Triplete demagogicoTre presidenti populisti latino-americani sull’orlo di una crisi di nervi

Il brasiliano Bolsonaro vuole rinviare le elezioni, il messicano López Obrador vuole processare i suoi predecessori, il peruviano Castillo vuole un castrista come primo ministro. Il risultato è caos e crisi economica

Lapresse

Tre presidenti latino-americani sull’orlo di una crisi di nervi. Uno di loro è di destra: Jair Bolsonaro, presidente del Brasile dal primo gennaio 2019. Due sono di sinistra: Andrés Manuel López Obrador, presidente del Messico dal primo dicembre 2018, e Pedro Castillo, presidente del Perù insediatosi lo scorso 28 luglio.

Diverse le ragioni dei loro problemi: sindrome Trump per Bolsonaro, che ha mandato i suoi sostenitori a manifestare contro il voto elettronico e minaccia di far saltare le prossime elezioni se non si modifica il sistema; sindrome dipietrista-pentastellata per Amlo, come lo chiamano in Messico, che per far mettere sotto processo tutti i suoi predecessori ha indetto un referendum cui non è andato a votare quasi nessuno; sindrome Allende per Castillo, che preso in mezzo tra l’estremismo del suo partito e un Congresso ostile sta intanto mandando l’economia a fondo.

Ma tutti e tre sono populisti all’estremo, e tutti e tre operano in un contesto dopo il Covid ha devastato. In Brasile e Messico con presidenti che hanno ostentato un negazionismo alla Trump; in Perù con la cifra di morti in rapporto alla popolazione più alta del mondo, 5872 decessi ogni 100mila abitanti (l’Ungheria di Orbán, seconda, sta a 3.117).

«Alle presidenziali del 2018 c’è stata frode», è la clamorosa dichiarazione con cui Bolsonaro ha aperto le ostilità giovedì scorso, palando al suo appuntamento settimanale su Facebook. Affermazione per lo meno sorprendente, visto che quelle elezioni le ha vinte. Ma lui sostiene che senza i brogli avrebbe vinto al primo turno, e non solo al ballottaggio.

Ha dunque presentato una proposta di riforma costituzionale per imporre un parziale ritorno delle schede, accanto al sistema di urne elettroniche adottato dal 1996. Cioè, il voto elettronico resterebbe. Ma si dovrebbe integrarlo con una ricevuta, per permettere un riconteggio fisico.

Messa così, la proposta potrebbe essere considerata macchinosa, ma non irragionevole. Il problema però è che, imitando l’esempio di Trump, Bolsonaro già stata dicendo che se la riforma non passa e nell’ottobre del 2022 sarà sconfitto sarà dovuto ai brogli. E questo è il tipo di narrazione che già circola ad esempio tra le varie migliaia di suoi seguaci che domenica sono scesi in piazza per appoggiarlo in varie città brasiliane: 3mila a Rio de Janeiro sulla spiaggia di Copacabana, vestiti col verde e giallo della bandiera nazionale, e per la maggior parte senza mascherina.

Il presidente non ha partecipato direttamente alla marcia, ma si è rivolto ai manifestanti in videoconferenza, reiterando non solo che non accetterà elezioni che non siano «pulite e democratiche», ma che farà «tutto il necessario» per imporre le ricevute. «La volontà del popolo deve prevalere. Spero che dopo di questa manifestazione ciò si converta in un fatto a Brasilia». Dove giovedì, appunto, il Congresso inizia a votare sulla proposta. Con poche possibilità che passi: 11 partiti si sono già dichiarati contro, anche partiti di centro e di destra che appoggiano il governo.

Proprio alla Trump, Bolsonaro non ha presentato alcuna prova di questi brogli, malgrado la richiesta esplicita di produrle, avanzata dal Tribunale Supremo Elettorale (Tse). Pure alla Trump, ha detto che sono i sostenitori della tesi che è stato un voto pulito che devono provarlo. Tre settimane fa, in compenso, aveva minacciato: «O facciamo elezioni adeguate in Brasile, o non ci saranno elezioni». Aggiungendo una definizione di «imbecille» per il presidente del Tse Roberto Barroso, secondo il quale, al contrario, proprio il ritorno al voto scritto potrebbe far rivivere forme di corruzione clientelare.

