Vocazione scissionistaIl mistero inglorioso delle primarie, con cui il Pd si divide e si delegittima da solo

Assurde accuse di brogli, polemiche politicamente scorrette, ripicche e risentimenti a catena. I gazebo sono l’incubatore di tutte le scissioni e le lotte intestine degli ultimi anni. Perché insistere?

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All’indomani delle primarie con cui il Partito democratico ha scelto i propri candidati in alcuni dei comuni che andranno al voto in autunno, ottenendo a seconda dei casi titoli che vanno dal flop dell’affluenza alle polemiche sulla regolarità delle operazioni, la domanda che s’impone anche al lettore più distratto e svogliato è una sola: perché? Quale vantaggio pensano di trarre da un rito che nel migliore dei casi finisce in una manifestazione di debolezza, e nel peggiore in una guerra civile?

Per quanto riguarda le primarie romane, le critiche di Giovanni Caudo e del suo sponsor Ignazio Marino sui dati dell’affluenza prima e sul voto della comunità bengalese poi non hanno nemmeno il pregio dell’originalità. «Non mi interessa la polemica sulla partecipazione, 45mila presenze sono numeri importanti», ha detto ieri Caudo, presidente del terzo municipio e secondo classificato (con distacco), il giorno dopo aver sostenuto che a suo giudizio i votanti non avevano superato i 37 mila. Dopodiché ha aggiunto: «Non si vince mettendo in fila gli stranieri per farli votare con il santino in mano senza sapere nemmeno chi devono votare». Di qui quello che è stato prontamente battezzato il «Bengala-gate» (sul controverso rapporto della sinistra col politicamente corretto, per non dire proprio con il pregiudizio, vengo tra un attimo).

La polemica sul voto dei «bengalesi» ricorda da vicino quella sulle «file di cinesi» sollevata nel 2011 per delegittimare la vittoria di Andrea Cozzolino su Umberto Ranieri a Napoli. Ma allora la vittoria fu risicata, e soprattutto Cozzolino non era il candidato predestinato alla vittoria, ragion per cui da tutte le televisioni e i giornali del paese i massimi dirigenti del Pd alimentarono lo scontro fratricida che si concluse con l’autodistruzione del Pd napoletano e la conseguente vittoria, alle elezioni vere, di Luigi De Magistris.

In questo caso, avendo Roberto Gualtieri vinto le primarie con il 60 per cento, e avendo dalla sua il novanta per cento dei dirigenti del Pd, la polemica non avrà certo gli stessi effetti. Ma conferma una tendenza autodistruttiva ormai antica. Ed è comunque degno di nota che alle primarie del 2007, quelle con cui il Pd fu “fondato” (in verità la storia sarebbe un po’ più complicata, la teoria del partito fondato sulle primarie è una fesseria propagandistica e un pezzo del problema che meriterebbe un piccolo sforzo di decostruzione, ma per stavolta ve lo risparmio) il fatto che anche chi non aveva ancora la cittadinanza potesse votare era motivo di vanto. Le file di pakistani, rumeni o cinesi ai gazebo erano esibite con orgoglio, in coerenza con la posizione di un partito che a quelle persone voleva dare il diritto di voto anche alle politiche. Salvo poi, come detto, additarli quali truppe cammellate con linguaggi e toni degni di Matteo Salvini, la prima volta in cui il risultato non era quello atteso (e speriamo che di tutto questo Salvini non si accorga, perché ne avrebbe di che alimentare le sue campagne contro lo ius culturae e l’ipocrisia della sinistra di qui al 2046).

Ancora più significativo di quello romano, da questo punto di vista, è stato il caso delle primarie bolognesi. Un minuto dopo la vittoria del candidato sponsorizzato dal gruppo dirigente, Matteo Lepore, anche lui col 60 per cento, i canali social di dirigenti e semplici militanti del Pd si sono riempiti infatti di sberleffi e marameo all’indirizzo di Matteo Renzi, sponsor di Isabella Conti, ferma al 40. Salvo poi affrettarsi tutti a chiedere lealtà e a paventare il rischio che la «renziana» volesse correre da sola.

Al momento non sembrerebbe questa la sua intenzione, avendo lei dichiarato che sosterrà lealmente il vincitore, ma anche fosse ci sarebbe poco di cui stupirsi, visto come si è svolta la campagna. Un clima reso efficacemente dall’incipit del resoconto di Marco Imarisio sul Corriere della sera: «Mancano due minuti alla chiusura delle votazioni e davanti al seggio nel quartiere Santo Stefano un ragazzo e una ragazza stanno litigando già da venti minuti. “Comunista” gli grida lei. “Renziana” ribatte lui». Manco fossero tornati ai tempi di don Camillo e Peppone. E starebbero nello stesso partito o quanto meno nella stessa coalizione.

Del resto, alla fine dei conti, nello stesso partito non restano mai. Basta guardare i precedenti. Alle primarie del 2012, le prime davvero combattute, si affrontarono Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi. Vinse Bersani, ma non è questo l’importante. Quello che conta è che oggi nessuno dei due è rimasto nel Pd. Ciascuno di loro, dopo aver fatto il leader (prima Bersani, poi Renzi), ha preferito lasciare il partito piuttosto che convivere con i nuovi vincitori.

Alle primarie del 2013, quelle vinte da Renzi, al secondo turno arrivarono anche Gianni Cuperlo e Pippo Civati. È rimasto solo Cuperlo.

Alle primarie del 2019, quelle vinte da Nicola Zingaretti, arrivarono al secondo turno anche Roberto Giachetti, ora in Italia Viva, e Maurizio Martina, attualmente alla Fao.

In questo schema ricorrente, l’unica eccezione significativa sembra essere Dario Franceschini, già vice di Walter Veltroni alle primarie del 2007, quindi reggente dopo le sue dimissioni e candidato alle primarie del 2009, sconfitto da Bersani, di cui diverrà subito, di fatto, numero due. Per restare stabilmente in maggioranza, con la sua componente, praticamente in tutte le successive segreterie.

Franceschiniani a parte, però, non c’è tornata di primarie, nazionale o locale, che non abbia lasciato, confermato o inasprito inimicizie tali da rendere la convivenza, alla lunga, impossibile. Vedi ancora oggi la diffusa ossessione non solo per Renzi, ma anche per i famigerati “ex renziani” rimasti nel partito. Un partito, sia detto per inciso, in cui solo pochi anni fa renziani lo erano praticamente tutti, e molti di quelli che oggi si atteggiano a gloriosi reduci della resistenza contro Renzi erano ministri nel suo governo.

Resta dunque da capire per quale motivo nel Pd si ostinino a proseguire lo stanco rito dei gazebo, da cui ottengono solo campagne di autodelegittimazione, rancori insanabili e scissioni a catena. Di fatto, a ogni giro di giostra scende qualcuno, e quelli che restano si detestano più di prima. Dai e dai, alla fine, come in Highlander, ne resterà solo uno.

E sarà Franceschini.