L’anticamera della resaIl Pd ingaggia Leoluca Orlando, il leader fortissimo di tutti i populisti

Fallito il tentativo di romanizzare i barbari Grillo e Conte (almeno si spera), la notizia dell’iscrizione del sindaco di Palermo al Partito democratico è un ritorno alle origini del sentimento antipolitico italiano e un benvenuto al precursore di Mani Pulite e dei grillini. Ma è soprattutto la coazione a ripetere sempre lo stesso errore che affligge la sinistra da una trentina d’anni

LaPresse

Al Pd mancava solo Leoluca Orlando, in effetti. Il leader fortissimo di tutti i populisti. L’antesignano del sentimento antipolitico contemporaneo. Il Di Battista con studi a Heidelberg. Il mozzorecchi colto e forbito, predecessore del dj di Mazara del Vallo Alfonso Bonafede, il quale proprio negli anni d’oro orlandiani faceva ballare i fortunelli trapanesi nelle discoteche a pochi chilometri di A29 dalla Piazza della Vergogna a Palermo. 

Orlando è stato il primo professionista dell’antimafia, come da esatto copyright di Leonardo Sciascia. Il capo scuola del sospetto considerato come anticamera della verità e, quindi, dell’anticamera del khomeinismo, come da esatto copyright di Giovanni Falcone. Allora sembrava un abominio, oggi è la regola mainstream nel dibattito pubblico.

Orlando è stato anche il grande accusatore di Falcone, giudicato colpevole innanzi al tribunale pubblico di Santoro per il solo fatto di aver risposto alla chiamata di Claudio Martelli al Ministero della Giustizia, dove peraltro non era andato a svernare ma a porre le basi per la sconfitta politica e militare della mafia siciliana. 

Eppure Orlando ha rimproverato a Falcone di «tenere le prove nei cassetti» e di favorire i mafiosi, tanto che con i suoi compari lo ha denunciato formalmente al Csm in un giorno, era l’11 settembre 1990, che incredibilmente è stato dimenticato dai più, quando invece dovrebbe essere ricordato come l’11 settembre della giustizia italiana. 

Orlando è stato il teorico della via giustizialista alla tabula rasa della classe politica, ben prima che Piercamillo Davigo sognasse di rivoltare l’Italia come un calzino e che Marco Travaglio diventasse il portavoce delle «manette come momento magico della giustizia». Orlando è stato Grillo, Davigo e Travaglio messi insieme, una figura tragica e, per usare un aggettivo da lui amato, «inquietante» per la democrazia italiana. Anche se, va detto, con gli anni è quasi diventato simpatico nell’abbandonare le velleità nazionale e nel posizionarsi come Rais mediorientale di Palemmo, con due emme.

Idealmente, Orlando è stato anche il maestro di Di Pietro, se solo Di Pietro avesse frequentato con profitto le scuole dell’obbligo. Orlando è stato l’animatore della Primavera di Palermo, da sindaco democristiano e poi da sindaco antidemocristiano e infine da sindaco orlandiano, ma purtroppo anche promotore del conseguente gelido inverno per l’Italia, trasformata in landa forcaiola ancor prima di Mani Pulite e dei babbei associati, con il movimento della Rete che dava di mafiosi a tutti senza distinzioni o attenuanti di sorta, e che nella furia da khmer-rossi-con-la-coppola relegava Leonardo Sciascia «ai margini della società civile», a seguito di una campagna pubblica di character assassination ben prima che avessero inventato gli shit storm e i social network. 

Orlando è stato anche un eroe della stampa internazionale, quella che di solito non capisce mai niente dell’Italia, e anche di Hillary Clinton. I pochi detrattori lo chiamavano Leolook, ma era prevalentemente invidia per la strategica abilità di automarketing senza necessità di ricorrere ai servizi di un Rocco Casalino (il suo portavoce nazionale, per dire, era Andrea Scrosati, poi gran visir di Sky Italia e ora produttore con Freemantle, non un concorrente del Grande Fratello).

Orlando è stato anche il pioniere del reddito di cittadinanza con la stabilizzazione pubblica di migliaia e migliaia di palermitani, attraverso un passaggio da “articolisti”, ovvero da precari delle cooperative socialmente utili in attesa che ’u sinnacu Ollando prima o poi li mettesse in regola a spese della collettività. 

Anche così il suo movimento a Palermo, e non solo a Palermo, prendeva il 75 per cento dei voti (io mi candidai contro, nel 1990, al Consiglio comunale di Palermo nella lista della femminista radicale Adele Faccio e presi la bellezza di 24 preferenze). Il 75 per cento di consenso era una percentuale perfetta per la narrazione orlandiana, nonostante fosse esattamente la stessa che poco prima di lui premiava la Democrazia Cristiana e subito dopo di lui il centrodestra berlusconiano. Ma naturalmente il 75 per cento di Orlando era diverso, era primaverile, era antimafioso, veniva candidamente sbiancato al grido di “onestà onestà” se metteva la croce su Orlando e mascariato di ”mafiosita mafiosità” non appena le urne decretavano altri vincitori. 

Orlando ha fatto anche cose buone, come del resto si dice del fascismo e del prefetto Mori, tipo mobilitare un’intera generazione di oggi cinquantenni che negli anni Novanta sembrava disinteressata alla politica e indifferente alla ferocia mafiosa (negli anni successivi, poi, li ho visti quasi tutti passare al Ccd o all’Udc o all’Udeur, e finanche gli ideologi orlandiani come Padre Pintacuda, quello del sospetto anticamera della verità, o gli attendenti come Carmine Mancuso, quello di Sciascia quaqquaraquà, sono diventati berlusconiani). 

Con Leoluca Orlando, la palma giustizialista si è perentoriamente spostata al nord, prima a Roma, poi al Palazzo di Giustizia di Milano, travolgendo come un magma incandescente tutto e tutti, non solo corrotti e incapaci, ma anche i pilastri del discorso pubblico e le istituzioni democratiche come i partiti politici novecenteschi.

Ora dunque Leoluca Orlando rientra nel Partito democratico, con il tweet di giubilo tipo finale di Wembley di Enrico Letta e accompagnato da Peppe Provenzano, l’allievo dell’ignaro Emanuele Macaluso che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta fu uno dei pochi dirigenti comunisti a denunciare l’alleanza strategica tra il Pci e il giustizialismo orlandiano.

Negli anni di Orlando al 75 per cento, il Pci siciliano, costretto poi a nascondersi dietro una lista civica, scese a percentuali a una cifra, aprendo la strada al favoloso sessantuno collegi a zero di Silvio Berlusconi nel 1994. Il segretario Achille Occhetto e il commissario in Sicilia Pietro Folena non lo capirono, e non lo capiscono adesso Enrico Letta e compagnia.

Sfumato il sogno di inglobare Grillo e Conte in un’alleanza strategica e di romanizzare i barbari, il Pd è tornato alle origini del populismo italiano, pronto a farsi palermitanizzare da Leoluca Orlando. Auguri.