Né con Salvini né con Di MaioL’Italia liberale deve opporsi all’Anschluss populo-sovranista

I leader della Lega e dei Cinquestelle vogliono mettere in pratica una serie di istanze politico-culturali alternative e minoritarie, ma violentemente normalizzate e ricondotte, con molte complicità esterne, all’utilità del discorso populista

LaPresse

Nel carnevale della politica italiana, il Salvini “moderato” e “garantista” equivale al Di Maio “liberale” e “europeista”. 

Non si tratta di dissimulazioni, atte a occultare, in una forma più conveniente, estremismi indigeribili allo stomaco politico nazionale. Si tratta dell’esatto contrario, cioè di una sorta di Anschluss ideologico, di annessione e incorporazione di un campo di istanze politico-culturali alternative e minoritarie, ma violentemente normalizzate e ricondotte, con molte complicità esterne, alla misura e quindi all’utilità del discorso populista. 

L’ideale europeista spinelliano e pannelliano, a quanto pare, aspettava solo che Giggino piegasse, complice il Covid, la cattiva Europa dell’austerità e della troika per farne una buona Europa solidale e finalmente italianofila. L’ideale di un diritto penale liberale, invece, aspettava solo che Matteo affasciasse gli storici referendum radicali sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità civile dei magistrati ai motivi politici e retorici del più tradizionale populismo penale e della giustizia democratica, intesa come ballottaggio popolare tra Barabba e Gesù («Ho fatto un sondaggio sul mio Instagram su Brusca e il 90% delle persone ha risposto che bisogna cambiare la legge sui pentiti»).

Anche se a parlarne in questi termini si rischia di apparire ingenui e attardati in una resistenza vana al ballo in maschera carnevalesco come canone politico nazionale, la verità è che non c’è nessuna conversione di Di Maio e Salvini, ma c’è una loro occupazione, un po’ ruffiana e un po’ padronale, dello spazio politico che dovrebbe segnare in modo più evidente la separazione tra l’Italia liberale (e minoritaria), che loro avversano e quella illiberale (e plebiscitariamente maggioritaria), che li ha consacrati padroni della legislatura.

Un’occupazione in qualche misura benedetta come provvidenziale da una pubblicistica e da una politica subalterna (leggasi PD e Forza Italia), che non vede l’ora di riconoscere come cambiamento qualunque volgare e pacchiano trasformismo di potere e che si accontenta di un tributo stilistico o nominalistico alla cultura “della casa”, per certificare la legittimità dell’occupante e del suo dominio.

Prova ne è che Di Maio non solo ha potuto farsi perdonare un passato recentissimo da fiancheggiatore dei gilet gialli e di sostenitore del referendum per l’uscita dall’euro, ma è riuscito a imporre qualcosa di molto più sottile e velenoso: cioè il riconoscimento pubblico da parte della stampa e della politica cosiddetta europeista di un’evoluzione ideologica coerente e di un filo rosso, che lega l’anti-europeismo delle origini e l’europeismo rigenerato dall’opposizione all’Europa matrigna. 

Allo stesso modo Salvini con il sostegno tattico al governo Draghi, la proposta di conglobamento di Forza Italia e la passerella referendaria sui temi della giustizia – strumento che può rivelarsi utile, a patto di essere sottratto al monopolio salviniano – è riuscito a incassare un credito moderato incredibile, per un politico che continua a rivendicare posizioni quasi didascalicamente anti-liberali su tutti i temi della vita economica, civile e politica e a esibire amicizie o modelli (da Putin a Orban) raccapriccianti, ma rappresentati benevolmente come correttivi di un occidentalismo troppo corretto e quindi debilitato e inerme davanti alle sfide della storia.

Si tratta di un fenomeno intrinsecamente totalitario, anche se realizzato per progressivi e apparentemente pacifici scivolamenti del senso comune, ma del tutto analoghi a quelli del Ministero della verità orwelliano di 1984, con il rovesciamento di qualunque concetto nel suo contrario – «la guerra è pace, l’ignoranza è forza e la libertà è schiavitù» – e la perfetta fungibilità dei concetti di “amico” e “nemico” per un progetto in cui la continuità del potere implica la riscrittura permanente della storia. Non solo dei fatti, ma anche delle parole.

Nell’inquietante totalitarismo dal basso inaugurato dalla dittatura della vox populi mediatico-digitale, la “psicopolizia” non ha neppure bisogno di poteri pubblici e di rango legale, ma può essere realizzata da un volenteroso e volontario concorso di servitù e conformismi interessati, con qualche spin algoritmico-cibernetico nazionale e internazionale.

Così il campione della democrazia illiberale, che negli ultimi anni ha appena attenuato i suoi peana al regime di Kim Jong-un, può diventare il garante dell’Italia moderata e l’alleato dei casseur il continuatore del progetto di una integrazione europea schumaniana. 

Così chi non sta a questo gioco, non chi lo incarna, diventa un estremista. E chi rivendica la necessità di una alternativa a entrambi i corni e i campioni del bipopulismo italiano appare un pericoloso avventuriero, che mette a rischio i destini e la pace della nazione per un’opposizione troppo puntuta allo spirito del tempo.