“Arabeschi della vita morale” è il titolo del primo libro di Edoardo Albinati, anno 1989, per la Longanesi di Mario Spagnol. (Stava in scaffale vicino a “Di bestia in bestia” di Michele Mari, altra intuizione di Spagnol – poi un ignoto di oscuri natali l’ha rubato). Mi è sempre piaciuto, quel titolo: il sostantivo plurale arabeschi e poi l’espressione vita morale: credo definisca il doppio registro di Albinati scrittore.
Di tutti i narratori che han fatto le aste nella redazione di Nuovi argomenti, Albinati è quello la cui prosa mi convince(va) di più. Le sue frasi hanno consistenza, dicono al meglio la natura di moralista moderno dell’autore; poi c’è lo spiritello dell’eros che si infila e traccia l’arabesco, un ghirigoro di frivolezza maschile.
Pensavo a questo, dopo aver finito di leggere “Velo pietoso”, il suo ultimo libro: dov’è finito quello spiritello? (Non basta l’occhiata di soppiatto alla targhetta col nome della bella infermiera, qualche posa da sciupafemmine a beneficio delle ammiratrici e varia). Quel che rende peculiare la narrativa di Albinati è il contendersi il campo della vocazione al racconto morale e la seduzione della donna.

Il libro è il diario di quattro mesi di questo anno 2021, da marzo a giugno compreso. Il titolo è bello. Bisognerebbe dire del sottotitolo, “Una stagione di retorica”, ma per ora andiamo avanti – rimaniamo sui titoli. L’incipit del diario: «Ligabue, “Mi ci pulisco il cuore”; forse il più brutto titolo di tutti i tempi»: pacato, preciso, puntuale: una volée elegante nell’angolo lontano. Un paio di palleggi da fondo campo e poi l’affondo: «Non si comprende oramai cosa separi (se debba essere separata e distinta dal resto, s’intende) la letteratura da un qualsiasi articolo di attualità o di costume (…). Forse uno specifico della letteratura semplicemente non esiste o non esiste più. Amen». Allora: qui il problema è malposto: apro una parentesi.
La letteratura non ha un ambito specifico e neppure è soggetta alla volontà dello scrivente: è un compimento. Non tutti gli scriventi sono scrittori; non tutti i pingenti sono pittori; e così via. Il problema che rileva Albinati va posto in altro modo. La letteratura è il precipitato (il soluto – le parole, indicano) dell’esperimento detto scrittura: ora, succede che sempre più di rado la soluzione abbia luogo e che non ci sia soluto, cioè letteratura. Quali siano le ragioni è lungo dire.
(Ci si potrebbe interrogare sulla effettiva utilità delle valigette da Piccolo Chimico che consegnano nelle scuole di scrittura; si potrebbe discorrere dell’insegnamento della letteratura italiana; ma il vero motivo è nella parola usata nella accezione spregiativa, ormai consueta, nel sottotitolo del libro: retorica).
Rimane il bello spunto alla partenza del libro: la consistenza delle frasi dà respiro. I paragrafi del diario si dispongono col consueto stacco. Uno di questi dice della eclissi o definitivo tramonto di alcune parole (segue bell’elenco), «forse perché designano vizi che non sono più ritenuti tali o non vengono nemmeno percepiti»; un altro parte dalla bocca della persona amata detta «un oggetto di culto», che così «diventa meravigliosamente cosa» e lo spunto per dire il sogno «rivincita delle cose sulle arroganti persone». Insomma, Albinati al suo meglio.
Certo, c’è tutto il risaputo del diario dello scrittore: la citazione impeccabile, qui di Lévi-Strauss, e quelle pop da reduce, di Joni Mitchell (ha ormai la ricorrenza di Walter Benjamin), la passeggiata nella memoria con le frasi del professore di liceo, la deplorazione (il fatto che i giornalisti si parlino tra loro nei programmi televisivi e la sciatteria editoriale dilagante), l’elenco di espressioni insensate da bandire – insomma, tutto l’ambaradan. Niente che non si possa leggere.
Succede però che faccia irruzione il dèmone che tutti ci prende e istupidisce: quello della indignazione, che produce iperboli idiote: «Prima che per aver commesso un qualsiasi reato, uno in galera dovrebbe finirci solo per essere andato al Billionaire». Qui subentra l’irritazione. D’accordo, è una iperbole – però ne ascoltiamo troppe e tutti i giorni di iperboli dell’Indignato Speciale, fratello di latte del Privilegiato Fragile. L’irritazione lascia il posto alla noia quando l’autore ci dice del coatto-che-conciona (ce n’è uno per ogni buca nelle strade, a Roma), o deplora l’idiozia diseducativa di quattro vaiassone «dalle braccia e le gambe tatuate come pirati dei Caraibi» (queste vengon via a cinque centesimi al mazzo, ovunque), o stigmatizza una performance di Stefano Massini (io faccio fatica anche solo a scriverne il nome e cognome). Tornando alla letteratura: davvero indignarsi, deplorare, stigmatizzare ha senso? Questo è il punto – ma andiamo con ordine.
«Mentre con le parole stendiamo un velo pietoso sulle cose, in realtà lo stiamo lacerando», scrive Albinati, e poi racconta la storia di Giovanna, dieci anni, operata a un timpano perforato dall’otite in una clinica privata romana e lì morta. Lo leggo e lo rileggo – è un récit. Un racconto che ha il lindore duro di un Bilenchi, senza una concessione al punto di vista dello scrittore: tutto è detto in forma di parole e frasi: voilà la letteratura. L’indignazione è tutta nella forma del dire, nelle parole, le frasi. Ecco l’indignazione che chiediamo allo scrittore.
Una domanda, e non è oziosa: se al bel titolo, “Velo pietoso” (senza sottotitolo), fosse seguita in epigrafe la frase sopra riportata (posso dire? senza gerundio) e poi oltre a quello di Giovanna, altri dodici resoconti scritti così, come Albinati sa fare, (non è difficile trovare nella cronaca di quattro mesi dodici storie da velo pietoso), senza commento, con il risvolto di copertina in bianco, il retro in bianco: nient’altro. Non sarebbe ben più potente l’effetto sul lettore?
Un corollario, infine: è ormai abitudine dello scrittore (non sto dicendo di Albinati) di assecondare la tiritera del “messaggio” tanto cara agli insipienti e alle vittime del Tocco di Walter (è il contrario del tocco di Lubitsch) dicendo del proprio libro in termini di necessità di esprimere un sentimento e via sbrodolando, sottolineando come l’intento sia quello di “restituire” (verbo pelosetto, in entrambe le accezioni) il sentimento e via dicendo. No. Al lettore non interessa nulla dei sentimenti dello scrittore: si aspetta una storia esemplare se è un racconto, un personaggio almeno notevole se è un romanzo, una strofa o almeno qualche verso memorabile. Punto. Sarebbe ora di tirare una riga e andare a capo.
Edoardo Albinati, “Velo pietoso”, Rizzoli, 2021