In terza personaIl romanzo tradizionale è vivo, anche se la sua morte è stata annunciata un milione di volte

Intanto, ho riletto “L’età dell’innocenza” e, visto che vengo, come tutti, da una contemporaneità di ibridi, memoir che non sono memoir e autofiction che non vogliono essere definite tali, mi sono sentita precipitare in uno splendido disagio e mi sono chiesta: «Dove sono?». Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

Illustrazione di Fulvia Monguzzi

«Il romanzo tradizionale muore nel 1881, a metà dei “Fratelli Karamazov”, verso le tre del pomeriggio. Veramente già verso mezzogiorno qualcuno comincia a avvertire “qualche cosa”. Ma nessuno osa comunicarlo ad altri; tacciono “per riguardo”. Entrano ed escono tenendo il sospetto per sé», scrive Alberto Arbasino in “Certi romanzi”, nei primi anni Sessanta, suscitando una certa invidia per questa splendida scena in cui il decesso viene trattato con rispettoso silenzio.

Purtroppo, invece, fuori dalle pagine di Arbasino, ogni volta che il romanzo tradizionale muore gli toccano una rumorosa autopsia e una corsa alla sostituzione, ma niente paura, muore tutti gli anni, se vi siete persi un paio di lapidi non c’è nulla di irrecuperabile, è come una festa nazionale, una parata, una processione, l’anno dopo si ripete identica. Ci penso spesso, innanzitutto perché mi appassiona la veemenza dei sostenitori di ciò che in quel momento viene considerato “la nuova letteratura”, di volta in volta: il cinema, i videogiochi, le serie tv. Sogno un titolo a caratteri cubitali: la letteratura è la nuova letteratura. Seguito, subito dopo, da: il romanzo è il nuovo romanzo.

Intendiamoci, non è che le deposizioni siano del tutto arbitrarie.

Qualche giorno fa ho cominciato a rileggere “L’età dell’innocenza” per via di un pezzo che devo scrivere e una lectio che devo tenere; il primo mi è stato assegnato, la seconda l’ho scelta: ho pensato che una volta tornata a Edith Wharton, dopo tanti anni dalla prima lettura, avrei avuto voglia di stare in sua compagnia il più a lungo possibile, e ho anche pensato che mi sarebbe servito tempo per andare in profondità di un romanzo di cui mi ero innamorata da impazzire durante l’adolescenza, ovvero quando è piuttosto facile innamorarsi da impazzire di un romanzo, soprattutto se cocente di sentimenti repressi e disillusione. Nell’adolescenza ogni cosa è esagerata e assoluta e, per gli adolescenti del secolo scorso, quelli senza telefoni portatili, la letteratura poteva essere tutto (certo, quando non moriva per colpa della Playstation o dell’arrivo dei primi computer nelle famiglie che potevano permetterseli e, come si diceva, già allora accadeva con una certa frequenza).

Dunque, ho cominciato a rileggere “L’età dell’innocenza” e nelle prime pagine ho sperimentato uno smarrimento totale, venendo, come tutti, da una contemporaneità di ibridi, romanzi sismici, memoir che non sono memoir, autofiction che non vogliono essere definite tali (la parola “autofiction” vive questa singolare condizione di essere già archeologia e insieme ancora oggetto di accese discussioni). Innanzitutto la terza persona – e che terza persona – mi precipitava in uno splendido disagio: dov’ero?

Passare dalla lettura di un post sui social a quella di un libro, a volte, può non risultare troppo difficile, e questo è di certo un tema (non mi azzarderò a dire: un problema). Con uno scossone perfettamente avvertibile, invece, mi ritrovavo in un’altra epoca, in un altro sguardo, in un’altra scrittura, e nulla era facile o privo di conseguenze. Mi si richiedeva un’attenzione diversa da quella richiesta da altri tipi di libri, a prescindere dal loro valore, un’esigenza monopolizzante: non avevo davanti uno specchio o la tessitura di un mondo che somigliava al mio, ma una valigia da riempire per un viaggio incerto e molto lungo, che mi avrebbe privato di tutti i più recenti punti di riferimento. Eppure, mi si era troppo inciso nella pelle per dimenticarlo, c’era stato un tempo in cui in quel libro io mi ero identificata al punto da piangere e soffrirci dentro, un tempo in cui oltretutto avevo meno strumenti di adesso, quindi esisteva, fra quelle pagine, la promessa di un rispecchiamento.

