Futuro incertoIl potere del Partito comunista cinese è ancora solido (ma nulla è eterno)

Oggi è il centenario del Pcc, che governa la Repubblica Popolare ininterrottamente dal 1949. Nei decenni è sopravvissuto grazie alla perseveranza e alla capacità di adattamento. Ma oggi deve fronteggiare questioni cruciali, come il rallentamento economico, la competizione con gli Stati Uniti, la riunificazione di Taiwan

AP / Lapresse

Il primo luglio 2021 si celebra il centenario del Partito comunista cinese, che ha mantenuto il monopolio del potere in Cina da quando nel 1949 le truppe di Mao Zedong sconfissero i nazionalisti.

Il partito conta più di 90 milioni di iscritti e nei decenni ha mostrato una grande perseveranza e capacità di adattamento. È sopravvissuto a vari eventi storici che avrebbero potuto affossarlo, spesso addossando le responsabilità dei propri errori all’incompetenza dei singoli individui. Ma oggi ha nuove sfide da affrontare.

Il presidente cinese Xi Jinping è il membro più celebre del Pcc, ma è a livello locale, nelle città grandi e piccole e nei villaggi, che i cittadini cinesi si confrontano con il partito inteso come organizzazione.

Il Center for Strategic and International Studies ha analizzato il caso di Niangziguan, città con una popolazione di 11.446 persone, a sudovest di Pechino e a ridosso della linea di congiunzione tra le province Shanxi e Hebei. Mentre l’obiettivo del raggiungimento del grande “ringiovanimento nazionale” impegna le alte sfere, ci sono problemi di ordine pratico a dominare gli sforzi delle autorità locali.

La prevenzione e la risoluzione delle questioni che pongono maggiori rischi, come la minaccia terroristica, le infiltrazioni di separatisti tibetani, varie forme di spionaggio, sono fondamentali per il conseguimento degli obiettivi politici del Pcc a livello più ampio.

Tenendo ben presente il limite costituito dalle limitazioni imposte ai cittadini cinesi in materia di libertà di espressione, il supporto per il partito tra la popolazione sarebbe cresciuto. Lo spiega uno studio di luglio 2020 dell’Harvard Kennedy School: sarebbe dovuto al miglioramento della qualità della vita raggiunto in Cina negli ultimi decenni.

È quasi naturale, per i cinesi, sentirsi orgogliosi dei risultati ottenuti in così poco tempo, prosegue l’analisi, dopo decenni trascorsi ad essere trattati come il fratello minore degli Stati Uniti.
Il successo nel contenere l’epidemia ha aumentato il supporto per il regime cinese, mentre la propaganda – di pari passo – ha teso a rafforzare costantemente l’idea secondo cui la vita in Cina era meglio che nel resto del mondo.

La Repubblica Popolare ha risposto prima e meglio alla crisi economica causata dalla pandemia. In base al report, i cittadini cinesi sin dal 2003, da quando è partito lo studio, si sono detti soddisfatti del governo. Ma questa soddisfazione appare legata al grado di benessere materiale e dunque potrebbe essere a rischio qualora le condizioni di vita dovessero peggiorare a fronte del rallentamento economico.

Per il momento, il potere del Pcc non appare minacciato, ma il consenso non può essere dato per scontato. Il successo economico è un’arma a doppio taglio perché se da un lato garantisce un certo grado di ordine sociale, dall’altro il miglioramento progressivo degli standard di vita presuppone che il processo non si interrompa. I cittadini, dunque, si aspettano sempre di più e tradirli potrebbe avere un costo.

Anche il successo dimostrato nel controllare la diffusione del virus potrebbe durare poco. La mancata trasparenza di Pechino nel fornire informazioni sull’origine della pandemia ha alimentato i sospetti di un iniziale occultamento dell’emergenza.

I dati di una ricerca di Statista, datata gennaio 2021, mostrano invece un calo della fiducia dei cittadini cinesi nei confronti del governo, forse dovuto proprio alla gestione della pandemia da parte di Pechino. Quasi l’82% degli intervistati ha dichiarato di avere fiducia nel governo cinese, un numero alto ma significativamente più basso rispetto al 2019, quando il livello di fiducia era al 90%.

Ma la vera spina nel fianco per il Pcc potrebbe essere un’altra – quella che tiene occupato il partito da più di 70 anni –, ovvero Taiwan. Pechino considera l’isola un territorio da riannettere con ogni mezzo possibile e non lascerà Taipei nell’attuale stato di autonomia-di-fatto per l’eternità.

Se ne parla da sempre, ma da alcune settimane con maggiore preoccupazione a fronte delle sempre più gravi incursioni cinesi nello spazio aereo dell’isola. Su questo argomento riflettono gli analisti del think tank americano Atlantic Council. Se, per esempio, dovesse fallire un eventuale attacco a Taiwan, il Pcc ne pagherebbe in termini di prestigio, avendo fatto dell’annessione dell’isola una questione cruciale dell’agenda politica e geopolitica del presidente Xi. Allo stesso modo, anche il costo economico di un tentativo finito male di annessione potrebbe danneggiare la reputazione del Pcc.