Processo e sommarioIn caso di stupro i titoli dei giornali hanno riferimenti etno-geografici solo se il reo è straniero

«Beh, ma se il criminale era egiziano non avremmo dovuto scriverlo?». Certo, e infatti si specifica sempre “delinquente veneto” qualora il violentatore sia di Treviso, vero? Che, poi, è solo uno sciatto tic del “giornalese”. Ma il razzismo si fa più insidioso proprio quand’è inconsapevole e non se ne avverte l’insinuarsi nella banalità routinaria del catenaccio

Photo by Nguyen Dang Hoang Nhu on Unsplash
Per quali motivi la notizia dello stupro ha la sua brava guarnizione di cronaca sulla provenienza etno-geografica del criminale? Per un solo motivo, e cioè perché la notizia non è in realtà lo stupro, ma il fatto che a commetterlo è l’immigrato.
La pratica è veramente trasversale, visto che ad abbandonarvisi non è solo la stampa dei porti chiusi: è infatti anche quella coi fiocchi, quella inclusiva, quella “contro l’odio”, a indugiare sul trascorso migratorio dello stupratore. E la pratica avrebbe un senso, per esempio, se fosse fondata, anziché fake, la news della “correlazione evidente” tra immigrazione e stupro (il lettore progressista non si adombrerà per l’eccessività del paragone con l’altra “correlazione evidente”, quella tra immigrazione e Covid, la quale aveva invece solidissime fondamenta socio-democratiche, a cominciare da quella di non lasciare soltanto a Salvini la politica delle ruspe contro le zingaracce).
Che cosa rimane, dunque, a giustificare la penna inquirente sull’etnia (razza non si dice) e sul tragitto dell’immigrato che passa dalla richiesta d’asilo alla violenza carnale? Non rimane niente, se non il riflesso xenofobo di quella narrativa, articolata sul presupposto non dichiarato che sia da punire prima l’egiziano che lo stupratore, con il corollario altrettanto sommesso che per fermare gli stupri occorre fermare l’immigrazione. Che poi non ci sia sempre volontà di far carburare a puntino quel meccanismo illogico e sostanzialmente razzista è un altro paio di maniche, ma il razzismo si fa più insidioso proprio quand’è inconsapevole, proprio quando non se ne avverte l’insinuarsi nella banalità routinaria del catenaccio.

Spesso, peraltro, la replica è di speciosa buona fede: «Beh, ma se era egiziano non dovevamo scriverlo?». Sì, certo: e infatti scriviamo sempre “delinquente veneto” se lo stupratore è di Treviso, e a quelli che non pagano il biglietto sul treno, se sono di Catanzaro, dedichiamo il titolo “Calabresi scrocconi” (fu, qualche mese fa, un illustre quotidiano inclusivista a celebrare il controllore che faceva la ramanzina agli “africani” che viaggiavano a scrocco).

Si tratta, ovviamente, di sensibilità: ma “immigrato” vicino a “stupro” (o a furto, omicidio, rissa, qualsiasi cosa in odore di illecito) dovrebbe suonare molto male nel Paese che ebbe le leggi razziali. E non si tratta di cancellare la verità di quella provenienza: si tratta di evitare che essa diventi la verità dello stupro.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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