Altra dichiarazione, in una intervista radiofonica: «Se questo metodo continua avremo problemi, perché forse una parte non accetterà. E quella parte sarà la nostra». E lunedì: «Se si mantiene questo sistema di voto corriamo il rischio di fare la fine del Venezuela».

Peraltro altre decine di migliaia di persone erano in precedenza sfilate per chiedere la destituzione del presidente, accusato di pesanti responsabilità per i 550mila morti da Covid in Brasile. E lunedì il Tse ha deciso all’unanimità di iniziare un’indagine sul presidente per avere attaccato il sistema elettorale attraverso la diffusione di notizie false. Tra i reati ipotizzati: corruzione, frode, propaganda estemporanea, abuso di potere, condotta proibita.

Gli attuali sondaggi danno Bolsonaro in testa su Lula al primo turno, con il 34,3% contro il 32,5% delle intenzioni di voto; ma vincerebbe poi Lula al ballottaggio con cifre attorno al 58%.

Pure domenica, i messicani sono stati convocati alle urne per rispondere a questa domanda: «Sei d’accordo o no che siano svolte le azioni pertinenti, nel rispetto del quadro costituzionale e giuridico, per intraprendere un processo di chiarimento delle decisioni politiche prese negli anni passati dagli attori politici, finalizzato a garantire la giustizia e quelle del possibili vittime?».

Traduzione: «Siete d’accordo per mettere sotto processo i cinque presidenti prima dell’attuale?». Attenzione che Amlo in una prima versione del referendum avrebbe voluto che i cinque fossero indicati per nome e cognome. «Assolutamente incostituzionale», dichiarò la Suprema Corte di Giustizia della Nazione, spiegando che era una violazione clamorosa del diritto alla presunzione di innocenza.

Ma il presidente ha insistito: anche per riprendere l’iniziativa dopo un arretramento della sua maggioranza alle elezioni di medio termine, che gli impedirà di fare le riforme costituzionali promesse. E gli hanno concesso questa formula, mentre la gran parte dei giuristi spiegava che si trattava di un qualcosa di inutile.

In Messico non esiste infatti alcuna immunità per gli ex-presidenti, e se emerge qualcosa un magistrato non ha certo bisogno di un voto referendario per aprire un procedimento. López Obrador ha insistito che invece non è così, perché secondo l’articolo 108 della Costituzione un presidente in carica può essere accusato solo per «tradimento della patria e delitti gravi di ordine comune». Davvero la locuzione vieta procedimenti anche dopo fine mandato? Ma i delitti gravi sono comunque contemplati.

Chiarissimo, insomma, il fine propagandistico, anche perché il presidente aveva addirittura indicato il motivo per cui avrebbe voluto vedere processati i suoi predecessori. Carlos Salinas de Gortari: per aver beneficiato suoi favoriti senza fare licitazioni pubbliche. Ernesto Zedillo: per aver reso pubblici i debiti privati del Fondo Bancario de Protección al Ahorro (Fobaproa). Vicente Fox: per avere suppostamente contribuito a alterare i risultati elettorali che nel 2006 videro lo stesso Amlo sconfitto da Felipe Calderón. Lo stesso Calderón per aver «trasformato il Paese in un cimitero» con la sua guerra ai narcos (in Messico peraltro i narcos continuano a uccidere a tutto spiano anche con questo governo). Enrique Peña Nieto: per corruzione.

Giusto per dimostrare che il suo non era intento persecutorio contro avversari politici, il presidente ha però annunciato che non avrebbe votato. «E se non vota al referendum neanche lui che lo ha voluto, perché dovremmo votarlo noi?», devono essersi detti i messicani.

Risultato: si sono recati alle urne in 6.663.208 su 93.686.877 aventi diritto. Il 7,11%, con un 97,7% di sì, ma inutili. Perché il risultato fosse valido, infatti, ci voleva almeno un 40% di affluenza.

Insomma, un clamoroso flop, al modico costo di mezzo miliardo di dollari. E qualcuno ironizza pure che per lo stesso Amlo è pure meglio così, perché la locuzione «anni passati» avrebbe potuto coinvolgere anche il suo governo.

Il presidente dice però che è «contento», perché vuole abituare i messicani a votare referendum, e questo è un inizio. Nel marzo prossimo, assicura, vuole indire addirittura un referendum revocatorio, per chiedere ai messicani se vogliono che lui continui in carica.

