Fedez politologoL’arte di combattere per le buone cause, senza nemmeno curarsi di capirle

Per discutere del ddl Zan il marito di Chiara Ferragni convoca il primo firmatario della legge, Pippo Civati e Marco Cappato. E perfino loro si imbarazzano per il livello della discussione. Ma in scena c’era lo spirito del tempo, quello per cui vale tutto. Perché tanto conta solo il personal branding, mica essere informati di ciò di cui si parla

da Instagram

C’è un momento in cui il marito della Ferragni dice «come diceva Montanelli», e io penso ma tu guarda, che apertura mentale, non è più un vecchio porco, razzista e pure pedofilo, è un saggio il cui pensiero è citabile dal club dei giusti – e invece no.

È solo che l’intersezionalismo non funziona, almeno non l’intersezionalismo delle sinapsi, quello che mentre la giusta causa del mese è la lotta alla transfobia pretenderebbe tu ti ricordassi di chi era il nemico la settimana in cui la giusta causa era la lotta al sessismo, o quella al razzismo.

Ieri, dunque, è andata così. Che al mattino il marito della Ferragni ci ha spiegato quanto siamo scemi a scrivere di lui e di sua moglie come avessero il dovere di capirci qualcosa: mica sono politici, loro; e al pomeriggio ha organizzato una diretta Instagram, con ospiti Alessandro Zan, Giuseppe Civati, e Marco Cappato (che in confronto al resto dei convenuti pareva Churchill).

La moglie era a Cannes, e in diretta scriveva nei commenti, lasciava bandierine arcobaleno o compitava solleciti «ciao amore».

È stata, quella della diretta Instagram dell’Harvey Milk che ci possiamo permettere, un’ora interessante non per aspiranti giuristi o per preoccupati omosessuali, ma per studiosi del concetto di personal branding.

A un certo punto il marito della Ferragni dice: «C’è un po’ di protagonismo, di voler mettere il cappello su questa storia». Sta parlando di sé? Macché: sta parlando di Renzi, che incombe sulla conversazione tra i quattro come neanche Rebecca la prima moglie.

Poco dopo dice: «Non vorrei che passasse la narrazione che un politico con manie accentratrici che non aveva a cuore i diritti delle persone si mettesse il gagliardetto “io ci ho provato”». Dice «politico», ma intende «influencer», è ovvio.

A un certo punto mi viene in mente Berlusconi, e la sua saggia convinzione che l’elettore sia un ragazzino delle medie che non è neanche il primo della classe. I presenti, consapevoli d’aver davanti uno con gli strumenti culturali d’un ripetente di seconda media, col quale è tuttavia bene essere ossequiosi per non alienarsi i dodici milioni e fischia di follower (trentamila che seguono la diretta, e dodici milioni che senz’altro la recupereranno successivamente), fanno dei giri di parole per non dirgli di ripresentarsi quando avrà studiato.

Il marito della Ferragni dice che loro sono su Instagram perché «non esiste un luogo depositario in cui parlare». Nessuno gli chiede: intende «preposto»? Non è madrelingua? Non è paroliere?

Il marito della Ferragni dice che è scandaloso il voto segreto, l’elettore ha diritto di sapere, e Civati aspetta mezz’ora prima di illustrargli il concetto di libertà di coscienza con parole così semplici che secondo me sta pensando «Ti faccio un disegnino».

Il marito della Ferragni fa un esempio delirante per spiegare l’identità di genere – una ragazza operata che fa vedere il documento con scritto «femmina» – e mezz’ora dopo (cosa sarà mai mezz’ora, con la soglia d’attenzione con cui guardiamo le dirette Instagram) arriva Cappato e dice che la ragazza col documento problemi di identità di genere non li ha, il punto è chi non s’è operato ma ha la sua brava disforia, è lui che dovresti tutelare (nessuno dice «disforia», perché sono tutti abbastanza svegli da non usare parole più complesse di «cane, pane, minestrina col dado»).

Nell’articolare il suo esempio, il marito della Ferragni aveva anche pronunciato la formidabile frase «Identità di genere è: maschile, femminile». Che, considerato che l’indispensabilità del concetto nell’articolazione della legge viene sostenuta in relazione alla questione dei non binari, dimostra che il portavoce delle giuste cause che ci possiamo permettere non ha capito quale giusta causa sostiene.

Il personal branding ti vuole sostenitore di buone cause, mica informato sulle stesse: se non è Zeitgeist questo (mi permetto di dire «Zeitgeist» perché ho meno pubblico della famiglia Ferragni: quando ti rivolgi alla nicchia a volte puoi osare persino un quadrisillabo bisdrucciolo).

È la diretta del vale tutto, è evidente quando Zan dice «bisogna aiutare questi bambini nel loro percorso di transizione», e lì non c’è non dico uno psichiatra ma anche solo uno che abbia letto mezzo testo sul tema e sappia che la maggior parte delle disforie infantili si risolve senza alcun bisogno di transizione.

A proposito di «non c’è uno»: sono tutti maschi (maschi cis, direbbero loro: maschi nati maschi, orrendi colonizzatori e padroni dell’universo), ma nessuno pare notarlo, o comunque non chi commenta «Questa diretta è un orgoglio nazionale».

Meno male che Cappato c’è, e prova a spiegare che la testa della gente non si cambia a botte di codice penale, e che tuttavia da ’sta benedetta legge si può solo sperare che cambi la testa di chi è così rincitrullito da menare la gente per strada, non certo che uno pensi che non gli conviene menarti perché gli danno sei anni di galera invece di quattro.

Poco dopo arriva Civati e dice «se una cosa è giusta e la fanno altri paesi europei», ed evidentemente i suoi genitori non gli hanno mai spiegato che a loro non importava di cosa facessero gli altri bambini, gli è rimasta la smania di emulare gli altri. Sembra ieri che i suoi promotori dicevano che la Zan sarebbe stata la prima legge di questo impatto in Europa: in un niente è diventata l’ultima.

Il marito della Ferragni dice che viviamo in «uno scenario distopico», e invoca «l’opportunità di essere un pochino al passo coi tempi, di non essere anacronistici», e non sta ipotizzando un paese in cui i gay possano adottare o i paralitici possano trovar liberi i marciapiedi (ci sarebbe anche l’abilismo, nella Zan, ma va meno di moda parlarne).

Sta parlando solo di darci il permesso di dirci maschi seppur con molte tette, ovvero di tutelare l’identità di genere, quella cosa che lui crede sia «maschile, femminile».

Va tutto bene. «Siamo ai primi di luglio e già il pensiero è entrato in moratoria. Drammi non se ne vedono, se mai disfunzioni», scriveva cinquanta estati fa Montale, che persino a casa Ferragni avranno avuto nei testi delle medie. Zan, un altro che non è certo lì per il personal branding, a un certo punto promette di dare il merito a Renzi se la legge passerà, col tono con cui potrebbe dire che Bruto è un uomo d’onore (scusate, lo so che alle medie non si fa Shakespeare).

Intanto, sotto, passano i commenti del paese reale che sta guardando la diretta che ci renderà un paese migliore: «Ciao Fede mi saluti?».

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