La terza persona istiga alla ferocia più che all’indulgenza, induce all’ironia più che al compiacimento. So che mi pentirò di avere scritto queste parole, perché in letteratura quasi nessuna regola è perentoria (lascio il “quasi” per non farla sembrare una regola, e non farla sembrare perentoria), ma sono onesta: è quello che ho pensato rileggendo le prime pagine del romanzo, dopo anni di ipertrofico affollamento dell’io, mio e altrui. Non tutte le terze persone, chiaro: ma quella sì. E non significa che le vicende narrate non abbiano implicazioni autobiografiche o che dalla stesura di un romanzo non risulti un’autoriale visione del mondo, ma solo che ciò avviene come quando siamo a teatro a guardare Shakespeare o Eduardo, parlano di noi ma non parlano di noi, la commedia ci inghiotte e ci trascina altrove. Non ci dice subito: questo sei tu, questo sono io. Proprio per questo, per i passi che ci fa fare prima di capire quanto siamo coinvolti, per la magia con cui nasconde quanto coinvolto sia l’autore, diventa un’esperienza più infuocata e persistente.

«Un tempo i protagonisti della narrativa erano dèi, o semidei, o eroi epici o tragici o romantici, eroine attanagliate nella morsa del pathos o del conflitto: tutte figure nettamente più alte del narratore. E non sembrava troppo assurdo o imprudente prenderli sul serio sul loro stesso terreno della Passione Assoluta: anche perché la tradizione seriosa italiana, come è incapace di intendere il sense of humour aristocratico, così è sprovveduta davanti al picaresco proletario nei confronti dei Destinatari del Riguardo. Poi, la analisi psicologica approfondita paradossalmente ha reso sempre più superficiali e generici i personaggi romanzeschi», scrive sempre Arbasino, e meno male che si può ricorrere a tanta autorevolezza per spiegare bene che cosa, a poco a poco, stiamo perdendo.

La confusione tra scrittura social e scrittura letteraria ha spostato ulteriormente l’ago della bilancia: la descrizione di stati d’animo, sostituendo sempre più la narrazione, crea lettori mai sazi di spiegazioni. La lettura, anche quando di grandissima qualità, si fa meno attiva e nella passività abbisogna di tutto, perché l’immaginazione riempie sempre meno gli spazi e scarseggia la pazienza di aspettare fino alla fine, fremere, sussultare. La fretta di lasciare un commento alla fine è l’unica vera minaccia alla concentrazione: i romanzi non sono fatti per essere commentati a ogni riga la prima volta che li si legge, ma tutti in una volta alla fine, anzi, se possibile qualche tempo dopo aver girato l’ultima pagina, quando la somma degli inganni è stata tratta.

Credo di aver bisogno del romanzo tradizionale come ho bisogno del teatro. Ho sempre più necessità di leggere indossando la postura della spettatrice che frigge sulla sedia ed empatizza senza accorgersene, guardando personaggi lontani da sé, immaginando di spiare senza essere vista.

L’ultimo spettacolo che ho visto a teatro, e il primo dopo le restrizioni invernali della pandemia, è stato “Hamlet”, per la regia di Antonio Latella, con un Amleto donna interpretato dalla bravissima Federica Rosellini ad aggiungere incertezza alle incertezze. La traduzione era stata fatta sul testo integrale, per cui la pièce durava quasi sei ore, un tempo abbastanza lungo perché lo spettatore cambiasse idea su Amleto una quantità inenarrabile di volte e perché io capissi di non aver mai capito il personaggio fino ad allora, la sua essenza sfuggente, liquidata come follia, non mi era mai stata chiara finché non mi sono data l’unica cosa che serve al fruitore d’arte: tempo. Amleto sfugge alle definizioni, e invece in tutte le rappresentazioni che avevo visto vi era stato piegato, diventando di volta in volta psicoanalitico, rabbioso, pazzo, mentitore, lucido. Per stare tra l’essere e il non essere serve la pazienza di mettersi da parte e lasciarli accadere entrambi.

Uscita da teatro ho pensato che la peculiarità della forma del romanzo è incarnare un amletismo che consiste nel non farti sentire trascinato nella verità di un io, e di quello soltanto, anche quando è scritto in prima persona. Attraverso la lingua di Amleto, alta e sporca, lucida e fuorviante, passano tutte le possibilità: cosa potrebbe essere successo? Lo spettatore è costretto a dubitare, e quindi ad aspettare (questo io non compatto è indice della straordinaria contemporaneità del personaggio).

Quando, nell’“Età dell’innocenza”, poche pagine dopo aver visto Ellen Olenska, Newland affretta l’annuncio del fidanzamento con un’altra donna, l’io del lettore viene spaccato in due con violenza: sente nel profondo quanto quell’incontro abbia turbato il protagonista, e allo stesso tempo, “vedendo” la scena dall’esterno, la parte più meschina di lui tifa perché quel sentimento venga sepolto dalla coltre di ciò che è giusto fare. Questa scissione continua a lungo e costituisce l’ossatura della trama, nonché la possibilità, per chi legge, di esperirla drammaticamente e moltiplicarla, proiettando ovunque un’instabile ricerca della verità. È così, nel mezzo di quella rilettura, che ho trovato la mia definizione di Amleto, o quella di lettore.

Questo articolo di Nadia Terranova è stato pubblicato sul nuovo numero di Linkiesta Magazine, in edicola a Milano e a Roma e nelle migliori librerie indipendenti d’Italia.
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