Eredità grillinaIl reddito di cittadinanza non è tutto da buttare, ma va riformato per favorire l’inclusione sociale

Non è obbligatorio abolire uno dei cavalli di battaglia dei Movimento 5 stelle, occorre però ridisegnarne la struttura, magari partendo dal ReI, il reddito di inclusione lasciato in eredità dal governo Gentiloni nel 2018

Pexels

Ammesso e non concesso che l’operazione promossa da Matteo Renzi e Italia Viva arrivi a termine, abrogare per via referendaria il reddito di cittadinanza (RdC), sarebbe una ritorsione di natura prettamente ideologica come fu la sua istituzione (Titolo I del dl n.4/2019).

Non è mai una buona politica gettare via il bambino con l’acqua sporca. È vero che nella bacinella del RdC di acqua sporca ce ne è tanta, mentre la creatura è piccola piccola (magari settimina). Ma è pur vero che il comma 1 dell’articolo 38 Cost. è molto chiaro: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale».

Quali sono i gravi difetti del RdC? Alcuni sono riconosciuti anche dai suoi stessi promotori. È stato un errore politico, culturale e pratico pretendere di tenere insieme un intervento di inclusione sociale con uno strumento, pressoché esclusivo, di politica attiva del lavoro.

La tartaruga è in grado di competere con Achille piè veloce solo nel paradosso di Zenone, ma nella vita reale i centri per l’impiego non sono in grado di proporre ben tre occasioni di lavoro nell’arco di 18 mesi – attenzione a questo passaggio – non solo ad un disoccupato (uscito dal mercato del lavoro dopo aver compiuto delle esperienze professionali) ma ad un «inoccupato non occupabile», in quanto privo delle condizioni di base (scolarizzazione, alfabetizzazione informatica, situazioni famigliari e di salute, espedienti, ecc.) per un programma formativo (peraltro solo teorico, visto che era problematico realizzarlo).

Ma non c’erano solo questi limiti strutturali. Anche le scelte gestionali immediate erano visibilmente inadeguate: all’Inps fu affidata l’erogazione delle prestazioni con l’ordine di pagare il più presto possibile senza curarsi troppo dei requisiti di quanti presentavano domanda.

Le politiche attive coinvolgevano l’Anpal, la cui gestione fu affidata ad un immigrato proveniente da una Università del profondo Sud degli Stati Uniti che avrebbe dovuto servirsi dei c.d. navigator: tanti bravi ragazzi selezionati e «messi nella vigna a far da pali», gli stessi che – senza colpe – pagheranno per quel pasticcio in cui sono stati coinvolti.

L’altro errore capitale fu quello che viene attribuito alla “scopa nuova”: la pretesa di spazzare meglio di quella vecchia, nel nostro caso il reddito di inclusione (ReI) lasciato in eredità dal governo Gentiloni, poco prima di fare le valige (il Rei entrò in vigore il primo gennaio 2018, poche settimane prima delle elezioni “del nostro scontento”).

Il Rei era prevalentemente finalizzato all’inclusione sociale e veniva gestito a livello locale in modo evidentemente più flessibile della gestione centralistica che ha caratterizzato il RdC.

La riforma di questo istituto deve recuperare quella impostazione e dare priorità e risorse ad un’attività di inclusione sociale, in grado di assicurare agli emarginati in condizione di povertà non solo materiale (si pensi al livello di scolarizzazione) un livello di “cittadinanza” adeguata che è la premessa indispensabile di una possibile occupabilità.

Per quanto riguarda le politiche attive, esse vanno rivolte in primo luogo ad assicurare una maggiore mobilità del mercato del lavoro per superare il mismatch esistente tra domanda e offerta del lavoro, attraverso il potenziamento dell’assegno di ricollocazione.

Sono state avanzate diverse proposte di revisione. In un Rapporto della Corte dei Conti, tenendo conto dell’esperienza del RdC, vengono suggerite modifiche in grado di:

a) favorire maggiormente l’inclusione di famiglie numerose e con disabili, penalizzate in termini relativi, rispetto all’ampio numero di nuclei monocomponente;

b) considerare che gli indicatori evidenziano tra i tassi di povertà più elevati quelli riguardanti lavoratori che operano in Italia ma senza cittadinanza. Infatti, l’incidenza della povertà si attesta su valori molto elevati in particolare tra le famiglie con componenti stranieri: nel 2017, ai tempi del ReI, circa il 30% delle famiglie composte da soli stranieri era in condizione di povertà assoluta (percentuale 6 volte superiore a quella degli italiani), con punte che superavano il 40% nel Mezzogiorno;

c) accrescere ulteriormente il coinvolgimento dei servizi sociali dei Comuni, eventualmente rinforzandoli in termini di capacità gestionali e competenze, e delle organizzazioni del Terzo settore, inizialmente lasciate ai margini del processo a dispetto del grande ruolo che esse esercitano e dai fondamentali servizi di prossimità che erogano.