Forum di testaL’inversione dei ruoli maschio-femmina e i cancelletti indignati contro la Palombelli

Che cosa fa pensare alla conduttrice di Mediaset che sui temi suscettibili si usi fare domande, esprimere dubbi, guardare tutta la puntata? Non lo sa che sono previsti solo fischi di Pavlov cui rispondano prontamente slogan tipo «vittima buona, carnefice cattivo»?

Unsplash

La costruzione d’un linciaggio social spezza le vene delle mani, mescola i cancelletti col sudore, se ne rimane. Ieri – domani non ce ne ricorderemo già più: il linciaggio dell’altroieri è remoto quanto le lezioni su fenici e sumeri – il capro espiatorio di Twitter era Barbara Palombelli.

Che, diciamolo subito per non sembrare complici, ha una gravissima colpa: quella d’essere inconsapevole di vivere nell’epoca del meme, del ritaglio, della morte del contesto. Certo che se ascolti tutta la conversazione da cui è tratta una frase quella frase assume un altro senso, ma chi ha voglia di prendersi tutto ’sto disturbo?

Tanto più quando, per guardare un’ora e sette minuti di puntata del contesto palombelliano, ovvero la puntata di giovedì di Forum, di ore ce ne metti due, giacché a Mediaset hanno risparmiato sugli ingegneri informatici e la piattaforma crolla miseramente parecchie volte nel corso della visione.

La frase che ha monopolizzato l’internet ieri l’ha detta appunto la Palombelli, e cominciava così: «Qui parliamo però della rabbia fra marito e moglie, a volte però è lecito anche domandarsi» – cominciava malissimo: dove vive, Barbara Palombelli? Cosa le fa pensare che sui temi suscettibili sia lecito farsi domande, esprimere dubbi, cercare sfumature? Non lo sa che sono previsti solo fischi di Pavlov cui rispondano prontamente slogan tipo «vittima buona, carnefice cattivo»?

Proseguiva peggio: «Oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? È una domanda». Allora te le cerchi, Barbara. Alla domanda, Twitter risponde dicendoti che sei un mostro che dice che le donne vanno menate, che se la cercano, che victim blaming (a dirla in inglese, Twitter si sente sofisticato).

Te le cantano tutti, da Laura Boldrini all’account di Amnesty International.

Certo, manca il contesto.

Certo, non hanno mai visto Forum.

Avessero visto l’intera puntata, di frasi ne avrebbero ascoltate anche di più gravi. Ve ne trascrivo una: «Si girava dall’altra parte, mi ignorava, e a quel punto io non ce l’ho fatta più: è partito un ceffone». Terribile, no? Violenza sulle donne, si potrebbe arrivare anche all’assassinio, che i volenterosi giustizieri social chiamerebbero «femminicidio». C’è però un ostacolo a questo pavlovismo: chi si girava dall’altra parte era il marito, e a riferire d’aver quindi reagito con un ceffone è la moglie.

Non vedevo Forum da una vita, e ringrazio il linciaggio di ieri per avermene fatto guardare una puntata, confermandomi che i migliori sceneggiatori italiani lavorano lì.

Era tutto perfetto: la moglie che chiede al giudice televisivo i soldi del marito che il tribunale vero non le ha concesso; la giudice che si spazientisce subito quando quella le dice che sarà equa in quanto donna, no come quello stronzo del tribunale vero («stronzo» è sintesi mia: nella tv per famiglie non si dicono le parolacce); la ricostruzione di ascesa («ci siamo conosciuti in chat») e declino («a casa non ci sei, nel letto non ci sei, però le belle ragazze sì. Signor giudice, lei è una donna, lei mi può capire: ci sono donne e donne») d’una relazione che per lui era di seconde nozze («non ho parlato dell’ex moglie, la megera»).

Se avessero guardato la puntata, i giustizieri dell’internet avrebbero potuto indignarsi col modello femminile rappresentato dalla moglie recriminante, che voleva fortissimamente un figlio e considerava una violenza il non averla ingravidata: «Chiunque, donna insomma, ha questa voglia di una famiglia, nel senso di una maternità, da piccolina». Nessun rispetto per le sterili, o come si dice oggi nullipare.

