Inside SerbiaPerché cittadini e attivisti si oppongono alla nuova miniera di jadarite

L’annuncio che la compagnia britannico-australiana Rio Tinto vorrebbe aprire un nuovo sito di estrazione e uno stabilimento per la lavorazione del minerale nello Stato balcanico ha incontrato numerose proteste, ma il governo di Belgrado minimizza i rischi e propone un referendum

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Originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

L’annuncio dell’azienda britannico-australiana Rio Tinto di voler aprire nella Serbia occidentale, a circa 130 chilometri da Belgrado e a una decina di chilometri dal confine con la Bosnia Erzegovina, una miniera e uno stabilimento per la lavorazione di un nuovo minerale chiamato jadarite si è trasformato da questione ambientale ed economica in un tema centrale del dibattito politico in Serbia.

Alla discussione suscitata dall’annuncio della compagnia Rio Tinto hanno infatti preso parte, oltre agli attivisti e agli abitanti della zona in cui dovrebbe essere aperta la nuova miniera, anche vari esponenti del mondo accademico e quasi tutte le forze di opposizione, nonché i più alti rappresentanti del potere.

Ben presto la polemica ha assunto tutte le caratteristiche di una di quelle discussioni che sono ormai diventate consuete nel dibattito pubblico serbo: da tutte le parti piovono accuse di corruzione, mentre l’opposizione e gli attivisti vengono tacciati di essere «mercenari al soldo degli stranieri» e sono accusati di voler politicizzare l’ecologia e persino di voler rovesciare il presidente Aleksandar Vučić.

Nel 2004, i geologi della compagnia Rio Tinto, svolgendo ricerche nella Serbia occidentale, scoprirono un nuovo minerale, un silicato di litio e boro, chiamato jadarite (dal nome del fiume Jadar nei pressi del quale fu scoperto). E due anni dopo, nel 2006, il nuovo minerale fu ufficialmente riconosciuto dall’Associazione mineralogica internazionale. La jadarite ha una composizione quasi identica a quella della kryptonite, un minerale immaginario usato da Lex Luthor, acerrimo nemico di Superman, nel film “Superman returns”.

La compagnia Rio Tinto fu fondata a Londra nel 1873 e oggi opera in 35 Paesi in tutto il mondo con lo slogan «Produciamo materiali essenziali per il progresso umano». Nel corso della sua lunga attività, Rio Tinto è stata più volte accusata di provocare danni ambientali e di violare i diritti umani.

Il caso più noto è quello della miniera di oro e di rame di Panguna, sull’isola di Bougainville, in Papua Nuova Guinea, dove negli anni Settanta la popolazione locale si ribellò contro il governo che non voleva chiudere la miniera gestita dalla compagnia Rio Tinto, nonostante i danni ambientali causati da quest’ultima. La rivolta ben presto sfociò in una guerra per l’indipendenza dell’isola.

Nel maggio 2020 alcuni media internazionali hanno riportato la notizia secondo cui la compagnia Rio Tinto, durante le attività di ricerca di nuovi giacimenti di ferro, avrebbe distrutto due siti sacri aborigeni situati nella regione di Pilbara, nell’Australia occidentale. Secondo quanto riferito dai media, uno dei siti distrutti, di grande importanza storica, risaliva a 46mila anni fa.

Rio Tinto in Serbia

Recentemente il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato che la Serbia dispone di grandi giacimenti di litio e che potrebbe trarre profitto da questa risorsa. Stando alle sue parole, nei progetti riguardanti lo sfruttamento della jadarite potrebbero essere direttamente coinvolti 1.000 lavoratori altamente istruiti e indirettamente altri 1.500 lavoratori.

Vučić ha precisato che nei 56 anni successivi all’apertura di una miniera di jadarite la Serbia potrebbe guadagnare circa 600 milioni di euro all’anno solo dall’estrazione e trasformazione di questo minerale, attività che, secondo il presidente, contribuirebbero alla prosperità economica della Serbia occidentale.

Vučić ha inoltre spiegato che se la Serbia dovesse produrre anche celle elettroniche e batterie al litio, i ricavi derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di jadarite salirebbero a 3,4 miliardi di euro all’anno, aggiungendo che il governo sta negoziando con un’azienda europea produttrice di automobili elettriche l’apertura di una fabbrica in Serbia allo scopo di portare i ricavi generati dallo sfruttamento del litio a 19,7 miliardi all’anno. Tuttavia, queste spiegazioni e la promessa che durante lo sfruttamento dei giacimenti di jadarite verranno rispettati tutti gli standard ambientali non hanno tranquillizzato una parte dell’opinione pubblica serba.

