Di acqua e pianuraLa malinconica poesia di costeggiare il delta del Po

Nell’estate 2020 il musicista Giovanni Truppi ha viaggiato lungo il perimetro delle coste italiane, per tenere una serie di concerti post-lockdown. Come racconta in “Un’avventura” (La Nave di Teseo), ogni giorno ha incontrato paesaggi in continuo mutamento, ancora segnati dalla pandemia, in una spedizione lungo un Paese solo all’apparenza minore e in realtà del tutto contemporaneo

di Massimo Adami, da Unsplash

È brutto tempo ed è lunedì. Da sempre, per me, oggi è il giorno in cui finisce l’estate.

Da domani inizia il mese che, più di gennaio, fin dall’infanzia sento come l’inizio del nuovo anno, e questa volta il suo arrivo è particolarmente carico di speranze, incognite e paure.

Nel giro di pochi mesi sono diventato padre, sono andato via dalla città dove ho vissuto la maggior parte della mia vita di adulto e il mondo è stato rivoltato da un disastro muto che, là dove non ha portato morte e impoverimento, ha costretto molti a confrontarsi con il senso e le priorità della propria esistenza. Le settimane appena trascorse sono state un limbo che mi ha fatto staccare da tutto, ma so che sta arrivando il momento in cui tornerò a quello che ho lasciato. È da ieri sera che Daniele e Giovanni mi prendono in giro perché alla fine del concerto ho augurato buon settembre a tutti.

Mentre lasciamo Rimini, una grande ruota panoramica e i tralicci delle montagne russe in lontananza ci segnalano che siamo nei paraggi di Mirabilandia.

Già prima di Ravenna il paesaggio comincia a cambiare molto. La pianura si stende piatta e lunghissima alla sinistra del camper e i prati bassi sono di un colore nuovo, né spento né acceso.

Il mare è assente, ma l’acqua è ovunque: lagune, fiumi, acquitrini. Ogni tanto spunta qualche casa di contadini. Nei lunghi tratti vuoti, la terra è come impastata al grigio delle nuvole fino alla pancia del cielo e sembra un altro mare di un altro colore. Gli ulivi mancano da tanto e molti degli alberi a bordo strada non li conosco nemmeno di vista.

La statale ci porta sulla striscia di terra che separa l’Adriatico dalle valli di Comacchio, tra la foce del Reno e il canale di Porto Garibaldi. Prendiamo l’uscita di Lido Spina, il primo dei sette Lidi Ferraresi. È tutto deserto. Deserto il paese, vuoti gli innumerevoli stabilimenti che ricoprono la spiaggia. Arriviamo fino a Lido degli Estensi, che mi ricorda il litorale domizio.

Tra un paese e l’altro ci sono piccoli boschi, campi di granturco, prati di belle di notte con i fiori alti e gialli che sembrano ginestre solitarie. La pioggia è aumentata. Costeggiamo file di case a schiera lungo i confini dei campi. A Porto Garibaldi, dal ponte sul canale – triste, color asfalto – si vede via Matteotti che ne rasenta la riva e l’impressione è di osservare due strade affiancate. Barche, pontili, case basse su un lato e pescherecci dall’altro, con gli alberi maestri che arrivano più in alto dei tetti. Il picchiettio della pioggia sull’acqua è talmente insistente che i segni lasciati dalle gocce non hanno tempo di cancellarsi e sembrano impronte permanenti sulla superficie.

Una cosa interessante di questa esperienza, per me, è che essere obbligato a fermarmi e prendere appunti fa emergere, dai luoghi e dai momenti, molte più cose di quelle che sarei portato a trovarvi in condizioni normali, ed è come se, vista così, la realtà si rivelasse più interessante, più pregna e anche più poetica di come appare di solito, quando la osservo con un minore grado di attenzione.

Proseguiamo per Lido delle Nazioni. Viti, granturco, cipressi. Alberi alti e folti, arbusti, cespugli. Sullo sfondo l’acqua forma una rete viaria alternativa: canali e laghi, vie e piazze. Il granturco in certi tratti è rosso, come bruciato dal sole. Dal finestrino segnato di pioggia non si riesce a distinguere bene ma è suggestivo il contrasto con il giallo e il verde, a cui si aggiunge il nero delle tracce aperte nella terra per la semina. Nebbia. Passiamo di fianco a dei campi e per un attimo penso che potrebbero essere risaie ma poi capisco che è solo l’acqua piovana che ha riempito i solchi. Un airone color cenere, al passaggio del camper, accenna a staccarsi dal suolo. I casali da alcuni chilometri sono diventati larghi e bassi come battelli.

È da quando è iniziata l’Emilia-Romagna che mi sembra che la pianta delle costruzioni sia mediamente più ampia rispetto al resto della costa italiana. È perché qui c’è più spazio e meno densità? È per esigenze climatiche? Lido di Volano. Codigoro. Cerchiamo una strada per Goro ma non è facile. Mesola. Gigliola. Canneti, case isolate, canali.

Arriviamo a Goro. Piccole case colorate, tetti spioventi. Ci fermiamo a prendere un caffè in un bar semivuoto appena dietro il porto. L’acqua tra le banchine, immobile, sembra di cemento.

