Il potere della morteLa lezione teologica da trarre leggendo “L’Idiota” di Dostoevskij

Lo scrittore russo cita nel suo celebre romanzo il dipinto del Cristo morto nel sepolcro come spunto di riflessione per rappresentare la natura come una potente «macchina mortale» inarrestabile. Ma è giustificato mettere in dubbio il ruolo di salvatore che avrebbe il protagonista del libro, il principe Mýškin, come spiega Stephan Lipke in un articolo che apparirà sul nuovo numero della “Civiltà Cattolica”

Il corpo di Cristo morto nella tomba, di Hans Holbein

Pubblichiamo in anteprima un estratto dell’articolo Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Una teologia che parte dall’esperienza di frontiera del gesuita Stephan Lipke, che comparirà il 19 giugno sul prossimo quaderno della rivista La Civiltà cattolica.

Per quelli che credono o che sono alla ricerca è sempre utile riandare a L’idiota. Non per nulla, nella sua Lettera pastorale alla vigilia del nuovo millennio il cardinale Carlo Maria Martini ne riprende la famosa domanda: «Quale bellezza salverà il mondo?». E non a caso l’enciclica Lumen fidei (LF) cita le parole pronunciate dal principe Mýškin alla vista del dipinto del Cristo morto nel sepolcro, opera di Hans Holbein il Giovane: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno» (LF 16). 

Dopo le due Guerre mondiali, i genocidi del XX secolo, ma soprattutto dopo l’Olocausto, possiamo forse comprendere molto meglio i sentimenti provati dal principe Mýškin e in particolare dal giovane Ippolit, malato di tubercolosi, mentre guardano il quadro che rappresenta il Cristo torturato a morte. Ippolit si esprime così: «Quando si guarda quel quadro, la natura ci appare come un mostro gigantesco, implacabile e muto, o per dir meglio […] ci appare sotto l’aspetto di una enorme macchina di recentissima costruzione che abbia assurdamente afferrato, maciullato e inghiottito, sorda e insensibile, un Essere sublime e inestimabile, un Essere che, da solo, valeva più di tutta la natura con tutte le sue leggi, anzi di tutta la Terra, la quale forse è stata creata unicamente al fine dell’apparizione di quell’Essere unico». 

La natura qui è rappresentata come una potente «macchina» mortale, che ha distrutto persino Cristo, l’«Essere inestimabile», sebbene qui si debba parlare della natura umana piuttosto che della natura in quanto tale, perché Cristo non è stato vittima di una perfida malattia, bensì della violenza dei suoi simili, come sottolinea lo stesso Ippolit.

Il potere della morte si manifesta, nel romanzo, soprattutto con Nastàs’ja Filìppovna Baràškova. Solo al vederne il ritratto fotografico – e questa è un’ulteriore indicazione di quanto Dostoevskij fosse al passo con i suoi tempi – il principe Mýškin rimane folgorato dalla sua bellezza. Ma anche dai suoi occhi il principe si rende conto che quella donna deve aver «sofferto terribilmente», ed esprime per lei non soltanto preoccupazione, ma anche speranza, perché quello che vede è «un volto orgoglioso, terribilmente orgoglioso. Ma sarà buona? Ecco quello che non so dire. Ah, se fosse buona! In tal caso, tutto sarebbe salvato».

Si scopre però che Nastàs’ja Filìppovna non è «buona» in senso morale, e proprio per questo fa una brutta fine. Ella abbandona più volte il principe che vorrebbe salvarla, preferendo a lui il passionale Rogòžin: l’ultima volta mentre il principe la sta già aspettando davanti all’altare per sposarla. Non lo sposa nonostante sappia che con Rogòžin «l’aspetta sicuramente il coltello», con il quale alla fine egli la ucciderà, ma proprio perché lo sa. Così si compie ciò che il principe aveva forse già temuto quando ancora sperava di salvarla: Nastàs’ja Filìppovna era, in fondo, condannata a morte fin dal principio. E non è certamente un caso che l’abitazione in cui viene uccisa si trovi nelle immediate vicinanze di piazza Semënovskij, dove un tempo Dostoevskij avrebbe dovuto essere giustiziato. 

Il motivo dello smarrimento interiore di Nastàs’ja Filìppovna si trova nell’abuso sessuale che ha subìto da ragazza. Dopo l’impoverimento e la morte prematura dei suoi genitori, la ragazza viene affidata a un certo Tòckij, un ricco vicino di trent’anni più anziano di lei. Dopo averla trasferita in una tenuta di campagna, questi ne scopre la bellezza quando lei ha 12 anni. Le fa ricevere un’educazione eccellente, e quattro anni dopo instaura con lei una relazione sessuale. Adesso i rapporti sessuali sono terminati da un po’ di tempo e Tòckij vuol far sì che Nastàs’ja Filìppovna si sposi, provvedendola di una dote considerevole, in modo che il ricordo della relazione sessuale con lei non danneggi la sua reputazione e quindi i suoi progetti matrimoniali. 

Nastàs’ja Filìppovna è abbastanza forte da opporsi a tale progetto, ma non riesce a lasciarsi alle spalle le conseguenze della violenza sessuale subita, perché continua a sentirsi in colpa. Perciò lascia il principe, coetaneo, ma inesperto della vita, perché – a differenza di Tòckij – non vuole «rovinare un bambino come lui». La sua morte poi è preceduta da umiliazioni dai connotati sessuali, perché, mentre sta andando in chiesa, sente alcuni curiosi gridare che lei «non è la prima e non sarà l’ultima» a sposarsi senza essere vergine, e viene paragonata a Cleopatra, che nelle parole di una ballata di Pùškin viene descritta come una seduttrice mangiauomini.

Sono proprio queste grida che la inducono a non recarsi più in chiesa da Mýškin, ma ad andare da Rogòžin, colui che presto la ucciderà. Persino lo stesso omicidio fa pensare a un abuso sessuale, perché la ferita inferta da Rogòžin a Nastàs’ja Filìppovna è profonda: il coltello arriva direttamente al cuore, ma la ferita è quasi invisibile perché ne esce poco sangue. Ed è proprio quello che a volte avviene dopo un abuso sessuale: la ferita è profonda, ma (quasi) nessuno la nota. È così che, come la macchina mortale ha annientato il Cristo di Holbein, la morte distrugge anche Nastàs’ja Filìppovna, non da ultimo con il potere della violenza sessuale. 

Neanche il principe Mýškin, con tutta la sua buona volontà, riesce a salvarla, perché ben presto non è più il povero e ingenuo «idiota» che era dovuto tornare dalla Svizzera, interrompendo la sua cura per mancanza di soldi, e del quale Nastàs’ja Filìppovna si era fidata ciecamente. Infatti, il principe eredita una fortuna, entrando così a far parte in un certo senso della classe dirigente, mentre a Nastàs’ja Filìppovna le sue parole consolatorie appaiono vuote, come «nei romanzi». Pertanto è giustificato mettere in dubbio – come fa Michael Holquist – il ruolo di salvatore che avrebbe il principe Mýškin, individuando nel romanzo alcune «lacune nella cristologia».