Inclusi i presenti Fenomenologia di noialtri, personaggi drammatici che si esprimono comicamente

La pericolosità dell’essere mammiferi, la sessualità dei cavi audio, l'abilismo nei confronti delle galline, e altre emergenze sociali di chi ha troppo tempo libero

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Il problema dell’inclusività è che qualcuno si sente sempre escluso.

Ci pensavo vedendo l’Economist che, in una versione più elaborata dei cancelletti #tuttimaschi con cui le scrittrici liquidano gli editorialisti delle prime pagine da cui si sentono escluse, ci spiegava che la nazionale di calcio italiana è tutta bianca.

Ci pensavo vedendo l’interprete del personaggio gender fluid di Billions che lamentava la necessità, per le candidature agli Emmy, di proporsi come miglior protagonista maschile o femminile: che categorie novecentesche, che imposizione.

Ci pensavo vedendo un’attrice promuovere su Instagram un attrezzo per asciugarsi i capelli dicendoci che la sua piega preferita è «liscia naturale», e bella mia, siam buone tutte a chiamar piega quella che fai semplicemente passandoti il phon, noialtre che la natura non ha fatto lisce abbiam bisogno di complesse lavorazioni con spazzole e ferri, e se avessimo la tua fortuna i capelli d’estate li asciugheremmo al sole, quindi ripresentati quando sarai meno privilegiata e più inclusiva di noialtre nate ricce, tzè.

Forse è impossibile praticare l’inclusività senza coprirsi di ridicolo, ci pensavo guardando il commosso servizio televisivo su una squadra di calcio per bambini in cui nessuno può segnare più di tre gol, poi deve trattenere il proprio egocentrismo di bomber e aiutare gli altri a segnare, nessuna pippa deve tornare a casa senza aver fatto gol, diamine, è giusto, sono bambini, nessuno deve sentirsi escluso, mica vogliamo siano competitivi, poi diventano grandi e vogliono che il loro romanzo concorra allo Strega, mentre invece bisogna mirare a un premio letterario inclusivo, in cui tutti vincano.

Ci pensavo leggendo le dichiarazioni di Asia Kate Dillon sugli Emmy, che facevano tutto il giro della logica (per così chiamarla) circa la fluidità di genere. Quando ha saputo che poteva candidarsi come miglior attore, Dillon (che come potete intuire dal nome proprio è biologicamente donna, ma che ha rinunciato al genere sessuale sebbene non alla competitività) ha trasecolato: «Significa che Denzel Washington potrebbe candidarsi come attrice? Viola Davis come attore?». È sempre un bel momento quello in cui qualche militante delle istanze identitarie si rende conto di che ridicola messinscena esse siano.

Tuttavia Dillon non stigmatizzava la possibilità di andare e venire tra i generi per sottolineare come la percezione di sé sia un concetto ridicolo, ma per lamentare il fatto che manchi la categoria neutra. Una mancanza che ritiene equivalga a «una cancellazione, un’esclusione, e il perpetrarsi d’un binarismo che è davvero pericoloso». In effetti essere mammiferi è pericolosissimo. Per dire: se stai sott’acqua troppo a lungo, soffochi.

È impossibile non risultare ridicoli applicandosi alle battaglie del postmoderno, pensavo leggendo la notizia che la Lufthansa non dirà più ai passeggeri «signore e signori», e chissà quanti passeggeri ne saranno sollevati, quanti a bordo rifiutano il proprio essere mammiferi e quindi binari, saranno almeno quanti ne trovi ai premi per attori americani.

Mica vorremo dire che sono istanze per minoranze privilegiate che si percepiscono non mammifere non avendo problemi più seri che impegnino le loro giornate, suvvia. Mica vorremo dire che l’inclusione esclude.