Seguiamo il corso del Po di Goro (ognuna delle diramazioni attraverso le quali il Po arriva al mare si chiama, a sua volta, Po e il delta del Po è lo spazio compreso tra esse). Pianura senza alberi a perdita d’occhio, macchie di uccelli bianchi. Per abitudine penso ai gabbiani, invece sono aironi. Che natura elegante. Il ponte di chiatte all’altezza di Gorino segna il confine tra Emilia-Romagna e Veneto ed è una visione da fiaba: un pavimento di assi di legno si appoggia sull’acqua per mezzo di barche simili a scialuppe. Da ciascun lato dell’attraversamento spunta una fila di prue e solo una bassa balaustra blu ripara il passaggio. C’è un guardiano, chiediamo informazioni per proseguire.

L’unica cosa che dice, ostentando una sicurezza che non ci convince fino in fondo, è che la struttura dovrebbe riuscire a sostenere il peso del camper. Per il resto praticamente non parla ma, gentilissimo, ci porge una mappa. Le rive sono piene di acacie e alcuni tronchi sembrano avere le radici praticamente nell’acqua. Daniele dice che si vedrebbe bene a fare il lavoro di guardiano del ponte.

Passiamo illesi il fiume e siamo in Veneto, nell’isola di Ariano, il territorio tra Po di Goro, Po di Venezia e Po di Gnocca. In mezzo ai campi, un cimitero giallo grande come un piccolo cortile: un muro perimetrale, lo spazio al centro, una tettoia su un lato, una minuscola cappella. Sul bordo del Po di Gnocca pescatori in impermeabile, stivali e costume da bagno. Ca’ Latis. Oca Marina. La giurisdizione è quella del comune di Taglio di Po: il termine taglio ha origine da una delle varie tipologie di opere idrauliche realizzate per strappare all’acqua parte di questi terreni. Attraversiamo l’Isola della Donzella, tra il Po di Gnocca, il Po di Venezia e la Sacca degli Scardovari.

I significati nuovi che parole comuni come isola o valle assumono in questa parte di mondo, dove la distribuzione degli elementi naturali è così insolita a causa della grande concentrazione d’acqua, aumentano il mio disorientamento dovuto ai mille nomi del Po, al paesaggio inedito e alla difficoltà – per il maltempo – di trovare qualcuno con cui poter scambiare qualche parola.

A Tolle il contachilometri del camper arriva a seimila. Ci fermiamo. Giovanni tuffa un microfono subacqueo nel Po di Venezia. Ripartiamo e percorriamo una nuova via Matteotti, anche questa parallela all’acqua. C’è una zona industriale, gli edifici più vecchi (alcuni abbandonati) risalgono a decenni fa. Andiamo verso la spiaggia di Boccasette. Tutto è piano. Verde oppure rossonero. San Giorgio. Maestrazza.

Villette singole non troppo distanti tra loro. Molte sono carine, semplici: una panchina in giardino, un patio. Seguiamo le indicazioni per il centro e la spiaggia. Sembra il set di un film noir. Lungo il fiume, ormai a poca distanza dal mare, ci sono delle rimesse per le barche: ripari a cui si accede da pedane di legno sospese dal piano stradale. Piccole acacie umide, fasci di canne appoggiati a terra. Le barche – di dimensioni modeste – non sono né pescherecci né mezzi da diporto.

Ora siamo sul Po di Maistra. A destra e sinistra esili canali, separati da sottili file di alberi. Il camper procede su una linea di terra circondata d’acqua che sul navigatore del telefono non compare nemmeno e l’indicatore della nostra posizione si muove sullo schermo come se camminassimo sulle acque.

A Boccasette entriamo in un lido vuoto. Camminiamo sulla sabbia indurita dalla pioggia fino alla battigia costellata di molluschi portati dalle onde: vongole, telline e grappoli di piccole cozze. Il rumore del mare, anche se è calmo, occupa quasi tutto lo spazio sonoro e l’unica interferenza è il crepitio dei gusci sotto i nostri passi. Le onde, ritirandosi, mostrano fin quanto lontano sia basso il fondale.

Ieri sera a cena ci raccontavano che a volte da queste parti gli anziani, dopo una notte di temporale, la mattina vanno a raccogliere le vongole abbandonate a riva dalla mareggiata.

Arriviamo a Comacchio sperando di poter mangiare qualcosa di caldo. Nel corso della giornata abbiamo preso acqua e freddo senza avere i vestiti adatti e siamo preoccupati: per tutto il viaggio abbiamo fatto attenzione a non ammalarci, anche per scongiurare il pensiero del contagio, e ci dispiacerebbe se accadesse proprio ora che manca poco all’arrivo.

È buio, ai bordi del canale di via Agatopisto alcuni uomini si muovono silenziosamente. Portano in mano torce e retini. Sull’acqua galleggiano delle anatre. Costeggiamo la facciata illuminata della chiesa di San Pietro.

Troviamo un ristorante un po’ all’antica e mangiamo lì. Pasta con anguilla, frittura di pesce (il proprietario non approva il fatto di condirla col limone – cosa con cui concordo – perché, dice, così si perde il sapore e non ci si accorge se è buona o meno), vino rosso, un dolce indimenticabile accompagnato da cognac.

Anche se il Veneto è appena cominciato e manca ancora una regione è da un paio di giorni che mi sento come quando in alcuni film, da un certo punto in poi, a ogni scena si pensa che potrebbe essere quella finale.

da “L’avventura”, di Giovanni Truppi, La Nave di Teseo +, 2021, pagine 224, euro 17