Fate prestoLa Rai sovranista e grillina è stata un flop, ma l’agonia potrebbe durare fino alle amministrative

Cosa aspettarsi, del resto, da un network presieduto da Marcello Foa? Sarebbe il momento di cambiare, ma i responsabili del disastro vogliono tenere duro in vista delle elezioni locali

Lapresse

D’altronde, Aldo Grasso lo aveva detto bene: «Mi devono ancora spiegare in che modo Foa è diventato presidente della Rai, se non per motivi di imposizione della Lega. In tutti questi anni non l’ho mai sentito fare un discorso degno del ruolo» (intervista a Gabriella Cerami, Huffington Post, 3 maggio 2021).

C’è da dubitare, e molto, che la lunga esternazione di Marcello Foa a Repubblica abbia dissipato i dubbi dell’illustre critico televisivo, perché nella paginata a lui dedicata il presidente della Rai appare piuttosto come l’inquilino del piano di sopra che la mattina, in ascensore, si lamenta del cattivo tempo o delle troppe tasse da pagare.

La Rai va bene, no scusate, va male, anzi no, ha tanti problemi ma può farcela, «si gioca tutto nei prossimi tre anni». Come se passasse dal settimo piano di viale Mazzini per caso, e non fosse il presidente dell’azienda (in parte è vero che si tratta di una figura che non conta come l’altisonanza della carica farebbe supporre e tuttavia non è nemmeno un usciere), e così Foa ha snocciolato tutta una serie di fallimenti o mezzi fallimenti (clamoroso il fatto che il sito della Rai vada molto peggio dei siti dei quotidiani e non solo) tanto che l’intervistatore, il vicedirettore di Repubblica Francesco Bei, è costretto a fargli notare: «Parla come un osservatore esterno».

Al che il presidente, in sostanza, dice che si era cominciato a fare qualcosa ma poi è arrivato il Covid a bloccare i grandiosi progetti di rilancio dell’azienda. Ma che sfortuna. Poi, nelle decine di righe successive, più nulla: chiacchiere e distintivo.

La Rai sovranista è stata un flop che paghiamo tutti, e questo Foa lo sa. Sa che c’è il segno meno davanti a tutti gli indicatori aziendali, da quello economico a quello degli ascolti: in un anno, RaiUno ha perso il 3,48 e Rai2 l’11,72 di share. Ma – è il suo pensiero – non è più un problema mio, ora se la vedano altri. Tre anni buttati al vento: forse la peggiore gestione del servizio pubblico della storia di una grande azienda di cui, nelle ore del ricordo di Raffaella Carrà, tutti rimpiangono il grande passato.

L’era gialloverde ha partorito questo mostriciattolo di governance che ha recato alla Rai perdite di posizioni sul mercato mondiale, difficoltà economiche, cecità strategiche, assenza di progetto mentre nel mondo là fuori la storia corre: ma come il vecchio Firs del “Giardino dei ciliegi”, Marcello Foa non se n’è neppure accorto.

Da parte sua, il centrosinistra non ha dato particolari segni di vita, anzi spesso ha dato l’idea di una gestione unitaria dell’azienda al solo scopo di garantirsi angolini di visibilità nei pastoni dei Tg e nelle comparsate nei talk politici, oltre a piazzare qualche amico, o qualche amica, in questo o quel programma. E diciamo che la segreteria Zingaretti in questo si è distinta.

Quanto a Renzi, dopo la breve euforia della piuttosto effimera stagione di Campo Dall’Orto, su questo fronte si sono perse le tracce. La sinistra “usigraiola” infine ha fatto quello che fa da sempre, tutelare gli adepti. Per giornalisti, intellettuali, massmediologi e quant’altro la Rai non è all’ordine del giorno. Cerca un altro argomento di conversazione, come diceva la canzone di Mina.

Ora la diarchia Foa-Salini è agli sgoccioli. Noi abbiamo scritto che a palazzo Chigi si pensa (e non è detto che alla fine la soluzione sarà questa) al manager di caratura internazionale Giorgio Stock come amministratore delegato, la figura-chiave dell’azienda. Ma il rischio è che le cose vadano per le lunghe.

Ieri il Parlamento avrebbe dovuto eleggere i 4 consiglieri di sua nomina ma i Cinquestelle hanno chiesto un rinvio (eravamo stati facili profeti a prevedere che l’implosione grillina avrebbe negativamente impattato su questa decisione parlamentare).

La si vuole tirare in lungo e il perché è presto detto. La destra, ma anche i Cinquestelle o i loro due monconi, hanno tutto l’interesse ad arrivare alle amministrative di ottobre senza scosse a Saxa Rubra. Con Giuseppe Carboni (voluto dal Movimento) alla guida del Tg1 e Gennaro Sangiuliano (Lega) del Tg2.

Dentro questa strategia del rinvio si annida ovviamente la grana di un partito – il Movimento 5 stelle – che non sa bene a chi tocchi indicare il suo nome, se a Giuseppe Conte o a Beppe Grillo o a Luigi Di Maio (pareva esserci un’intesa sul nome dell’avvocato Luigi Di Majo, quasi omonimo del ministro degli Esteri, già protagonista tanti anni fa delle prime edizioni di “Chi l’ha visto”. Appunto).

Problemi anche a destra su Giampaolo Rossi, già eletto su indicazione di Fratelli d’Italia. E come al solito qualche polemica nel Partito democratico, dove Francesca Bria, molto amica di Andrea Orlando e fortemente indicata da Enrico Letta, è criticata anche all’interno dello stesso partito per una certa vicinanza a Julian Assange e Alessandro Di Battista.

Così che si sono sentiti alcuni deputati dem dire che non possono votarla «per motivi di sicurezza nazionale…». La triste storia continua come in un feuilleton ottocentesco. Solo che siamo nel 2021.