Storytelling perfettoInghilterra e Danimarca hanno le narrazioni più emozionanti di Euro 2020

Le due nazionali si giocano un posto in finale, ma entrambe meriterebbero il trofeo per la miglior narrazione del torneo: gli inglesi vogliono riportare il calcio nella sua casa d’origine proprio nell’anno in cui escono dall’Europa, i danesi cavalcano l’onda emotiva cresciuta dopo i problemi di Eriksen

Cecila Fabiano / Lapresse

L’Inghilterra si gioca un posto in finale tra le mura di casa, sotto l’arco di Wembley, con migliaia di tifosi sugli spalti a spingere per i Tre Leoni. Gli undici di Sua Maestà non avevano un’occasione simile dagli Europei ospitati nel 1996, quelli chiusi proprio in semifinale.

Di fronte ci sarà la sorprendente Danimarca, che aveva vinto l’edizione del 1992. La squadra allenata da Kasper Hjulmand non ha più Larsen, Laudrup (inteso come Brian) e Povlsen. Ma anche in questa versione 2021 ha offerto alcune delle prestazioni migliori del torneo, soprattutto se parametrate al materiale umano a disposizione. È una squadra che si regge sulla forza del collettivo, una forza emersa nitidamente dal 43esimo minuto della partita d’esordio contro la Finlandia, quando tutto è rimasto mutamente sospeso per il malore accusato da Eriksen.

Se quella di ieri era la semifinale tra le due squadre con l’identità tattica più forte, chiara, riconoscibile degli Europei, oggi lo stadio a Nord Ovest di Londra ospita la semifinale tra le due squadre con la narrazione più interessante di Euro 2020.

La retorica non scende in campo al fianco di Kane e Sterling, non aiuta Delaney e Hojbjerg a compattare il centrocampo danese. Ma le storie che hanno accompagnato Inghilterra e Danimarca nel loro cammino sono sufficienti a ispirare diverse opere a tema sportivo.

Già il coro “It’s coming home” degli inglesi che – costa ammetterlo – ha più costrutto di “Seven Nation Army” adottato dai tifosi italiani nel 2006, aiuta a montare un’aria di attesa e ambizione intorno alla nazionale.

Quel coro in realtà si chiamerebbe proprio come la squadra, “Three Lions”, ed è stato scritto 25 anni fa in occasione degli Europei inglesi. È un brano intriso di nazionalismo britannico e non è un caso che molti tifosi inglesi lo cantino a squarciagola sperando che i loro connazionali trionfino sul resto d’Europa, cioè il continente dal quale si sono appena separati politicamente.

E poi, giusto per non farsi mancare nulla, dopo la vittoria inglese sulla Germania che ha mandato la squadra di Southgate a giocarsi i quarti a Roma il Guardian ha aperto la prima pagina del dorso sportivo titolando con un brillante “It’s coming Rome”.

A proposito di media: i giornali e i social contribuiscono a costruire la narrazione epica che circonda la squadra allenata da Southgate molto più di quanto non accada, ad esempio, con l’Italia o la Spagna.

Per qualcuno montare così tanto le aspettative della nazionale inglese non è necessariamente un vantaggio, per altri è un sintomo di arroganza. Dopotutto va bene dire «it’s coming home» se si vestono i panni di chi vanta di aver inventato il gioco, ma ormai sono decenni che l’Inghilterra non vince più nulla. Anzi, se si escludono i Mondiali del 1966 – non proprio recenti – la storia dei Tre Leoni è una serie lunghissima di sconfitte e delusioni.

Lo scorso novembre, mentre dalle parti di Londra già iniziava a crescere l’entusiasmo per gli Europei, era stato lo stesso ct Southgate a mordere i freni, forse preoccupato che la narrazione della sua squadra potesse superare la realtà del campo: «Non possiamo continuare ad avere quell’arroganza che ci ha caratterizzato nel corso degli anni. La vittoria in Coppa del Mondo è un’eccezione, ma noi l’abbiamo sempre considerata la regola».

Se l’Inghilterra ha trovato gli spunti giusti per uno storytelling eccezionale, l’andamento di Euro 2020 ha offerto anche alla Danimarca un racconto emotivo potentissimo a fare da sfondo alle partite.

«Il calcio, sempre di più, è un gioco di statistiche e dettagli, di numeri e analisi, mappe di calore e algoritmi. Ma è anche emozione, e la Danimarca continua a cavalcare l’onda scatenata tre settimane fa quando Christian Eriksen ha avuto un arresto cardiaco. La vittoria per 2-1 sulla Repubblica Ceca di sabato scorso ha portato i danesi alla loro prima semifinale in un torneo importante dal 1992», ha scritto il Guardian nella preview della semifinale.

Il ct Hjulmand ha spiegato che, dopo aver visto quanto accaduto a Eriksen, i suoi giocatori hanno contattato la famiglia e gli amici, hanno cercato energie emotive e mentali in ogni angolo, hanno dovuto fare gruppo per sostenersi a vicenda, e questo ha avuto un riflesso nelle prestazioni successive.

Forse la vera variabile impazzita di questi Europei che hanno eliminato in anticipo – rispetto alle previsioni – molte corazzate, è una Danimarca coraggiosa che supera ogni avversità e conquista nuovi tifosi partita dopo partita.

Sembra ripetersi lo scenario già visto nel 1992, quando Peter Schmeichel e gli altri hanno vinto inaspettatamente gli Europei, dopo essersi qualificati con un ripescaggio dell’ultimo minuto dovuto alla guerra in Jugoslavia.

A Euro 2020 Kasper Schmeichel e il resto del gruppo si sono ritrovati a fare i conti con i problemi fisici del loro miglior giocatore. «Quello che è successo con Eriksen diventerà parte della nostra narrativa nazionale. In Danimarca tutti parlano di un altro ‘92», ha detto al Financial Times un ex ministro del governo danese, Lykke Friis.

La retorica ovviamente non basta, non può bastare. Inghilterra e Danimarca non sono arrivate tra le migliori quattro del continente solo perché spinte da fattori esterni.

I Tre Leoni erano presentati da tutti gli addetti ai lavori come una delle potenziali candidate al titolo alla vigilia di Euro 2020. La Danimarca ha offerto alcune delle prestazioni migliori della competizione – come dimostrano i 6 gol segnati tra ottavi e quarti di finale – e ha perso solo 4 delle ultime 31 partite, di cui 3 contro una corazzata come il Belgio.

Entrambe le formazioni sono state premiate dal campo per quanto espresso partita dopo partita. Ma quello che avviene su un campo da calcio è sempre influenzato da ciò che avviene all’esterno: lo sport non si può ridurre a una semplice sequenza di gesti atletici e tecnici. E questo, Inghilterra e Danimarca, possono raccontarlo meglio di tutti.

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