Cda all’ascoltoPerché i consigli di amministrazione devono parlare di più con gli stakeholder

Secondo un rapporto del World Business Council for Sustainable Development, ancora pochi cda si relazionano quanto dovrebbero con clienti, investitori, comunità e fornitori: farlo è il primo passo verso una nuova evoluzione del sistema capitalistico

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Secondo il rapporto “Boards and their Stakeholders: The State of Play” realizzato dal World Business Council for Sustainable Development (Wbcsd) in collaborazione con Dnv, un’organizzazione globale attiva nell’assicurazione e nella gestione del rischio, i consigli di amministrazione sono spesso scollati dal modo in cui le società che rappresentano interagiscono con gli stakeholder, quindi con clienti, investitori, dipendenti, autorità, comunità, fornitori, organizzazioni per la tutela ambientale non governative e ong sociali.

I dati del report, che si basa su un sondaggio condotto presso 104 profili di alto livello, tra cui membri di consigli di amministrazione, dirigenti aziendali e personale senior prevalentemente negli Stati Uniti e in Europa, mostrano che la maggior parte dei consigli di amministrazione è solitamente informata sulle varie prospettive degli stakeholder, in particolare su quelle riguardanti l’ambiente, le questioni sociali e di governance (Esg), attraverso rapporti scritti dalla direzione che tuttavia sono spesso filtrati e unidirezionali. Ciò non significa che le informazioni fornite siano fuorvianti; tuttavia spesso portano a prendere decisioni strategiche senza considerare l’impatto o il contributo di tutti gli stakeholder.

È dunque un tema di comunicazione tra le parti, tant’è che il 75% degli intervistati ha affermato che i consigli di amministrazione che non lo sanno fare efficacemente non riescono a gestire i rischi reputazionali che le loro aziende possono correre. Inoltre, il 68% degli intervistati ha affermato che i board che non comunicano con tutti gli stakeholder rischiano anche di perdere nuove opportunità per creare valore per le proprie aziende e proteggere quello acquisito.

Altre possibili conseguenze per non aver preso in considerazione le opinioni di tutti gli stakeholder individuate dal sondaggio, riguardano una maggiore esposizione ai rischi, indicata dal 58%, l’incapacità di raggiungere lo scopo dell’azienda, dal 44%, l’aumento delle tensioni degli stakeholder, dal 35% e la perdita di clienti (35%). Per un buon 30% vi è anche il rischio di perdere il personale di talento, oltre che di subire un impatto negativo relativamente alla capacità di assumere dipendenti.

Percentuali significative di intervistati ritengono anche che non tenere conto di tutte le opinioni degli stakeholder quando si prendono decisioni aziendali potrebbe comportare una perdita di investimenti (28%), una riduzione della quota di mercato (18%) e la diminuzione della rilevanza per la società (21%).

La comunicazione tra le aziende e tutte le parti interessate a esse è un punto essenziale anche nel recente rapporto del Wbcsd intitolato “Vision 2050: Time to Transform”. È un approfondimento che consiglio in modo appassionato, poiché delinea le azioni che le aziende devono intraprendere nel prossimo decennio per affrontare le maggiori sfide a cui si apprestano le nostre società, dove la crisi climatica, la perdita della biodiversità e la crescente disuguaglianza accentuata dalla pandemia sono solo le questioni più note.

Occorre, come ho spesso avuto occasione di affermare, un forte cambiamento di mentalità, e in particolare occorre re-inventare quello che chiamiamo capitalismo abbandonandolo in favore di una vera creazione di valore. Come ho scritto nel mio ultimo libro “Gratitudine. La rivoluzione necessaria”:

«L’epoca del capitalismo lineare, dell’accumulazione a tutti i costi, della spoliazione del pianeta in nome di un’idea antiquata e distruttiva di profitto è finita, è diventata insostenibile e anzi, forse lo è sempre stata. Ci ha tenuti lontani dalla nostra essenza, ci ha riempito gli occhi e la mente con vocazioni superficiali, tristi, capaci di offrire soddisfazioni solo effimere. Prestissimo avranno un senso riconosciuto solo quelle attività realmente ispirate da una vocazione profonda e finalizzate al bene per l’insieme. È tempo di chiamare “redditizio” solo ciò che produce un frutto, abbondante ed equo, contemporaneamente su tutti e 7 i livelli. Seguendo la vocazione a essere i migliori per il mondo, e tenendo come stella polare la gratitudine, la nostra emanazione positiva si diffonderà dalla nostra sfera di influenza al mondo con una potenza inaudita, un’onda concentrica e potenzialmente infinita, come un sasso in uno stagno. L’economia sferica è infatti fondata sull’idea che oltre alla forza assoluta dell’insieme, conta molto anche quella relativa; quella cioè che ogni singolo individuo imprime mantenendola connessa alla collettività. Agire per-il-bene: ecco la rivoluzione epocale che possiamo testimoniare come nuovi eroi».

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