Storia di un pasticcioIl caso Astrazeneca è il trionfo del populismo vaccinale

Dal giorno della morte di Camilla Canepa, il governo ha interrotto la somministrazione del farmaco a cui si devono un quinto delle vaccinazioni sul territorio nazionale. Adesso per molti over 60 e per i milioni di italiani che avevano fatto la prima dose e aspettavano la seconda, è diventato un veleno da non utilizzare

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Bisogna mettere in ordine cronologico gli attori e i fatti di questa vicenda, per capire a quale grado di disordine e di “scambismo” politico-scientifico si sia giunti sull’affaire Astrazeneca dopo la morte della giovane Camilla Canepa. 

Due mesi fa è stato il Ministro Speranza alla Camera a rassicurare sulla sicurezza di Astrazeneca sulla base dei dati del Regno Unito, che hanno registrato solo 18 eventi fatali correlati su 32 milioni di somministrazioni di Astrazeneca. Circa un morto ogni due milioni di vaccinazioni. Un mese fa il CTS ha ribadito che l’indicazione dell’Ema per Astrazeneca è per gli over 18 e non c’è ragione per vietarlo sotto i 60 anni, né per impedire gli open day riservati a tutti i maggiorenni, molto frequentati dai più giovani (interessati al pass vaccinale).

Non più tardi di una settimana fa è stata l’AIFA nel V Rapporto sulla Sorveglianza dei vaccini COVID-19 (periodo dal 27/12/2020 al 26/05/2021) a confermare l’assenza di un caso Astrazeneca, per cui l’AIFA stessa pochi giorni prima, a fronte dei dubbi che emergevano sui rischi per la vaccinazione degli under 60, aveva assicurato che, dopo la prima dose, la somministrazione della seconda con lo stesso vaccino (e non con un altro) continuava a rappresentare «la strategia di contrasto alla diffusione del virus Sars-Cov-2 che garantisce il migliore livello di protezione».

Il comunicato con cui venne diffuso il Rapporto dell’AIFA è del 10 giugno, giorno in cui muore Camilla Canepa. E da quel momento in Italia su Astrazeneca cambia tutto, senza che sia cambiato niente, a parte la morte di una ragazza che, se pure correlata alla vaccinazione, non sembra dipendere esclusivamente da essa: le indagini hanno ipotizzato la preesistenza di una malattia auto-immune forse sconosciuta e comunque non dichiarata nel triage pre-vaccinale e hanno accertato che la ragazza aveva avviato una terapia ormonale pochi giorni dopo la somministrazione del vaccino e pochi giorni prima della comparsa dei sintomi della trombosi. 

Eppure, da quel momento Astrazeneca diventa un farmaco tabù e quindi da proibire, pur essendo un farmaco autorizzato dall’Ema e senza il quale non sarebbe stato possibile in Italia raggiungere gli attuali livelli di immunizzazione. 

Da quel giorno, dal giorno di una morte terribile, che non dice però dei rischi di Astrazeneca nulla di più di quanto già non si sapesse, si impone un cambio di racconto e di logica (pesa la giovinezza di Camilla, la sua faccia su tutti i giornali e le home page, la propaganda sconcia di chi ha subito lanciato la caccia a chi l’aveva ammazzata…), per cui il farmaco a cui si devono un quinto delle vaccinazioni italiane e che per una campagna negativa insensata molti over 60 (per cui è consigliato con rischi quasi nulli) già rifiutavano, è diventato un veleno da allontanare dal corpo dei vaccinandi. Di tutti. Pure di quei milioni di italiani che avevano fatto la prima dose di Astrazeneca e aspettavano la seconda. 

Dopo poco il CTS ha concluso con un gergo doroteo infamante per una istituzione scientifica che la «vaccinazione eterologa trova un suo razionale immunologico e biologico e non appare essere sconsigliabile né sul fronte della sicurezza (reattogenicità), né su quello della immunogenicità» e poi l’AIFA non ha solo approvato, ma di fatto imposto la vaccinazione mista «a fronte di un rilevante potenziamento della risposta anticorpale e un buon profilo di reattogenicità».

Come hanno evidenziato meritoriamente sia l’ex presidente dell’AIFA Luca Pani sia una delle più serie giornaliste scientifiche italiane, Roberta Villa, si tratta di una decisione letteralmente insensata, perché la sicurezza e i rischi di Astrazeneca emergono dall’esperienza di decine di milioni di somministrazioni, mentre la sicurezza della vaccinazione “mista” non può essere né rilevata, né stimata sulla base di sperimentazioni che hanno coinvolto poche centinaia di persone.

