Tra mito e naturaIl piacere sensuale delle isole Tremiti

L’isolamento della pandemia ci ha spinti lungo la strada di un’erotica della geografia? È questo che si chiede Fabio Fiori, ripartendo nelle sue esplorazioni adriatiche, esplorando quattro piccole isole dell’infinito arcipelago dalmata sciamato verso occidente

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Originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

L’isolamento pandemico lo abbiamo sofferto, lo abbiamo apprezzato, lo abbiamo cantato. Forse lo rimpiangeremo? Almeno per l’esplosione dei silenzi nelle strade, per il dilatarsi dei tempi nelle case. Ma di certo le stagioni della vita, come quelle astronomiche, sono indifferenti ai nostri progetti e ancor più alle nostre malinconie.

E, come sanno bene gli uccelli migratori, c’è un tempo per fermarsi e un altro per partire.

Così ci rimettiamo in viaggio, senza alcuna voglia di esotico ma con un gran desiderio erotico, di polvere e di salmastro, di ombra e di luce, di storie e di genti. Chissà che proprio l’isolamento non ci abbia rivelato, consciamente o inconsciamente, un’erotica della geografia? Un piacere sensuale dei luoghi, vicini o lontani, urbani o naturali, magari anche imperfetti o maltrattati come lo sono tanti paesaggi italiani contemporanei.

Comunque, alzando gli occhi al cielo ci sarà sempre un rondone che squarcia azzurre profondità, abbassando gli occhi alla terra ci sarà sempre un papavero che insanguina funerei asfalti.

Un’erotica della geografia che ci ha insegnato anche, con inarrivabile maestria, Franco Battiato. In questa ritrovata libertà di movimento, in questa primavera incerta con grandi nuvole che attraversano il cielo, piangiamo e ridiamo, riascoltando con gioia le sue canzoni più note e scoprendo altre: «è l’amore che mi prende piano piano / per la mano mentre l’acqua dietro ai vetri / gia’ discende lentamente».

Sono ripartito, in auto per una volta con un piccolo kayak arancione sul tetto, ascoltando e riascoltando “Invito al viaggio”, in un crepuscolo infuocato di giugno, quando anche l’A14 dopo Pesaro in direzione sud, diventa una platea teatrale per assistere al meraviglioso spettacolo dell’alba adriatica.

Viaggio in direzione opposta a quella dei fraticelli che in questi giorni sono tornati a danzare nei cieli adriatici, dopo una lunghissima migrazione iniziata nelle coste occidentali africane. Sono ballerini aerei leggerissimi che pesano 50 grammi, con un’apertura alare di 40 centimetri, che è doppia della lunghezza.

Quando arrivano qua vestono già la livrea nuziale alla veneziana, con una inconfondibile mascherina nera che copre gli occhi e la nuca, lasciando libera la fronte, bianca come il corpo.

Le ali sono invece grigio chiare con remigranti nere. Hanno un volo battuto nervoso e in caccia acquatica sono capaci di picchiate e decolli verticali. Manovra acrobatica che gli ornitologi chiamano «dello spirito santo», un incanto circense che emoziona sempre.

In questa nuova geografia cromatica godo delle libertà concesse in regioni gialle, indifferente all’assurdo dibattito sul posticipo di un’ora del coprifuoco.

Il giornale radio mi annoia e rimetto la colonna sonora di questo nuovo viaggio, un mantra che ha la voce roca e suadente di Manlio Sgalambro e quella vibrante e orientale di Franco Battiato.

Direzione sud quindi, verso un piccolo arcipelago di grande storia che ha lasciato maestose testimonianze architettoniche: le isole Tremiti, Diomedee le chiamava Strabone.

«Quanto al dominio di Diomede nella zona intorno a questo mare (l’Adriatico), ne sono testimoni le isole Diomedee».

Quattro piccole isole e qualche scoglio, frammenti dell’infinito arcipelago dalmata sciamato inspiegabilmente verso occidente, limitandosi a guardare con occhi di bambino una carta nautica.

Ma anche perché sembra poco attendibile una teoria geologica degli inizi del Novecento che parlava di una terra Adria di collegamento tra Italia e Balcani, di cui le isole sarebbero elementi residuali.

In attesa di nuove interpretazioni scientifiche, l’arcipelago è comunque una meraviglia geologica per forme, affioramenti, colori, ma anche per osservare l’eterna lotta tra gli elementi, magari dall’alto di una falesia a San Nicola in un giorno di Maestrale o a Punta Secca a Capraia quando picchia la Tramontana.

Le Tremiti sono isole da visitare e scoprire anche attraverso una relazione tattile con le rocce: i bianchi calcari sommitali di San Nicola, le gialle marne del Cretaccio che la pioggia scioglie facendo magicamente cambiare colore al mare circostante, i rossi calcari di Punta del Vuccolo a San Domino.

Un erotismo geografico tattile, ma anche olfattivo che trova a Caprara un selvaggio, disabitato ambiente elettivo. Se possibile da raggiungere a remi, come ho fatto io, per entrare silenziosamente e sensualmente nell’anima dell’isola.

A Caprara, il nome che gli isolani usano per Capraia, la relazione sensoriale con la natura è insieme seducente e inquietante. Perché ad esempio è destabilizzate il volteggiare sinistro e l’ossessivo frastuono di gabbiani reali in riproduzione, che perturba alla maniera del mito e interroga sulla relazione uomo-animale. Ma al contempo l’isola regala una sensualità di luci abbacinanti e odori penetranti.

È la luce che il mare amplifica, è l’odore che la vegetazione variega. Dal precipizio di Punta dello Straccione, all’estremo meridionale di Caprara, vedo «Dormire ces vaisseaux … Dormire vascelli / d’animo vagabondo, / qui a soddisfare i minimi / tuoi desideri accorsi / dai confini del mondo».