Giochi al ribassoIl sogno infranto di Tokyo di ripetere il capolavoro delle Olimpiadi del 1964

La manifestazione di 57 anni fa mostrò al mondo un Giappone nuovo, innovativo e moderno a livelli inimmaginabili dopo i disastri della guerra e del dopoguerra. Il 2020 avrebbe dovuto avere lo stesso spirito, ma un anno e una pandemia più tardi hanno disorientato un Paese che non vede l’ora di terminare al più presto la manifestazione

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Saranno le Olimpiadi della rinascita dopo la pandemia. L’espressione è stata usata più volte nelle ultime settimane: si vuole indicare Tokyo 2020 come il simbolo di un mondo che esce dalla crisi e si prepara per ripartire a pieno ritmo. La frase è stata pronunciata, in vari modi, dal presidente del Cio Thomas Bach, dal primo ministro giapponese Yoshihide Suga, dal presidente del Coni Giovanni Malagò, giusto per fare qualche esempio.

Organizzare una manifestazione così imponente in un periodo come questo, però, è una sfida doppia: le difficoltà nel creare una bolla per impedire la circolazione del virus tra gli atleti, le preoccupazioni della popolazione giapponese, l’assenza dei tifosi agli eventi.

Per Tokyo, e per tutto l’arcipelago asiatico, le Olimpiadi dovevano essere una replica di quelle del 1964: in quell’occasione il Giappone si mostrò al mondo in una veste nuova, innovativa, moderna.

Tra il 1945 e il 1952 il Giappone fu occupato militarmente dalle potenze alleate vincitrici della Seconda guerra mondiale, guidate dagli Stati Uniti. Fu un periodo di rinnovamento militare, economico, sociale e politico, a partire dalla formulazione di una nuova Costituzione che ridimensionò la figura dell’Imperatore.

Avere l’opportunità di ospitare le Olimpiadi nel 1964 fu un’occasione unica per certificare, agli occhi di tutto il mondo, la nascita di un nuovo Giappone: simbolica anche la scelta di far portare la torcia olimpica, nell’ultimo tratto, a Yoshinori Sakai, ragazzo di 19 anni nato a Hiroshima il 6 agosto del 1945, appena un’ora dopo l’esplosione della prima bomba atomica.

Il New York Times in un articolo dell’estate scorsa aveva definito i Giochi del 1964 «il ballo delle debuttanti per il Giappone democratico del dopoguerra, che si è reintrodotto nel mondo».

La preparazione dell’evento è stata colossale. L’autore Robert Whiting, che con l’US Air Force era di stanza a Tokyo nel 1962, descrisse i cantieri, il rumore dei macchinari e dei martelli pneumatici un «travolgente assalto ai sensi».

Nel 1964 la capitale accolse gli atleti e i turisti alle porte di un mondo nuovo: aveva costruito un sistema fognario, un porto e due nuove linee della metropolitana, e poi ancora 100 km di autostrade, almeno una decina di hotel di lusso e 21 km di monorotaia che collegava l’aeroporto internazionale al centro. Tutto questo ebbe un prezzo da pagare in termini di inquinamento, ma all’epoca non c’era la stessa attenzione di oggi sul tema.

La modernizzazione di Tokyo ha segnato l’inizio di un periodo di crescita economica per il Giappone, ha acceso i riflettori globali sulla ricostruzione quasi miracolosa del Paese a 19 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non a caso nel libro “The Games”, David Goldblatt definisce Tokyo 1964 «il più grande atto di reimmaginazione collettiva del Giappone nella storia del dopoguerra».

Le Olimpiadi del ‘64 sono ricordate anche per aver rappresentato uno spartiacque tecnologico a livello sportivo: per la prima volta vennero usati i computer per valutare le prestazioni, con innovativi dispositivi di cronometraggio per misurare ogni centesimo di secondo.

Inoltre per la prima volta i Giochi vennero trasmessi in diretta tv in tutto il mondo – con un numero di spettatori stimato tra i 600 e gli 800 milioni di persone: anche per questo sono ricordate come le «Olimpiadi della fantascienza».

A Tokyo 2020 non mancherà l’innovazione tecnologica, stavolta declinata in senso green. Il braciere olimpico che sarà acceso domani è alimentato a idrogeno, così come la torcia olimpica che segnerà l’inizio ufficiale della manifestazione. E l’energia per produrre idrogeno proviene da un pannello solare situato nella prefettura di Fukushima, altro luogo simbolico al quale il Giappone vuole associare un senso di rinascita.

Poi un esempio dall’architettura, ripensata ad hoc in corso d’opera: il primo progetto per un nuovo stadio nella capitale era di Zaha Hadid, ma è abbandonato e sostituito da uno con una struttura in legno più leggera, più sostenibile e molto meno costosa, progettato dall’architetto Kengo Kuma.

«Con la loro immensa portata e visibilità, i Giochi Olimpici sono una grande opportunità per dimostrare le tecnologie che possono aiutare ad affrontare le sfide di oggi, come il cambiamento climatico», ha detto Marie Sallois, Direttore per la Sostenibilità del Comitato Olimpico Internazionale.

Ma la pandemia ha rallentato molti processi di innovazione che il Giappone avrebbe voluto presentare al pubblico già la scorsa estate. Soprattutto perché in assenza di turisti dall’estero Tokyo non potrà sfruttare a pieno la manifestazione come una grande fiera dell’hi-tech.

Lo scorso marzo l’agenzia AP faceva notare che la principale società di telecomunicazioni del Giappone ha incassato 7,3 miliardi di yen – circa 67 milioni di dollari – di fondi pubblici per progettare software di localizzazione mobile: l’obiettivo era quello di frenare la diffusione delle infezioni da coronavirus durante le Olimpiadi di Tokyo. Solo che non ci saranno gli utenti per testare l’app, dal momento che i Giochi saranno a porte chiuse.

«Tokyo sta spendendo ufficialmente 15,4 miliardi di dollari per prepararsi alle Olimpiadi, ma diversi audit governativi hanno suggerito che sono almeno 25 miliardi di dollari. Tranne 6,7 miliardi di dollari, tutto il resto sono soldi pubblici», si legge nell’articolo.

Due anni fa le Olimpiadi sembravano davvero la replica dell’edizione del 1964, solo più aggiornata, più grande, più bella. L’anno scorso avrebbero potuto rappresentare, eventualmente, un’occasione di rinascita, forse. Oggi, un anno dopo l’inizio programmato, quell’effetto innovativo sembra essersi smarrito tra la paura del Covid-19 e le difficoltà organizzative.

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