Illusione spezzataCon la fine dei Cinquestelle, il Pd scopre di non avere una linea politica

La crisi del Movimento rende inutile, ancora più di prima, l’alleanza strategica. A questo punto i dem avrebbero bisogno di una svolta, di tornare a pensare con la loro testa. Ma al Nazareno non sembrano interessati

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Dopo la Grande Illusione dell’alleanza strategica con i grillini, seppellita definitivamente dal collasso del Movimento 5 stelle, il Partito democratico si ritrova senza una linea. Nessuno lo dice apertamente perché l’autocritica non è più di moda, creerebbe troppi problemi personali.

Tuttavia è evidente che la ragnatela fabbricata da Goffredo Bettini nel mesto biennio zingarettiano, e non sconfessata da Enrico Letta, è stata lacerata da Beppe Grillo e anche dall’ex presunto federatore della sinistra Giuseppe Conte. La fine del Movimento implica quella della pur zoppicante linea seguita dal Nazareno sin qui.

Con i sondaggi che non brillano, l’alleanza con il Movimento 5 stelle in pezzi, le singole proposte che non “bucano”, non c’è niente da fare: il Partito democratico ha un problema. E questa sensazione di eterno “ricominciamento” fiacca le forze, come Sisifo che deve sempre rifare tutto da capo.

Magra consolazione il fatto che ci sia chi sta peggio, cioè gli alleati grillini. Gianni Cuperlo non rinuncia alla colta citazione bobbiana: «“Discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura, decidano la loro natura e avranno chiaro anche il proprio destino”. Credo valga oggi più per loro che per noi».

L’unico punto fermo – adesso lo dicono tutti – è ripartire da se stessi, incarnare il messaggio e i contenuti del “draghismo” (lo ha detto persino Peppe Provenzano, che era uno di quelli per cui «o Conte o elezioni») e per questa via provare a calamitare nuove simpatie ma senza più l’assillo delle alchimie bettiniane: «Lasciamo stare adesso il discorso sulle alleanze – osserva Lorenzo Guerini, leader di quella Base riformista in verità sempre perplessa sull’alleanza coi Cinquestelle – dobbiamo piuttosto rilanciare il nostro ruolo come Pd».

Il punto è che una svolta servirebbe magari passando per una discussione sincera. Ma è anche vero che al Nazareno nessuno ha voglia di criticare la linea precedente malgrado di materiale ve ne sia a sufficienza, avendo puntato tutto su un partito malato come il Movimento di Grillo e su un uomo politicamente incolore come Conte. Il quale, nel suo egocentrismo, ha in animo di fondare un suo partito che secondo diversi sondaggisti ruberebbe voti ai dem relegandolo più verso il 15 che il 20 per cento, decretando così la strage delle illusioni: è una singolare versione della vecchia storia dell’apprendista stregone, con il Partito democratico che ha esaltato un fantasma che potrebbe rovinarlo.

L’unico punto fermo – ma ci mancherebbe anche – è la convinzione del gruppo dirigente di tenere il governo Draghi al riparo dagli scossoni di questa fase. È il minimo. Il massimo sarebbe entrare nella logica di fare del PD il “Pdd”, il Partito di Draghi, come l’ha definito Stefano Ceccanti sul Riformista, cioè provare a “dare casa” al messaggio riformista di Draghi, che al momento pare l’unica carta che il Partito democratico ha in mano.

Enrico Letta “sente” che bisogna aprire porte e finestre (le famose Agorà autunnali dovrebbero servire a questo) ma sta di fatto che il problema vero è proprio quello dell’iniziativa politica concreta.

Da questo punto di vista, onestamente le iniziative di Letta (la “dote” per i diciottenni grazie all’aumento della tassa di successione; la riproposizione dello ius culturae; la recente proposta per combattere il “transfughismo” parlamentare) non hanno riscosso molto successo e sono lontane dal trovare un punto di caduta reale.

Per quanto riguarda invece la legge Zan contro l’omofobia, registrato il fallimento di ogni mediazione con la destra e temendo imboscate nel voto segreto, il Nazareno adesso vorrebbe che fosse addirittura Mario Draghi a togliere le castagne dal fuoco con una sua azione in cerca di un compromesso serio, Ma è un desiderio che assomiglia a una singolare pretesa, essendo evidente che la Zan non è materia del governo e il cui esito non intaccherà la solidità della maggioranza che non su questi temi si è aggregata ma sull’emergenza-pandemia e la ripresa economica.

Peraltro lo stesso presidente del Consiglio è stato molto chiaro parlando proprio al Senato nel discorso sulla laicità dello Stato: «Questo è il tempo del Parlamento». Tirarlo per la giacchetta in un pasticcio creato dai partiti peraltro molto prima che lui venisse chiamato a palazzo Chigi pare fuori misura. La speranza di Letta è che alla fine, per miracolo, i numeri ci saranno. Altrimenti è pronta la narrazione: se la legge Zan verrà bocciata sarà tutta colpa di Salvini e Renzi. In ogni caso, il terremoto grillino lascia macerie ovunque. E un Partito democratico che si stropiccia gli occhi, dopo la Grande Illusione.

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