Marine litterAnche l’Italia ha le sue isole di plastica

Secondo Greenpeace l’inquinamento acquatico intorno alla Penisola coinvolge tanto l’acqua superficiale quando quella profonda. Questa criticità non è legata solo alla difficoltà di riciclare le molteplici tipologie esistenti del derivato dal petrolio, ma anche al fatto che essendo un materiale estraneo alla biosfera una volta creato è impossibile farlo sparire

Pixabay

Se saranno i batteri residenti nello stomaco delle mucche e degli altri ruminanti a darci una mano a degradare alcuni tipi di plastica, tra cui il PET usato per le bottiglie, oppure che l’aiuto arrivi dai droni anfibi che le organizzazioni no profit Oceans Unmanned e The Ocean Cleanup useranno per raccogliere dati e immagini buoni per individuare il sistema migliore per raccogliere i rifiuti ammassati in mare e portarli sulla costa per riciclarli, di certo il tema è sotto la lente della ricerca.

Tuttavia, se molti di noi in passato hanno sentito parlare del Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica che galleggia indisturbata nell’Oceano Pacifico alla quale è stato dato questo nome per essere il più imponente ammasso di rifiuti galleggianti, non tutti sanno che nello stesso oceano ne esiste anche una seconda o che il fenomeno non è più solo prerogativa di quelle latitudini ma ci tocca molto più da vicino.

Infatti, anche l’Italia ha le sue isole di plastica. Non le vediamo perché sono fatte di un’enorme quantità di microparticelle, frammenti infinitesimali derivanti dalla disgregazione degli oggetti che abbandoniamo nell’ambiente e che finiscono in mare. Secondo Greenpeace i campioni di acqua superficiale hanno rivelato da 0,2 a 0,6 pezzi di microplastiche per metro cubo nella zona ligure e 4 pezzi per metro cubo dove le correnti concentrano i rifiuti tra Toscana e Corsica. Quattro pezzi per metro cubo significano più o meno 2,5 milioni di pezzettini di plastica per chilometro quadrato di mare.

Secondo i ricercatori del Cnr e dell’università delle Marche che con Greenpeace stanno conducendo la campagna in difesa del mare informano che in profondità la situazione è ancor più grave: a dieci metri sotto il livello del mare la concentrazione di microplastiche va dai 30 pezzi per metro cubo nel canale di Corsica, a 117 nei pressi dell’isola del Giglio a 253 alla foce dell’Arno. Con il risultato che quaranta pesci su cento contengono mediamente 7,6 pezzi di plastica ciascuno.

Al di là di ogni altra considerazione, questi dati significano una totale inconsapevolezza del danno che con le nostre abitudini superficiali produciamo, del rischio che corriamo e che facciamo correre alle generazioni più esposte, della responsabilità che abbiamo e che dobbiamo ammettere. Una responsabilità che è tutta umana.

Il 3 luglio scorso in Italia è entrata in vigore la nuova direttiva europea sulla plastica monouso. Dopo un iter legislativo iniziato nel 2018 l’Unione vieta finalmente la vendita di una serie di prodotti in plastica usa e getta, come cannucce per bibite e bevande, stoviglie di plastica, contenitori monouso. Un inizio?

Sì, ciononostante in generale tutti gli altri oggetti in plastica tra cui borse e sacchetti per la spesa continueranno a essere presenti nelle nostre vite quotidiane. E se permangono nelle nostre vite, a portata di mano, come abbiamo saputo dimostrare abbondantemente in questi anni, finiranno per essere abbandonati ovunque compresi i mari che navighiamo e i pesci che peschiamo.

Il problema della plastica non è legato solo alla difficoltà di riciclare le molteplici tipologie esistenti, ma anche al dato di fatto che essendo un materiale estraneo alla biosfera una volta creato è impossibile farlo sparire veramente e completamente. Il solo modo possibile è quello di non produrlo. Ed è in questa direzione che la normativa europea interviene a farci fare il primo passo, introducendo il concetto fondamentale che ciò che non serve ed è pure dannoso non debba essere prodotto.

La normativa certamente ci permetterà di liberarci nel tempo e nello spazio da alcuni oggetti infinitamente inutili e pur infinitamente inquinanti, ma non potrà agire presso le nostre coscienze di singoli individui inducendoci ad accelerare questo processo di pulizia adottando nuovi comportamenti più virtuosi.

Questa scelta dobbiamo farla noi. Come? Non limitandoci a escludere dalle nostre abitudini di vita quello che è già fuori norma e fuori mercato, ma decidendo autonomamente cosa usare, cosa scegliere e cosa comprare.

È possibile limitare allo stretto necessario l’uso della plastica? Se la nostra risposta è sì, allora adottiamo questo stile di vita. È possibile, qualora comprata per necessità, cercare di smaltirla al meglio possibile? Se la nostra risposta è sì, facciamolo.

La sfida è dunque valoriale. Se ci aspettiamo che i brand agiscano in modo responsabile e coerente con le nostre aspettative di salvaguardia dell’ambiente, del benessere, dell’equità e del rispetto, e che diano il loro contributo per un futuro più sostenibile e giusto cambiando il modello di sviluppo economico e sociale, dobbiamo metterci in gioco individualmente e seriamente, impiegando tutte le nostre risorse per contribuire a produrre un cambiamento funzionale al miglioramento dell’intera società.

Il vantaggio riguarderà non qualcosa e qualcuno ma tutto e tutti oppure non riguarderà niente e nessuno.

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