Per scoprire, come si è fatto nel Regno Unito (la cui esperienza l’Italia ha seguito per assenza di alternative), che una persona ogni due milioni di vaccinati statisticamente morirà per cause direttamente legate agli effetti avversi della somministrazione di Astrazeneca, si sono dovute vaccinare decine di milioni di persone e i rischi di trombosi atipiche non sono affatto emerse, per il numero dei soggetti coinvolti, nelle fasi di sperimentazione precedenti all’autorizzazione.

Che cosa succederà vaccinando con la seconda dose di un vaccino a Rna chi aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca semplicemente non si sa. Si è scelto, come ha giustamente denunciato proprio Roberta Villa, di evitare un rischio basso e conosciuto per correrne un altro di fatto ancora ignoto, nella speranza che sia nullo. Si confida, è stato detto, di evitare circa 15 morti su una decina di milioni di somministrazioni, ma non si sa minimamente quanti alla fine saranno e soprattutto quanti ne potranno derivare dall’inevitabile ritardo, che questa crisi di fiducia comporterà sulla campagna di vaccinazione e quindi sui morti da Covid, che nell’ultima settimana, la migliore degli ultimi sei mesi, sono state in media 55 al giorno. 

Si è giunti a bandire del tutto Astrazeneca per chiunque non abbia 60 anni (età sopra la quale ovviamente sarà rifiutato, visto il battage negativo, in quanto ufficialmente “mortale”), non per contenere un grave problema di salute pubblica, ma per adeguare la razionalità scientifica al senso comune diffuso. Per l’ennesima volta sulla pandemia in Italia la voce della scienza diventa un ipse dixit, per di più arbitrario e contraddittorio, cioè un principio di autorità, utile a giustificare le decisioni del potere e non un’istanza critica per discuterne e eventualmente confutarne la fondatezza. La scienza viene usata (e molti scienziati si fanno usare) come un servizio d’ordine di un Palazzo assediato da un’irrazionalità mediaticamente indotta e politicamente non fronteggiabile, se non al prezzo di una insostenibile impopolarità. 

Dopo la medicina difensiva, che ha stravolto le relazioni bioetiche tra medico e paziente in base a principi di autotutela fondati sul solo obiettivo di evitare azioni di responsabilità, si passa alla politica sanitaria difensiva, adattata convenientemente a una vox populi teleguidata o algoritmicamente casuale, ma comunque da non avversare, di modo che nessuno sia democraticamente imputabile di avere “ammazzato” qualcuno. Anche se l’alternativa ne ammazzasse indirettamente molti di più, perché qualunque scelta o omissione, in pandemia, ammazza qualcuno: altro dato prudentemente rimosso dalla discussione pubblica e dalla retorica dell’«andrà tutto bene».

Il nodo politico dovrebbe essere rappresentato dal saldo dei morti (da quanta gente muore di più o di meno a seconda delle scelte sanitarie e non solo sanitarie) e dal saldo di libertà che politiche inevitabilmente costrittive consentono, anche sul piano del diritto e dell’accesso alle cure. Invece la logica è si è capovolta: i morti del Covid stanno su un altro conto rispetto a quello dei vaccini. E paradossalmente la politica risponde principalmente dei secondi. Due anni di mortalità e di letalità da record, con il collasso del sistema sanitario, fanno meno paura di una morte “da vaccino”. E i cittadini devono obbedire a ordini contraddittori, al di fuori da ogni rapporto di fiducia razionale in decisioni che incorporano e diffondono irrazionalità. Il populismo vaccinale, insomma, al suo peggio.

Camilla è morta, qualcuno deve pagare, quindi Astrazeneca va proibita. Anche se i rischi di trombosi nelle persone di più giovane età sono enormemente superiori per l’uso degli anticoncezionali o per il fumo di sigaretta rispetto alla vaccinazione con Astrazeneca, Astrazeneca va proibita. 

Visto che il Covid è diventata una malattia “sacra” – che infatti produce totem e tabù – e quindi ancora più “politica”, il vaccino non è un farmaco come un altro, i cui limiti di utilizzo, a fronte di rischi di efficacia e sicurezza documentati e accettabili, possa essere affidato al consenso informato dei pazienti e alla diligenza dei medici. Il vaccino diventa una pozione magica e un instrumentum regni paternalistico: è il crisma del potere salvifico, che non tollera morti sul suo cammino. La cosa pazzesca, ma in Italia non così tanto, è che si trovano fior di scienziati disposti a reggere il gioco, a dire tutto e il suo contrario al mutare della cronaca e a fare i druidi di un potere alla deriva sul Titanic dell’Italia pandemica.