In Perù, il problema dei presidenti non processati non c’è, anzi semmai il contrario: tutti i presidenti eletti dal popolo dal 1985 in poi sono finiti in galera, salvo uno che lo ha evitato suicidandosi. E anche due successori dell’ultimo presidente eletto dopo la sua rimozione sono stati destituiti dal Congresso a loro volta, lasciando terminare il mandato a un quarto

Alle ultime presidenziali su 18 candidati sono arrivati al ballottaggio i due più estremi, ma prendendo tra tutti e due meno di un terzo dei voti.

A sinistra il 18,9% a Pedro Castillo: insegnante e sindacalista considerato vicino al modello chavista, ma con proposte di «economia popolare con mercati» piuttosto fumose, accompagnate a promesse di fare una nuova Costituzione e a posizioni omofobe, anti-aborto e anti-immigrati. A destra il 13,4% a Keiko Fujimori: figlia del presidente oriundo giapponese diventato dittatore, che per bloccare Castillo ha avuto un clamoroso appoggio dall’ultra-nemico del padre, il Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa.

Al ballottaggio Castillo ha vinto per una incollatura: 8.836.380 voti contro 8.792.117, secondo un conteggio ufficiale peraltro talmente contestato che il risultato del 6 giugno è stato proclamato solo il 19 luglio. Va detto che dopo aver seguito per un po’ un percorso di ricorsi e negazioni a oltranza della sconfitta alla fine Keiko si è allontanata dal copione alla Trump, riconoscendo la vittoria dell’avversario.

Però il Perù è un sistema semi-presudenziale, con un primo ministro che deve avere la fiducia in un Congresso dove la maggioranza è di 66 voti, il partito di Castillo ne ha 37 e con l’appoggio di un altro partito di sinistra può arrivare a 42.

Già per cercare di prendere voti al centro nella campagna per il ballottaggio Castillo si era affidato all’economista Pedro Francke: un docente universitario relativamente moderato. Aveva pure provato a corteggiare Hernando de Soto: l’economista grande teorico del «capitalismo informale», che era arrivato quarto nella corsa presidenziale. E dopo la vittoria aveva promesso un governo di unità nazionale.

Ma tutto ciò ha portato a un irrigidimento dell’ala più radicale del suo partito, che gli ha imposto di nominare primo ministro Guido Bellido: un ingegnere 41enne formatosi in un ateneo con fama di estremismo, e che è sotto inchiesta per apologia di terrorismo per via di un post su Fscebook in cui nel 2017 aveva commemorato la morte di Edith Lagos, una leader di Sendero Luminoso.

E agli Esteri è andato Héctor Béjar: uno scrittore, sociologo e artista plastico 86enne, che negli anni ’60 fu guerrigliero guevarista, e che ha subito schierato il Perù contro le sanzioni al regime venezuelano, pur aggiungendo che appoggia le mediazioni europee tra governo di Caracas e opposizione. La capitale peruviana dà addirittura il nome a quel Gruppo di Lima che raccoglie i governi che fanno pressione su Maduro.

All’Economia non è invece ancora andato nessuno: forse per evitare che un veto del suo partito a Francke porti alla nomina anche lì di un personaggio di profilo simile. Ancora più provocatorio: i deputati del partito di Castillo hanno giurato che avrebbero comunque cercato di cambiare la Costituzione.

Risultato: la Borsa di Lima è caduta subito del 6%, mentre il sol precipitava al suo minimo storico. Furibondi, i partiti centristi più possibilisti hanno annunciato un voto di non fiducia, mentre quelli più ostili hanno mandato i loro seguaci in piazza. Tra l’altro, il giorno prima dell’insediamento di Castillo il Congresso aveva eletto presidente Maria del Carmen Alva Prieto, del partito centrista Azione Popolare. Tanto per ribadire che l’organismo è controllato dall’opposizione.

Segnale inquietante, Castillo non sta lavorando nella sede ufficiale della presidenza. Il Congresso lo ha avvertito che comunque è tenuto a dare le registrazioni dei suoi incontri e riunioni. E lunedì il Tribunale Superiore di Giustizia di Lima ha ammesso un ricorso contro le nomine sia di Bellido che del ministro del Lavoro Iber Maraví. Lo hanno presentato un gruppo di ufficiali in congedo, proprio accusando premier e ministro di essere stati collegati al terrorismo.

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