L’anniversario, per gli altriVenti anni dopo l’11 settembre, gran parte dei problemi che si aprirono allora sono ancora lì

Ci siamo detti che per ricostruire una nazione bisognava conquistare anche le coscienze: non ne abbiamo conquistate abbastanza, in Afghanistan, da impedire che l’intero paese ricadesse sotto i talebani un minuto dopo la nostra partenza. Ma nemmeno così poche da potercene andare a cuor leggero

LaPresse

Sono passati vent’anni dall’11 settembre e la prima cosa che mi viene da pensare è che c’è un’intera generazione nata e cresciuta in un mondo in cui una cosa del genere è sempre stata possibile, plausibile, verosimile, essendo già accaduta. Giusto all’inizio del documentario Netflix dedicato agli attacchi del 2001 si vedono le immagini dei newyorkesi in strada, che fissano i grattacieli in fiamme, anche dopo l’impatto del secondo aereo: non fuggono, non corrono a nascondersi, non si chiudono in casa. Fissano i grattacieli e non capiscono. Proprio come noi, allora, davanti alla tv, in qualsiasi altra parte del mondo fossimo. Quello sconcerto e quell’impossibilità di capire sono una caratteristica distintiva, unica e irripetibile, di chi è nato e cresciuto prima dell’11 settembre 2001.

Sono passati vent’anni e oggi più che mai sembra impossibile trovare un senso a tutto quello che è accaduto da allora in poi, specialmente guardando all’Afghanistan, e in particolare alla sorte dei combattenti del Panshir, gli ultimi avversari dei talebani rimasti sul campo, dopo che li abbiamo traditi e abbandonati, accordandoci alle loro spalle, e a loro spese, con i loro nemici: proprio come abbiamo fatto con i curdi tra Iraq e Siria.

Quante volte in questi vent’anni abbiamo detto, o ci siamo sentiti dire, che i popoli devono liberarsi da soli, che la libertà non si può imporre con la forza, che per costruire una nazione non basta sconfiggere gli eserciti, occorre conquistare anche le coscienze.

Non ne abbiamo conquistate abbastanza, in Afghanistan, da impedire che l’intero paese ricadesse sotto il controllo talebano un attimo dopo la nostra partenza. Ma nemmeno così poche da potercene andare a cuor leggero, ignorando le migliaia di persone che nel frattempo affollavano l’aeroporto di Kabul o si accalcavano ai confini del paese, che si aggrappavano ai carrelli degli aerei in procinto di decollare o restavano a combattere, ciascuno a suo modo, nonostante tutto. Come i ribelli del Panshir, come le donne afghane che manifestano nelle piazze, come i giovani giornalisti picchiati e torturati in questi giorni.

Le potenze occidentali devono rispondere dei magri risultati ottenuti, e soprattutto della loro impressionante reversibilità. Ma chi all’intervento si è sempre opposto dovrebbe dirci come vogliamo considerare quelle persone, se riconosciamo i loro diritti e teniamo conto delle loro opinioni, o se invece, dopo averle di fatto riconsegnate ai talebani, attraverso i nostri rappresentanti politici e militari, vogliamo riconsegnarle alla tutela dei loro occhiuti carcerieri persino in linea di principio, nei nostri discorsi sulla volontà, i desideri e le convinzioni del popolo afghano, disconoscendole e ignorandole. Come se i veri afghani, gli unici e autentici rappresentanti del loro popolo, fossero proprio i fondamentalisti, solo perché abbastanza forti da imporre la loro legge a tutti gli altri, compresi milioni di cittadini appartenenti a minoranze etniche e religiose da loro spietatamente perseguitate. Che strani democratici siamo.

Sono passati vent’anni dall’11 settembre, ma gran parte dei problemi che si aprirono allora sono ancora lì, intatti.

Chi in questi anni ha provato a suggerire di trattare con i talebani è stato spesso accusato di essere accecato dall’antiamericanismo. È finita con gli americani che ai talebani hanno di fatto riconsegnato l’intero paese: più che una trattativa, una resa incondizionata. Troppa grazia, davvero.

Chi in questi anni ha continuato a dire che gli americani dovevano solo andarsene, perché era una guerra ingiusta, perché bisognava essere contro la guerra «senza se e senza ma», sempre e comunque, a prescindere, ora non si capisce perché non esulti e non si rallegri.

Gli unici che non hanno proprio nessuno da ringraziare sono coloro che laggiù, dopo avere assaggiato una vita appena un po’ più degna, provano ora a resistere, a nascondersi o a scappare. Chissà che cosa significa, per loro, questo anniversario.