SupergoogleNon solo hamburger: come sta cambiando (e come è cambiato) il mondo del cibo americano

Nella rassegna stampa di questa settimana ci focalizziamo su alcune notizie relative ad aziende statunitensi per raccontarvi dei loro fallimenti, delle loro sorprendenti quote di mercato e di come si stanno adattando a delicati conflitti politici

Abbiamo tutti sentito almeno una volta la frase «Don’t mix business with pleasure» e adesso, per via di un mondo sempre più segnato da questioni politiche di portata globale, sentiremo sempre più spesso anche la frase «Don’t mix business with politics»: non mischiare l’utile al dilettevole, e non mischiare affari e politica. Pensieri saggi, sicuramente, ma che, in alcuni casi, vanno messi da parte quando si tratta di sostenere la democrazia e la tutela dei civili in terre occupate. Prima, però, ripercorriamo un po’ di storia e di economia, iniziando con un hamburger di McDonald’s che sarebbe dovuto diventare un prodotto chiave del colosso statunitense, ma che si è rivelato un enorme flop, proseguendo con un’indagine relativa ai monopoli americani del cibo che indirizzano la maggior parte degli acquisti dei consumatori. 

Stati Uniti, 1996, anno in cui McDonald’s, che oggi tutti conosciamo come una delle catene fast-food più famose al mondo, fece uno scivolone clamoroso lanciando un nuovo hamburger, che fu poco apprezzato dal pubblico, e sbagliando tutte le strategie di marketing. Una serie di errori che costarono caro all’azienda, che spese circa 200 milioni di dollari in pubblicità.
Su Eater, Jeremy Glass ci racconta che l’hamburger in questione si chiamava «The Arch Deluxe» e di deluxe, rispetto ai classici hamburger del colosso statunitense, aveva molto: una maionese alla senape, bacon speziato al pepe, verdure fresche e un morbido bun di patate. Sarebbe dovuto essere il primo panino dell’offerta di hamburger «premium» di McDonald’s, studiata per un target di persone con «palati sofisticati». Peccato che, nel cercare di attrarre una nuova clientela, la multinazionale degli hamburger si scordò completamente dei gusti del suo principale target di riferimento e la nuova proposta non piacque nemmeno ai suoi affiliati, che si lamentarono dei troppi nuovi ingredienti e dei numerosi passaggi richiesti per la preparazione. Nell’agosto del 2000, «The Arch Deluxe» fu tolto dal mercato, mettendo fine alla breve e triste storia di questo hamburger. Perché tutti possono sbagliare, anche i più grandi, compreso McDonald’s. 

Rimaniamo negli Stati Uniti per parlare delle attività dei colossi americani del settore alimentare, portate alla luce da un’indagine condotta dal giornale The Guardian e da Food & Water Watch, un’organizzazione no-profit che si concentra sulla responsabilità aziendale in materia di cibo e acqua. È emerso che la scelta dei consumatori per quanto riguarda i prodotti di genere alimentare è indirizzata nella maggior parte dei casi da una manciata di colossi del cibo, che controllano circa l’80% della quota di mercato e che dominano ogni anello della filiera alimentare: dai semi e i fertilizzanti fino ad arrivare ai supermercati. Questi livelli impressionanti di potere – e, di conseguenza, anche di guadagno – sono stati raggiunti grazie a gruppi di lobbisti politici e normative deboli, che hanno permesso un’ondata di fusioni e acquisizioni. In pratica oggi, il potere di queste multinazionali permette loro di decretare cosa viene coltivato dagli agricoltori americani e quanto vengono pagati, nonché di stabilire le quantità di consumo e i prezzi dei generi alimentari. Insomma, trovandosi al supermercato, il consumatore medio potrà pensare di avere davanti a sé una miriade di diverse marche da cui scegliere, quando in realtà queste sono di proprietà di una manciata di giganti del cibo, tra cui Unilever, Kraft Heinz e The Coca-Cola Company.
Un passo verso la soluzione di questo problema, come suggerito dall’indagine, è, oltre al sostegno dell’implementazione di normative antitrust da parte dei governi, iniziare a sostenere i sistemi alimentari equi e sostenibili. 

Per concludere vi parliamo di Bennett Cohen e Jerry Greenfield, i due fondatori della famosa azienda americana di gelati Ben & Jerry’s. Nel 2000 l’azienda fu acquisita dal colosso Unilever, che permise al brand di tenere un Consiglio di amministrazione indipendente con lo scopo di difendere e proteggere l’equità e l’integrità del marchio. Proprio nei giorni scorsi ha suscitato clamore la presa di posizione di Ben & Jerry’s a favore del popolo palestinese sui territori occupati, annunciando in una nota che si sarebbe ritirata dal mercato in Cisgiordania. Per difendere la loro decisione, i due amici fondatori hanno espresso i loro punti di vista in un editoriale sul New York Times. «Siamo molto orgogliosi della nostra fede ebraica. Quando la nostra azienda iniziò a espandersi, Israele fu uno dei nostri primi mercati esteri e, adesso come allora, siamo e rimarremo sostenitori dello Stato di Israele.» Tuttavia, i due spiegano che a loro avviso è possibile sostenere Israele pur opponendosi ad alcune sue politiche. «Ci auguriamo che questa scelta possa essere vista come un ulteriore passo in avanti per la difesa della giustizia e la tutela dei diritti umani, principi fondamentali del giudaismo».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter