Quadri e risoluzioniChe cosa sta facendo l’Unione europea per combattere i crimini d’odio

Un recente rapporto evidenzia numeri preoccupanti: 9 su 10 non sporgono denuncia alle autorità. Ad essere più discriminati sono rom, ebrei e musulmani. Per contrastare il fenomeno e proteggere le minoranze sono stati messi in campo diversi strumenti a livello comunitario

All’interno dell’Unione europea, nove crimini d’odio su dieci non vengono denunciati alle autorità. In particolare, alcune minoranze subiscono il doppio degli episodi di violenza rispetto agli altri: ben il 19% perché omosessuali, seconda percentuale dopo le minoranze etniche (22%). È quanto racconta un nuovo rapporto dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA).

«Mentre il 9% del totale dei rispondenti ha subito una violenza fisica nei cinque anni precedenti, la proporzione è più alta per coloro che appartengono ad una minoranza etnica (22%), per coloro che si identificano come lesbica, gay, bisessuale, o in altri termini (19%) e per coloro che sono fortemente limitati nelle loro attività quotidiane per via di una disabilità o di un problema di salute (17%)», si legge nel rapporto.

I più attaccati sono le persone di etnia rom e nomadi, seguiti da ebrei e musulmani.

Agenzia europea per i diritti fondamentali

È anche possibile subire forme d’odio per più di una caratteristica personale: una persona di colore e musulmana, ad esempio, è più soggetta a minacce razziste rispetto ad un non musulmano (24% vs 20%).

Sono statisticamente i ragazzi più giovani (tra i 16 e i 24 anni) a subire il maggior numero di episodi di violenza, così come gli immigrati di seconda generazione. I giovani sono però anche la categoria che tende a denunciare meno. Anche il livello di istruzione influenza la probabilità che la vittima si rivolga alle autorità: se il 48% delle vittime con un’istruzione universitaria denuncia una violenza subita, questa percentuale scende drasticamente nel caso di un’istruzione secondaria o inferiore (28% e 33%).

Nel caso di rom e nomadi, poi, la statistica è impressionante: ben l’89% di chi ha subito episodi di violenza non ha denunciato il fatto. Mentre fra le persone LGBTI, solo il 21% l’ha fatto. Percentuale più alta, invece, nel caso degli ebrei: il 49% di chi ha subito un attacco si è rivolto alle istituzioni.

Secondo il rapporto, le tre principali ragioni che le vittime adducono per non denunciare sono: se lo facessero non cambierebbe nulla (motivazione frequente soprattutto fra gli ebrei: 64%), trovano che denunciare sia troppo difficile, oppure non si fidano della polizia (frequente soprattutto fra persone LGBTI, 24%, ed ebrei, 25%). Anche se, si osserva nel rapporto, una scarsa tendenza a denunciare è anche comune fra le vittime di violenza non legata a discriminazioni: meno di un terzo (30%) di coloro che subiscono un’aggressione fisica sporge denuncia.

«I crimini d’odio che non vengono denunciati non possono essere indagati o perseguiti, risultando nell’impunità e nell’incoraggiamento dei colpevoli», dichiara l’agenzia. «Rimangono anche ignoti, oscurando la reale entità del problema e il bisogno urgente di agire. Le vittime che non denunciano questi crimini non potranno ricevere un risarcimento, né il sostegno di cui hanno bisogno».

A livello europeo, dal 2016 è attivo un High Level Group per la lotta al razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza, con l’obiettivo di sostenere gli sforzi sia a livello comunitario che dei singoli Stati membri nell’implementazione e nello sviluppo di normative e politiche che possano prevenire e contrastare i crimini e i discorsi d’odio. Ciò avviene attraverso una serie di azioni, dalle discussioni tematiche allo scambio di buone pratiche, lo sviluppo di linee guida e il rafforzamento della cooperazione e delle sinergie fra i portatori di interesse coinvolti. Tutto si basa su una serie di principi generali a cui gli Stati membri si devono attenere: assicurare l’accesso alla giustizia per tutti, proteggere e sostenere le vittime, indagare e punire i crimini d’odio.

Già dal 2018 esiste una guidance note sul tema. In particolare l’Ue condanna due tipi di violazioni: l’incitamento pubblico alla violenza o all’odio verso un gruppo o un singolo membro di un gruppo sulla base della razza, colore, religione, nascita o origine nazionale o etnica, anche attraverso la diffusione di testi, fotografie o altro materiale, e, in secondo luogo, l’obbligo a verificare se per qualsiasi altro crimine la motivazione razzista o xenofoba non sia un’aggravante, oppure se questa motivazione non possa essere presa in considerazione nella determinazione della pena.

Fra le misure che l’agenzia raccomanda di adottare ci sono la promozione di forme di denuncia anonima o attraverso terze parti, la formazione specifica per la polizia, o la creazione di unità specializzate sui crimini d’odio. Anche la promozione della diversità all’interno dei corpi di polizia e una comunicazione pubblica regolare sulle statistiche dei crimini d’odio sono visti come strumenti utili per sensibilizzare il pubblico sul tema e promuovere la denuncia in caso di violazione.

Particolare accento viene posto sulla promozione di canali alternativi di denuncia, posto che la sfiducia verso i corpi di polizia costituisce il fronte più problematico (ben l’81% dei musulmani che sporgono denuncia per un crimine d’odio, per esempio, si dice insoddisfatto del trattamento che ha ricevuto, e la percentuale sale all’83% fra i cittadini provenienti dall’Africa sub-sahariana).

Esistono poi diversi schemi a livello europeo. Il Piano d’Azione europeo contro il razzismo 2020-2025, ad esempio, chiama gli Stati membri ad «aumentare gli sforzi per prevenire atteggiamenti discriminatori all’interno delle forze di polizia», creando un corpo indipendente incaricato di indagare i casi di comportamenti razzisti all’interno dei corpi di polizia e di investigare le forme di discriminazione istituzionale.

In più, altre strategie specifiche sono state messe in campo a tutela delle varie minoranze, come la EU Gender Equality Strategy 2020–2025, il nuovo EU Roma strategic framework, la LGBTIQ Equality Strategy 2020–2025 e la nuova EU Security Union Strategy 2020–2025.

Il Quadro strategico sui rom, per esempio, abbraccia la lotta all’antiziganismo ponendola come primo obiettivo per raggiungere la piena uguaglianza, inclusione e partecipazione delle comunità rom entro il 2030. Mentre il raggiungimento della sicurezza per le persone LGBTIQ è uno dei quattro pilastri della Strategia per l’uguaglianza LGBTIQ in Ue per il 2020-2025.

Infine, nonostante la presenza di una Direttiva sui diritti delle vittime, che prevede una speciale protezione per tutte le vittime di crimini d’odio, e la Decisione quadro su razzismo e xenofobia (che copre i crimini d’odio basati solo sulla razza, colore, religione, eredità, nazionalità o origine etnica della vittima), rimangono non normate le discriminazioni basate su sesso, età, disabilità e orientamento sessuale. Per questo la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di «presentare una nuova proposta per combattere la violenza di genere» e «proporrà di estendere la lista di reati a livello europeo, includendo tutte le forme di crimini d’odio e di discorsi d’odio».

«I crimini d’odio basati su razzismo, xenofobia, intolleranza religiosa o disabilità, orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere e caratteristiche sessuali sono gravi espressioni di discriminazione», si legge infine nel rapporto. «I crimini d’odio costituiscono un grave abuso della dignità di una persona, inerente a tutti gli esseri umani, e violano i valori fondanti dell’Unione europea».