Avrebbero potuto indignarsi con la giudice, che sbeffeggiava la moglie come una vera ancella del patriarcato: «Lei dice quest’uomo era inesistente: come poteva farle violenza se era inesistente?».

Avrebbero potuto indignarsi con lui, che osava commettere quello che nell’era della suscettibilità è considerato il più grave dei crimini: essere ironico. «Io dieci anni fa ero una donna curvy, una bella donna: si giravano anche per strada per guardarmi», «Sì, dall’altra parte si giravano».

Tutto questo mentre la regia indugia con voluttà su due comparse, due giovanotti che uno alla volta sorseggiano con aria fintamente distratta il caffè sponsor, con logo enorme in bella vista e mignolo alzato. I mestieri che le donne non vogliono più fare, li abbiamo lasciati agli uomini: ora hanno loro il monopolio del vallettismo muto.

L’Italia è divisa in due. C’è una minoranza che sta sui social, bercia tutto il giorno, e i giornali scambiano la rumorosità per rilevanza e s’affannano ad assecondarla. Si capiva bene, ieri, leggendo su Repubblica le dichiarazioni di Tinny Andreatta, che da RaiFiction è passata a Netflix, trovandosi nella multinazionale più smaniosa d’assecondare le istanze suscettibili. Ha prodotto la sua brava serie con protagonista nero, Zero, ed è finita come finiscono sempre queste cose: più copertine di Vanity Fair che spettatori. «Siamo felici dei risultati in termini di comunicazione e contenuto, ma ha avuto meno appassionati di quanti ci aspettassimo: non ci sarà la seconda stagione».

Tu lì che fai tutte le cose giuste per piacere ai cancelletti, e i consumatori di audiovisivi che guardano Forum. Che modi. 

Poiché anche la tv pensa che dei cancelletti di chi non la guarda mai si debba tener conto, in serata la Palombelli non ha seguito il consiglio di Justine Sacco per quando sei la linciata del giorno («non fare niente: sii un inerte grumo di molecole»), ma è andata a spiegarsi nel programma di prima serata.

Le è toccato dire, povera Barbara, che è contro la violenza sulle donne (evidentemente non si può dare per scontato d’esserlo tutti), che ha il bollino Chiquita di contraria ad ammazzare le donne, «qualcuno ha pensato di montare una tempesta mediatica per riscrivere la mia biografia», lei che da giovane scrisse persino del delitto del Circeo, che «nessuna rabbia può giustificare l’omicidio», che «chi vedrà la puntata dall’inizio alla fine capirà»: ve l’avevo detto che non aveva compreso l’epoca delle gif. 

In attesa che la serialità italiana, sia essa Rai o Netflix, assuma gli sceneggiatori di Forum, io potrei rivedere la puntata di giovedì in eterno. Il marito che lamenta che lei, pur di avere un figlio, lo violentasse; lei che gli rinfaccia di averlo trovato su Internet a guardare, e noi subito a pensare il porno, e invece: prezzi di automobili; la testimone che racconta di quando la moglie (che è larga il doppio del marito, sia detto come cronaca e non come body shaming) ha spinto il marito giù per le scale, e lui con la voluttà d’umiliarsi, «una spinta di questa qua è come se ti toccasse Godzilla».

Il marito più gran personaggio della storia della serialità italiana, persino la Palombelli era ammutolita dall’ammirazione, per lui o per il genio dei dialoghisti: «È arrivata a dirmi “Dovresti toglierti le maniglie dell’amore”: ma tu devi toglierti le maniglie del frigo».

I dialoghisti più bravi del mondo, che creano un secondo meme palombelliano per indignare l’internet (internet, come mai mi hai trascurato «non mi sembra un caso in cui la donna è soltanto vittima»?); ma che, soprattutto, sono eccellenti nel racconto morale, in cui lui dice «mi ha spinto fuori con la forza e mi ha lasciato a dormire in macchina tre notti, c’erano zero gradi», lei risponde «te lo meritavi», e tu resti lì a pensare quanto sia fessa l’internet a non aver pensato al trucco dell’inversione dei sessi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club