Una di queste notti ho visto il video d’una ragazza trans indignata perché la redattrice d’un imminente reality sui trans l’ha chiamata per chiederle se volesse partecipare al casting, e come si permetteva di fare confusione sulle desinenze, e come si permetteva di pensare che un percorso di transizione avesse un inizio e una fine, e ho pensato a ’sta tizia in qualche ufficio di Roma quartiere Prati, ’sta tizia che guadagnerà neanche duemila euro al mese per fare le telefonate da quella che probabilmente ieri era la redazione d’un quiz e oggi è quella d’un reality sui trans, e come osa non essere la massima esperta di desinenze postmoderne e così orrendamente ignorante da proporti persino un provino: merita senz’altro d’essere sbeffeggiata dal club dei giusti.

È impossibile includere senza escludere, ci pensavo leggendo un articolo tedesco sugli asterischi infilati dentro le parole composte per renderle neutre, come il tedesco non fosse già abbastanza ostico di suo, e i software di lettura per non vedenti non sanno come pronunciarlo, l’asterisco, e la scelta di Sophie è quindi se escludere i ciechi o i sessualmente fluidi, e come non optare per l’essere includenti verso la minoranza più rappresentata tra gli attori famosi, così almeno poi non ci additano come escludenti su Instagram. (E poi vuoi mettere la sciccheria d’essere gender fluid rispetto alla cafonata d’essere ciechi).

È impossibile restare serie leggendo la richiesta di nomi non sessisti per i cavi degli strumenti musicali e degli amplificatori, giacché il fatto che il jack sia chiamato «maschio» e il buco in cui s’infila «femmina» è inaccettabilmente eteronormativo, e inviterei anche a considerare il rinforzo di sopruso allorché essi cavi vengono usati per amplificare “Hit the road, Jack”.

È impossibile non rendersi ridicoli quando ci si agita perché il postmoderno includa la nostra sensibilità. L’ho capito leggendo il comunicato dell’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente, che ricopio dichiarando contestualmente la sconfitta degli autori di satira, dei commediografi, e di chiunque ambisca a sorpassare con la propria immaginazione la realtà.

«La canzone La Gallina cantata da Cochi e Renato e scritta insieme a Jannacci è un inaccettabile insulto agli animali, in particolare nella strofa dove si dice che “La gallina non è un animale intelligente lo si vede da come guarda la gente”» [nota di Soncini: il testo della canzone dice «Lo si capisce da come guarda la gente», ma non cavilliamo].

«Per questo motivo andrebbe perlomeno modificata togliendo dalla stessa strofa la parola “NON” in quanto in quella parola sta l’insulto verso i polli e le galline» [ho chiamato il pollaio, ci ho parlato, non si sentono offesi, ipotizzo dipenda dal fatto che non capiscono l’italiano, come sempre ci approfittiamo dei forestieri].

«Ci rendiamo conto che si tratta di una canzone di altri tempi quando il rispetto per gli animali non esisteva, parliamo di un periodo dove in Italia venivano tenuti i cani alla catena, abbandonati quando non uccisi senza alcuna motivazione» [le galline invece continuiamo a farle in brodo: il progresso è un processo lento; ci sono stilisti che potrebbero aggiungere che in certi posti i cani non hanno ancora smesso di mangiarli, per dire].

«Erano altri tempi, tempi in cui l’amore per gli animali ed il rispetto per loro erano cosa per pochi, così se allora questo linguaggio era prassi comune, oggi i tempi sono cambiati così come è cambiato il linguaggio e la percezione del sentire comune verso le altre creature che popolano la terra, per questo sarebbe il caso di superare definitivamente anche con delle modifiche se del caso canzoni che allora facevano sorridere, ed oggi rischiano invece di far piangere la stragrande maggioranza degli italiani» [non ditemi mai più che vi faccio piangere coi miei periodi troppo lunghi, l’associazione offesa a nome delle galline ha una quantità di paratassi in un solo periodo che Proust piangerebbe per la sconfitta, e un po’ anche per il posizionamento a casaccio delle virgole; ma cosa conta la punteggiatura, quando la tua buona causa è essere inclusivo rispetto alla sensibilità del pollame].

Il problema della lavatrice è che ci ha liberato troppo tempo rispetto a quando andavamo a lavare i panni al fiume, tempo che ora riteniamo d’impiegare moralizzando una canzonetta che stava in uno sketch televisivo di quarantott’anni fa.