Offesi serialiOplà, la storia perfetta per indignarci della questione razziale non era perfetta

Era evidente fin da subito che l’episodio del bisticcio di Central Park tra una donna bianca con cane e un uomo nero con casco fosse ricostruito per venire incontro allo spirito del tempo. La giornalista Bari Weiss lo dimostra, un anno dopo. Ma nessuno si scusa con la ragazza, licenziata e umiliata

da Youtube

Nessuno dirà «ci eravamo sbagliati». Non lo dirà nessuno perché il podcast in cui si ricostruisce la storia del bisticcio di Central Park dura un’ora e venti, e nessuno dedica un’ora e venti a farsi confutare una convinzione. Non lo dirà nessuno perché è il podcast di Bari Weiss, reginetta delle impresentabili. Non lo dirà nessuno perché ci piace pensare che esistano i buoni e i cattivi.

Era il maggio del 2020, eravamo in pieno inizio del virus, quando attraversavamo la strada se vedevamo qualcuno sul nostro stesso marciapiede, quando ogni essere umano ci sembrava una minaccia. Ed era il maggio di George Floyd, che – a duemila chilometri da New York – venne ucciso quello stesso giorno. Il dibattito, a proposito del tema razziale e della violenza della polizia negli Stati Uniti d’America, non era esattamente sereno.

Era anche l’ultimo maggio in cui Bari Weiss avrebbe lavorato al New York Times. Si sarebbe dimessa a luglio, con una lettera in cui diceva che le storie da raccontare sul giornale venivano scelte per soddisfare una nicchia, «invece di permettere alla curiosità del pubblico d’informarsi sul mondo e trarre le proprie conclusioni». Segnatevi quest’analisi, tornerà utile tra un po’.

Quel maggio, Bari Weiss non disse niente della vicenda di Central Park. Adesso, come tutti i fuoriusciti dal giornalismo prescrittivo americano, ha una sua newsletter su Substack, e un podcast, Honestly. Che tratta come un giornale, con collaboratori e tutto. Questa settimana, Bari fa da spalla a Kmele Foster, che ha condotto l’intervista al centro della puntata. Kmele è nero, non dovrebbe essere importante ma lo è.

L’intervistata è trattata come una pentita di mafia: non ci è dato sapere dove sia, essendo lei terrorizzata che la scoprano e ricomincino a insultarla. L’intervistata è Amy Cooper, ed è la donna che il 26 maggio 2020, a Central Park, ebbe un incontro spiacevole con un suo quasi omonimo, Christian Cooper, che la filmò col cellulare. Era la donna bianca col cane che chiamava la polizia, lui era un uomo nero e quindi uno che la polizia uccide, nella distorta logica statunitense: poche ore dopo, lei era una razzista, licenziata, e persino privata del cane.

Non per fare la sborona, ma che il framing «donna bianca tenta di far uccidere uomo nero dalla polizia» fosse insensato, sciatto, pavloviano, e indegno degli intellettuali accorsi a commentare la vicenda e a chiedere la testa di Amy, non per fare la sborona ma si capiva il giorno stesso.

I media hanno fatto finta di no – secondo Bari Weiss: perché era la storia perfetta per indignarci della questione razziale, perché ci raccontano le cose molto semplici che vogliamo sentirci dire, in quel caso «razzismo cattivo» – e chissà se è colpa loro (non sappiamo più pensare perché i media ci condizionano a non farlo, o perché siamo pigri di nostro?), fatto sta che chiunque è convinto che l’uomo nero fosse la vittima e la donna bianca la carnefice.

Un paio di mesi fa, rispondendo a un’amica su Twitter, ho usato il caso come esempio di che violenza sia filmarti contro la tua volontà, ipotizzando che l’isteria di Amy Cooper fosse dovuta a quello. Un passante è intervenuto linkando articoli americani e dando della razzista alla tizia. Lo dicono i giornali, diceva (credevo che fosse una frase che nessuno usava più implicando autorevolezza). E anche: è successo in America, tu sei forse onnipresente? L’epistemologia latitudinale applicata a una cosa che tutti, tranne i protagonisti, hanno visto in un filmato. Che belli i social. Ma sto divagando.