«Tutti parlano di trasparenza, dei più alti standard di protezione dell’ambiente, ma operano in sordina, lontano dagli occhi dei cittadini. Non disponiamo di alcuna informazione. Abbiamo invitato il governo, il presidente Aleksandar Vučić e la premier Ana Brnabić a venire qui, ma loro non fanno che ripetere: “Non sono questioni di nostra competenza”», spiega Zlatko Kokanović dell’associazione Ne damo Jadar» (Giù le mani dallo Jadar).

«Se guardate cosa ha fatto Rio Tinto in diverse parti del mondo, cosa ha lasciato dietro di sé… È stata cacciata dal 90 per cento dei Paesi in cui ha operato. Come può venire in mente a qualcuno di cacciare i contadini, che vivono di agricoltura, dalla regione di Mačva e dalla zona circostante la città di Loznica, portandovi Rio Tinto che, invece di lamponi e miele – e la coltivazione dei lamponi e l’apicoltura sono le principali attività agricole in quell’area – ci offre un acido solforico concentrato, insistendo su espressioni come “trasferimento della popolazione”?», si chiede Aleksandar Jovanović Ćuta, attivista del movimento Odbranimo reke Stare planine [Difendiamo i fiumi della Stara Planina].

«In questo momento il problema principale è l’arsenico, o almeno così sembra stando a una valutazione di impatto ambientale recentemente effettuata. L’arsenico è una sostanza cancerogena. Se entra nei corsi d’acqua, può causare patologie maligne», ha spiegato Petar Bulat, professore presso la Facoltà di Medicina di Belgrado, commentando il progetto Jadar.

Anche l’opposizione si è fatta sentire. «A Rio Tinto diciamo: Via dalla Serbia!», ha affermato il leader del movimento Dveri, Boško Obradović. Tuttavia, il governo non sembra intenzionato a rinunciare al progetto della miniera di jadarite e lo difende ricorrendo a una tattica già sperimentata. Secondo la premier Ana Brnabić, «dietro a quelle proteste ambientaliste si nasconde un’élite politica».

«Quelle proteste denotano una grande irresponsabilità di Đilas [leader del Partito di libertà e giustizia (SSP)] e Jeremić (leader del Partito popolare): gorse lo scopo della loro politica è quello di far perdere il lavoro a 600mila persone?», ha chiesto polemicamente la premier. Stando alle sue parole, i leader dell’opposizione non appoggiano le proteste contro il progetto Jadar perché tengono all’ambiente, bensì perché le percepiscono come «un interessante strumento» che potrebbe tornare loro utile nel tentativo di conquistare il potere.

Zorana Mihajlović, ministra delle Miniere e dell’Energia, ha dichiarato che il valore complessivo delle riserve minerarie in Serbia è stimato in 200 miliardi di euro, aggiungendo che le affermazioni «dei cosiddetti ambientalisti serbi» sono molto aggressive, fanatiche e piene di falsità.

Il presidente Vučić, dal canto suo, ha affermato che il 90 per cento dei movimenti ecologisti attivi in Serbia è finanziato dall’estero, precisando che non vi è nulla di illegale, ma che occorre chiedersi perché un’azienda austriaca stia pagando certe persone per parlare contro la costruzione di idrocentrali in Serbia.

Vučić ha annunciato un possibile referendum con cui i cittadini serbi sarebbero chiamati a esprimersi sul progetto della compagnia Rio Tinto.

La maggior parte degli esponenti dell’opposizione, degli attivisti e dei cittadini ha interpretato questo annuncio come l’ennesima manipolazione messa in atto dal presidente, sottolineando che in teoria il referendum è lo strumento più democratico con cui cittadini possono esprimere la propria opinione su determinate questioni, ma affinché lo sia effettivamente è necessario che i cittadini dispongano di informazioni complete sull’argomento in questione e che ci sia un’effettiva parità di trattamento tra i soggetti coinvolti nel dibattito. Uno scenario che nella Serbia di oggi risulta difficilmente immaginabile.

Date queste premesse, sembra piuttosto convincente l’affermazione secondo cui la leadership al potere, tirando fuori la carta del referendum, starebbe cercando di scaricare sui cittadini la responsabilità di una decisione che spetterebbe alle autorità competenti per la protezione dell’ambiente. Il governo dovrebbe fornire ai cittadini tutte le informazioni pertinenti al progetto Jadar, spiegando in modo chiaro e aperto tutti i dettagli, e dovrebbe assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La maggior parte dei cittadini non dispone di tutte le informazioni necessarie per poter prendere una decisione al riguardo.

Del resto, i cittadini serbi hanno scelto i propri rappresentanti nelle istituzioni dello Stato perché questi ultimi possano proteggere gli interessi della popolazione in situazioni come quella creatasi attorno al progetto della compagnia Rio Tinto, un progetto che potrebbe portare certi benefici alla Serbia, ma potrebbe anche arrecare danni all’ambiente. Ed è una questione su cui non si può scendere a compromessi, a prescindere dal risultato di un eventuale referendum popolare.