece è stato arrestato per aver incontrato un noto criminale, in violazione dei termini della sua stessa libertà vigilata. Lo stesso settembre affittò un appartamento a 40 miglia a sud di Bruxelles, che è stato utilizzato come rifugio da Abdelhamid Abaaoud e da altri militanti dello Stato Islamico per pianificare e compiere attacchi terroristici a Parigi nel novembre 2015, dove rimasero uccisi circa 130 persone.

Appena quattro mesi dopo, i fratelli el-Bakraoui hanno compiuto i propri attacchi terroristici a Bruxelles: la mattina del 22 marzo 2016, Ibrahim si è fatto esplodere nella sala partenze dell’aeroporto di Zaventem; poco più di un’ora dopo, Khalid si è fatto esplodere mentre era a bordo di un treno in partenza dalla stazione di Maelbeek. Le esplosioni hanno ucciso 32 passanti.

«Quando ho riferito i fatti alla nostra direzione nel 2016», dice Verhaegen, «la direzione ha rifiutato di accettare questo collegamento. E gli investigatori del terrorismo non hanno mai chiesto informazioni sui manufatti rubati». Nel 2016, la Sezione Arte è stata formalmente sciolta, e riaperta dopo sette mesi vista l’ingente mole di casi simile al furto dell’Olympia. «Ogni giorno passo alla stazione di Maelbeek. Ogni giorno penso a quell’attentato dinamitardo. Potrebbe succedere domani. O questa sera», conclude Verhaegen.