Libri difficiliHa ragione il lettore che arriva alla fine o quello che molla?

L’umanità è divisa a metà: i Leaver e i Remainer del libro hanno due approcci diverso, uno etico e l’altro estetico. A fare la differenza sono questioni caratteriali, le circostanze, la qualità. Ma trovare un compromesso tra le due posizioni è difficile

di Dan Dumitriu, da Unsplash

Per Bill Gates è una questione di metodo: finire sempre i libri che si leggono, anche quando non piacciono. Lo scrittore Daniel Pennac aveva riconosciuto, al contrario, il diritto del lettore di fermarsi quando vuole.

È una spaccatura che divide a metà il mondo degli appassionati e, forse tutta l’umanità. Chi porta a termine la lettura (il “finisher”) ha i suoi argomenti: dopo le prime pagine, spesso il libro migliora. Anzi, a volte è proprio la fine a riscattare una trama non sempre convincente. In certi casi si tratta di abituarsi allo stile, magari non immediato, dello scrittore. In più è un modo – forse più affine alla disciplina dell’atleta – di superare i propri limiti, rispettare gli impegni presi e raggiungere risultati.

È un approccio etico, a volte perverso, come ricorda questo articolo del Financial Times, ci si innamora della propria immagine di sé come lettore accanito.

Dall’altra parte si trova chi, invece, riesce a smettere subito. Corre il rischio di perdersi un capolavoro, lo sa. Ma sa anche che ogni anno solo in Italia vengono pubblicati circa 70mila nuovi libri, più o meno 240 al giorno. In mezzo a questa valanga i capolavori sono pochissimi e la maggior parte risulta costituita da opere trascurabili. Perché perdere tempo con questi? In più è possibile, come pensa chi prosegue, che il libro migliori più avanti. Ma è anche possibile che peggiori: le possibilità sono le stesse e, tutto sommato, uno scrittore non di talento ma furbo metterà le cose migliori all’inizio, secondo il classico principio per cui «l’attacco è tutto».

Il lettore che interrompe sa anche che la qualità di un libro la si capisce ben prima della fine. Del resto, quando si legge un classico si sa già come andrà. Nessuno si sorprende che Anna Karenina finisca sotto un treno o che il dottor Jeckyll sia anche mr Hyde: non è la curiosità che spinge a leggere, ma la bellezza stessa dell’opera. Se questa non c’è, allora si smette.

Gli “abandoner” hanno insomma un approccio estetico. La loro virtù è non considerare la lettura un esercizio da palestra, e fanno bene. Ma così facendo corrono il rischio di auto-limitarsi. La fatica di chi va avanti spesso viene ripagata: a volte si acquista più confidenza con lo stile dell’autore, si sperimentano nuove soluzioni estetiche che, alla fine, potrebbero portare a scoprire orizzonti letterari inimmaginabili. Chi molla, non lo saprà mai.

Esistono soluzioni di compromesso? Secondo alcuni bisogna passare per una rigida selezione all’ingresso: non prendere libri che poi non si leggeranno. Secondo altri basta farlo dopo, magari creando pile diversificate: libri che si leggeranno di sicuro, libri che forse verranno finiti, libri che – siamo onesti – non finiremo mai.

Ma la verità è che la lettura non è un’operazione contabile: mettere a bilancio il tempo impiegato con la qualità del libro è un’operazione impossibile. Si legge per caso, per umore e per ispirazione. E il più delle volte per prendere tempo: ci sono libri che non si leggeranno mai, ma li si compra lo stesso, perché si guadagna l’illusione di un tempo infinito davanti a sé. E forse questo è il piacere maggiore che se ne può ricavare.