L’isteria della donna al telefono con la polizia, si scopre ascoltando Honestly, è dovuta – oltre che alla violenza del venire filmata, una questione che bisognerà decidersi a regolamentare, ora che tutti abbiamo telefoni che fotografano e filmano – a due fattori trascurati dalle cronache.

Uno veniva citato dai giornali ma senza dargli peso: la conversazione è iniziata prima del video, ed è iniziata con lui che dice a lei «se vuoi chiamare la polizia fallo, ma sappi che allora anch’io farò quel che voglio, e non ti piacerà» (lo ammette lui stesso, non è un’interpretazione di parte). Il secondo fattore è quel che Kmele Foster si è incomodato a trovare: la registrazione della telefonata alla polizia. Dalla quale si scopre che la centralinista non sentiva niente, continuava a rispondere «signora, non c’è campo, non capisco quel che dice», e Amy Cooper quindi continuava in crescendo a ripetersi.

Ci sono, anche, due testimonianze di persone cui, con Chris Cooper, è successa la stessa cosa, con la stessa frase velatamente minacciosa. La questione riguarda la diatriba tra osservatori di uccelli (Chris Cooper) e passeggiatori di cani (Amy Cooper). I cani spaventano gli uccelli, le due categorie si odiano e al parco sono molto protettive ognuna della propria zona.

Siccome Chris è un litigioso di lungo corso coi proprietari di cani, ha dei metodi fissi, applicati anche con Amy. Esce di casa con croccantini in tasca e, quando vede qualcuno con un cane violare la zona degli uccelli, attira minaccioso a sé il cane coi croccantini. Lo ha fatto almeno tre volte, una delle quali con Amy. Nell’altra mano ha il casco della bici, che spaventa il padrone di cane (gente lucidissima): oddio, vorrà usarlo come corpo contundente col mio amato cucciolo?

Ovviamente tutto questo nel video non si vede, e siccome siamo cresciuti con gli audiovisivi dovremmo sapere che essi offrono un punto di vista parziale. Ma no: siamo così scemi da pensare offrano una realtà oggettiva.

Come mai, si chiede Bari Weiss, nessuno di quelli che si erano tanto scaldati per il MeToo ha tenuto conto del fatto che Amy, una donna, si sentisse in pericolo, minacciata da un uomo grande il doppio di lei?

È una domanda retorica. C’entra la gerarchia delle suscettibilità: nero vale più di donna, nella settimana di George Floyd. Ma c’entra anche la folla che urla «Barabba»: è stata la folla linciante che ha indotto il canile a riprendersi il cane di Amy (poi gliel’hanno restituito), mica c’era una ragione logica, dice Weiss.

Jon Ronson ha scritto “I giustizieri della rete” (lo pubblica Codice), il primo saggio a raccontare questo nostro tempo bislacco. Nei giorni successivi all’affaire di Central Park scrisse dei tweet spiegando la faccenda della diatriba tra bird watcher e proprietari di cani. Poi li cancellò, spiegando che non avrebbe voluto la sua sembrasse una difesa d’una razzista. Amy Cooper era una persona orribile, ci teneva a rimarcare il tremebondo Ronson, terrorizzato di passare per razzista. Non come i protagonisti del suo libro, linciati dall’internet sebbene innocenti. Se sei razzista fanno bene a linciarti. Nessuno tocchi Abele.

Bari Weiss dice che, un anno fa, difendere Amy Cooper ti avrebbe resa così impresentabile che neppure lei, che pure ha confidenza con l’impresentabilità, lo fece. Jon Ronson ha sostanzialmente detto che sì, giustiziare qualcuno sui social non è mai bello, ma lei se l’è meritato. La sua azienda l’ha licenziata per sopravvenuta impresentabilità.

Amy Cooper racconta a Foster che ha cambiato città ma ogni volta che esce di casa è terrorizzata la riconoscano, e legge uno dei messaggi che le sono arrivati. Gente che le augura di morire soffrendo: le ordinarie reazioni dell’internet. Nessuno ha chiesto scusa a Amy Cooper, e sarebbe bello accadesse. Più ancora, sarebbe urgente cominciassimo a studiare la psiche di chi si prende il disturbo di scrivere a una di cui ha visto un video sgradevole e notificarle che desidera il suo decesso. Da quelli che urlavano «Barabba» son passati duemila anni, e ancora non siamo riusciti a guarirli.

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