Il futuro di un sistemaPerché rinunciare al capitalismo è impossibile (ma correggerlo no)

Secondo Fred L. Block occorre affrontare e superare alcune illusioni collegate all’economia di mercato. È la strada migliore per mantenerla viva favorendo al tempo stesso la transizione ecologica e maggiore stabilità sociale

di Efe Kurnaz, da unsplash

È sicuramente irrealistico pensare di smettere di usare la parola «capitalismo», e ciò a prescindere da quanto fondate possano essere le argomentazioni che si adducono contro tale sistema. Tuttavia, è mia intenzione spronare le persone, quando sentono o leggono tale termine, a riflettere riguardo alle tante illusioni che vi sono associate. In particolare, tre di esse sono molto rilevanti. La prima di queste reiterate ma false argomentazioni è che non possiamo risolvere i problemi dell’ambiente, ridurre le diseguaglianze più estreme che caratterizzano la distribuzione del reddito e della ricchezza, o eliminare la povertà senza minare la prosperità che l’economia di mercato ha generato.

Tale affermazione si fonda sul falso presupposto secondo il quale le economie di mercato sarebbero entità autonome, e sull’incapacità di comprendere che per funzionare i sistemi di mercato hanno bisogno di limiti al perseguimento dell’interesse personale o dei singoli gruppi.

Chi sostiene tale argomentazione ricorre spesso alla tesi della perversità, ovvero afferma che misure motivate da buone intenzioni, quali ad esempio i salari minimi, i programmi sociali per l’assistenza dei più poveri o l’insieme di misure con cui lo stato interviene per regolare l’economia, non fanno altro che scatenare conseguenze perverse, perché interferiscono con la capacità propria del meccanismo dei prezzi di ottimizzare l’uso delle risorse economiche di cui un’economia dispone. Ma se ci liberiamo dell’idea che il mercato sia un’entità autonoma, dotata di moto proprio, possiamo capire come le suddette conseguenze perverse non costituiscano esiti inevitabili.

Infatti, possiamo individuare un meccanismo perverso sotteso allo stesso funzionamento delle economie di mercato. Gli sforzi condotti dalla destra politica per eliminare l’insieme di regole a tutela di lavoratori e consumatori non fanno che incoraggiare il mondo degli affari ad aumentare i propri profitti scaricando i costi su lavoratori, consumatori e altre categorie. Le decisioni della Corte suprema di cui abbiamo detto, volte ad annullare i limiti ai finanziamenti privati alle campagne elettorali, contribuiscono a creare una sorta di oligarchia, poiché espandono il potere e l’influenza sul sistema politico delle élite economiche dominanti. Tale oligarchia mina seriamente il dinamismo economico, giacché le imprese che si trovano al riparo dalla competizione non hanno pressoché stimoli a fare investimenti o a innovare.

La seconda illusione fondamentale è che tutti gli sforzi volti a trasformare i meccanismi di funzionamento dell’economia di mercato sono destinati a fallire, perché sono incompatibili con il DNA proprio del capitalismo. Questo è stato l’argomento preferito cui è ricorsa la destra per denigrare ogni ipotesi di riforma dei mercati, volta a proteggere l’ambiente o a ridurre le diseguaglianze. Si può facilmente sfatare tale illusione, se prendiamo in considerazione tutte le trasformazioni che sono avvenute nel corso degli ultimi due secoli nelle società fondate sul perseguimento del profitto economico privato. Le società più avanzate sono infatti passate da un regime fondato sul governo di ristrette élite alla democrazia di massa. Si è avuta una crescita straordinaria delle dimensioni e del peso dello stato e delle politiche pubbliche, e il livello di scolarità e alfabetizzazione delle popolazioni è migliorato enormemente. Allo stato attuale, non possiamo immaginare quali trasformazioni potranno intervenire nel corso del prossimo secolo, se la società verrà riorganizzata attorno al paradigma dell’economia dell’abitare.

I due secoli di storia passati, negli Stati Uniti, sono stati caratterizzati da un assetto delle istituzioni sostanzialmente discontinuo, dove la rottura di vecchie strutture di potere si è alternata alla nascita di nuove istituzioni e nuovi equilibri. I due passaggi storici che hanno segnato la maggiore discontinuità sono stati la guerra civile e il New Deal, ma anche l’era progressista (1890-1920) e gli anni Sessanta del secolo scorso hanno rappresentato significativi momenti di riforma. Anziché pensare alla storia degli Stati Uniti come cartina di tornasole di un ordine capitalistico immutabile nel tempo, è importante capire come tutte queste differenti epoche di riforma abbiano svolto un ruolo fondamentale nel sostenere e mantenere il dinamismo dell’economia americana.

Infatti, gli Stati Uniti attendono da tempo un’altra epoca di riforme. Nei cinquant’anni intercorsi dall’ultima stagione di riforme a oggi, quella statunitense ha assunto sempre più i connotati di una società oligarchica, con livelli estremi di squilibrio nella distribuzione del reddito nazionale e della ricchezza, e una concentrazione smisurata di potere nelle mani di un sistema di imprese che si è isolato dalla competizione interna e internazionale. La realtà è esattamente opposta a quanto predicato dalla destra: se desideriamo continuare ad avere un sistema economico efficiente e competitivo, dobbiamo ricorrere agli strumenti che ci offre la politica per rimodellare il modo in cui il mercato funziona.

La terza importante illusione è costituita dall’assunto secondo il quale non ci possono essere alternative allo stato di cose vigente, perché per definizione il capitalismo porta con sé un tipo di mercato autonomo e in grado di autoregolarsi. A onor del vero non c’è mai stato né mai ci sarà un mercato autonomo, giacché l’azione dello stato è indispensabile per far funzionare i sistemi di mercato. Inoltre, la stessa società concorre a rimodellare continuamente l’economia di mercato: pertanto c’è sempre la possibilità di riorganizzare il mercato in modo alternativo, tale da renderlo compatibile con la democrazia, l’uguaglianza e la sostenibilità ambientale.

Tuttavia, per intraprendere modi alternativi di sviluppo capitalistico bisogna mutare le regole e le istituzioni che governano l’economia globale. Tali assetti possono e devono porre limiti al complesso dei percorsi di sviluppo possibili per una determinata società. Ma le stesse regole di governo dell’economia mondiale non sono statiche, né fissate una volta per sempre: piuttosto, esse vanno soggette a continue rinegoziazioni e ridefinizioni. Pertanto, si ha una reale opportunità di connettere e far operare in reciproca sinergia politiche di riforma sul piano nazionale e politiche di riforma sul terreno globale.

da “Capitalismo. Il futuro di un’illusione”, di Fred L. Block, Il Mulino, 2021, pagine 288, euro 16

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