Il Diavolo e PulcinellaMeloni e Conte, i gemelli diversi del populismo disorientati da Draghi

Il Movimento 5 stelle si sta mettendo nelle mani di un ex presidente del Consiglio vittima di pulsioni personali, incapace di dettare l’agenda politica. E la leader di Fratelli d’Italia che si vede già a Palazzo Chigi non capisce gli umori della sua base, perlopiù favorevole al green pass

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Come due marionette appese allo stesso filo – lei il Diavolo, lui Pulcinella – Giorgia Meloni e Giuseppe Conte, i gemelli diversi del populismo italiano, si sono imbizzarriti dopo la conferenza stampa in cui Mario Draghi ha detto, serenamente e pacatamente, che chi non si vaccina attenta alla vita propria e degli altri e che nella sostanza la riforma Cartabia non si tocca. Passi per la Meloni, che sta all’opposizione (anche se onestamente inquieta il fatto che ella non capisca nemmeno gli umori della sua base perlopiù favorevole al green pass); ma la cosa sarebbe ridicola, se non stessimo parlando di una cosa seria come il governo di un grande paese, a proposito dell’avvocato del populismo, che della maggioranza fa parte.

Il fatto è che Draghi lo ha dribblato ancora una volta come faceva Omar Sivori ai bei tempi. Lo ha ricevuto lunedì con grande cortesia, gli ha spiegato che la riforma va fatta ma che saranno possibili «ritocchi», ma quello chissà cos’ha capito; quando poi ieri Conte ha sentito il premier chiarire che quei «ritocchi» sarebbero stati meramente «tecnici» e che «non avrebbero toccato l’impianto della riforma» varata dal governo senza distinzioni al suo interno, ha intuito di essere finito in un vicolo cieco. Anche perché il Partito democratico – che finisce sempre in mezzo ai casini – su questo terreno non lo segue. 

La reazione del quasi leader, come lo chiama Renzi, ieri mattina, è stata quella di sobillare i ministri grillini a lui fedeli ad alzare i toni, e così è toccato alla poco conosciuta ministra Fabiana Dadone far balenare nientemeno la questione se restare nel governo oppure uscirne. Una farsa. C’è da immaginare quanto sia stato contento Luigi Di Maio, vero capo politico del Movimento, della sortita della collega ministra, anche se non è dato sapere (ma è presumibile di sì) se il ministro degli Esteri abbia spiegato all’avvocato del populismo che non è davvero il caso di minacciare fuoco e fiamme: la riforma di Marta Cartabia – ripetiamo, varata dal Consiglio dei ministri senza distinguo, e Dadone c’era – passerà o con modifiche concordate o con la fiducia. Fine del discorso. 

La verità è che il Movimento 5 stelle non è più quello di una volta e non appare minimamente in grado di dettare l’agenda. Abbaiando alla luna, prigioniero di un male oscuro che travolge la sua identità originaria, il Movimento si sta mettendo nelle mani di un uomo rancoroso e ambiguo vittima di pulsioni personali e incertezze politiche come Giuseppe Conte, ancora succube dei duri alla Fofò Bonafede e ansioso di fornire una prestazione individuale pur dentro un quadro politico dominato da altri protagonisti. 

Non ha il fisico, l’avvocato, per fare il Ghino di Tacco della situazione, e non solo perché è lontano anni luce dalla sapienza tattica di Bettino Craxi ma anche perché si muove a cospetto di un premier che giorno dopo giorno sta davvero egemonizzando la politica italiana mettendo ripetutamente nel sacco i populisti di turno. Contando su un fatto ovvio: nessun parlamentare grillino intende rischiare il posto facendo cadere il governo.

In questo quadro, Matteo Salvini sembra aver colto meglio degli altri la peculiarità del momento: e infatti la Lega non pare affatto interessata a elezioni a breve, nel 2022. Non che al capo leghista manchi sovente una totale perdita di contatto con la realtà (dalle pistole al no al green pass) ma la vecchia linea di Giancarlo Giorgetti, il più draghiano della Lega, secondo il quale è meglio che Draghi resti a palazzo Chigi fino al 2023 (e chissà forse anche dopo…), sembra averlo contagiato. È una posizione ben diversa da quella di Meloni, che già si vede a palazzo Chigi in un infantile delirio di onnipotenza e questo suona anche paradossale, data la natura sudamericana del suo leader, ma la Lega oggi sembra un fattore di stabilità politica, puntando a incassare il miglior dividendo del buon governo dell’ex capo della Bce. Un discorso che forse a via Bellerio fanno più con l’istinto che con la ragione, ma è molto più significativo di un quasi leader come Conte che sta mostrando di non usare né il cuore né il cervello.

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