Gender studies maniaLe bambine amano le principesse ma non diventano sessiste (che scoperta!)

L’ultima banalità di una disciplina che, al confronto, la scienza delle merendine è una cosa seria dimostra che appassionarsi alle favole tradizionali non costituisce una continuazione del patriarcato

da Pxhere

Quand’ero giovane, andavo all’edicola che aveva i giornali stranieri e compravo Time e Newsweek per sentirmi intelligente. Adesso che sono vecchia; adesso che Newsweek di carta ha chiuso, e Time esce ogni due settimane perché chi diavolo lo compra più un settimanale; adesso che gli americani si sono rincoglioniti in modi che quattr’anni fa mai avrei saputo immaginare; adesso, voglio solo parlare coi genitori di Eliana e Sarah.

Quand’ero giovane, credevo che i giornalisti e i docenti universitari fossero due categorie rispettabili, formate da gente che ne sapeva molto più di me del mondo, da gente che aveva studiato tanto e mica si occupava di stronzate. Adesso che sono vecchia; adesso che tutte le mie coetanee sono state vaccinate prima di me perché non ce n’è una che non abbia una docenza a contratto in scienza delle merendine; adesso che i social mi permettono di verificare ogni giorno che c’è meno gente ottusa nei gruppi Facebook dediti all’oroscopo e alle ricette di quanta ce ne sia nelle conversazioni di editorialisti e cattedratici; adesso, voglio sapere se i genitori di Eliana e Sarah non pensano ogni minuto che, coi soldi con cui hanno fatto studiare le figlie, avrebbero potuto villeggiare ai Caraibi.

Sarah Coyne ha cinque figli. Ciononostante, ha il tempo d’avere un lavoro: è ricercatrice in un’università dello Utah. Eliana Dockterman è la giornalista di Time che la intervista sulla scoperta che cambierà le nostre vite: se alle vostre figlie piacciono le fiabe con le principesse, non necessariamente le piccine diverranno sessiste (i gender studies sono quel settore che fa sembrare scienza delle merendine una cosa seria).

Dello studio non so riferirvi, giacché i genitori di Sarah ed Eliana hanno speso per far studiar loro le Barbie ma non le addizioni, e quindi nel corso dell’intervista i termini della questione cambiano varie volte. Questa in cui si svela che, ohibò, può piacerti la “Bella addormentata” e puoi comunque crescere senza traumi, è la seconda parte d’una ricerca, quella in cui Sarah smentisce le proprie conclusioni iniziali.

Ma nell’articolo le date della ricerca iniziale sono variabili. I bambini e le bambine osservati avevano sempre quattro o cinque anni durante la prima ricerca e dieci o undici durante la seconda, ma a un certo punto la prima ricerca è stata nel 2012 e a un certo punto è stata nel 2016. La matematica non torna in nessuno dei due casi, ma che cosa conta mai la matematica in confronto all’emergenza sociale rappresentata dal temibile modello di ruolo che sono le principesse delle fiabe.

Sostanzialmente, Sarah Coyne s’è accorta che, crescendo, gli esseri umani sono meno interessati agli stereotipi di genere (probabilmente aveva finora vissuto in un mondo tutto suo in cui le quarantenni indossano il rosa quanto le quattrenni).

Dice che all’epoca del primo studio alle bambine piaceva Cenerentola, mentre ora amano quel modello di principessa Disney più emancipata che è Elsa di “Frozen”.

Nel gioire se le bambine di oggi hanno capito prima di quanto sia accaduto alla mia generazione che estinti sono gli uomini che ti mantenevano e che ti tocca badare a te stessa, mi permetto di far notare che, se diamo retta al passaggio in cui si indica come anno della prima ricerca il 2012, “Frozen” ancora non esisteva.

In generale, avanzerei il sospetto che la principessa preferita da una bambina possa essere sempre l’ultima che ha visto (è una sindrome che non passa con la crescita: non conosco neanche una donna non convinta di non possedere altro che l’ultimo vestito che ha comprato; nessuna docente dello Utah, sfortunatamente, studia il problema della memoria femminile a lungo termine rispetto alle frivolezze).

Ah, c’è anche un mirabolante passaggio in cui la studiosa ci mette a parte d’un sospetto: sì, alle bambine di 4 anni che le hanno detto d’amare Cenerentola piaceva in effetti Cenerentola, ma era possibile che fossero di loro gusto anche altre principesse. Poi diventano grandi, e mentono nei sondaggi elettorali.

In un’ottica bicchieremezzopienista, è consolante sapere che uno studio cialtrone possa venire finanziato da un’università e preso sul serio dai newsmagazine, se lo studio cialtrone contribuisce a demolire il feticcio dell’immedesimazione: le bambine che a quattro anni s’identificavano con Merida, la protagonista di “Ribelle”, non sono cresciute diversamente da quelle che s’identificavano con Cenerentola. Ma chi l’avrebbe mai detto.

Ora ci verranno a dire che non è poi così importante, per stabilire che genere di persona tu sia, sapere se leggi Jane Austen o Tolkien, se preferisci i pantaloni o la gonna, il dolce o il salato. Una studiosa di qualche prestigiosa università scoprirà il concetto di «gusto». Time le darà come minimo la copertina. Se non la darà all’unica bambina, racconta sospirosa l’intervistata, che ha detto che la sua principessa preferita era Mulan «perché ha salvato la Cina», mica come quelle piccole frivole che dicono di preferire Rapunzel perché è bionda.

L’intervistatrice si dice sorpresa dallo sconvolgente risultato che le bambine crescano taleqquali quali che siano le loro preferenze in tema di principesse Disney. La Mattel ha prodotto una Barbie curvy proprio perché i modelli comportamentali sono importanti, diamine. Oppure – ma è solo un’ipotesi, non badate a me – per non farsi dire dai vari Time che rende anoressiche le bambine che vogliono somigliare a una bambola deforme, col testone, senza fianchi, e per tutta la vita in punta di piedi.

L’intervistata conviene che sia colpa della Barbie, ed entrambe dolenti annuiscono: «Barbie è solo un corpo». Non ha neanche salvato una qualche nazione, quella stronzetta gommosa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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