Governo di minoranzaLe inutili elezioni anticipate canadesi e la fiducia traballante di Trudeau

Le urne hanno affidato al premier uscente un terzo mandato, con un voto sostanzialmente identico al 2019. La differenza rispetto al passato è che il leader dei liberal è sempre meno popolare e dovrà stare attento tanto alle insidie dell’opposizione quanto a quelle che si nascondono nel suo partito

AP / Lapresse

Trudeau, again: il Canada gli ha rinnovato la fiducia per la terza volta, votando in modo sostanzialmente identico al 2019, e consegnandogli nuovamente un Governo liberal di minoranza. Due anni fa Trudeau ottenne il 33,12% dei voti e 157 seggi, mentre i conservatori, pur ottenendo più voti (34,3%) si fermarono a 121 seggi. Quest’anno i liberal sono scesi al 32,2% dei voti totali, ottenendo però un seggio in più, 158 (comunque lontani dalla maggioranza assoluta di 170), mentre i conservatori, pur con il 34% dei voti, sono scesi a 119 seggi, perdendone un paio. I rimanenti sono andati al Bloc Quebecois, gli indipendentisti del Quebec (34 seggi), all’Ndp – New Democratic Party (25 seggi), e ai Verdi (2 seggi).

Nessun seggio, ma successo politico per la destra del People’s Party of Canada, che ha superato il 5%.

I contendenti realmente in gara erano soltanto due: il Primo ministro uscente, il liberal Justin Trudeau, che già aveva vinto le elezioni nel 2015 e nel 2019, ed Erin O’ Toole, leader dei conservatori da poco più di un anno.

Sono due leader che hanno varie cose in comune: sono entrambi figli degli anni Settanta (il Premier uscente – e ora possiamo dire rientrante – è classe 1971, il suo sfidante 1973), sono entrambi pro-vax, entrambi sono lontani dagli estremi: il New Democratic Party ha tolto tanti voti da sinistra ai Liberal, ed ha avuto l’endorsement americano di Bernie Sanders; il People’s Party of Canada, molto sottovalutato fino a qualche settimana fa, ha fatto perdere diversi seggi ai Conservatori.

Le similitudini finiscono qui, a partire dal fatto che uno sarebbe un insegnante ma di fatto è un politico di professione, figlio di politici, anzi, “del” politico per eccellenza in Canada, l’amatissimo Pierre-Elliot Trudeau, l’uomo che più di ogni altro rappresenta il boom sociale ed economico canadese, ed avanzatissimo sul piano dei diritti); l’altro, O’ Toole, è stato per dodici anni militare di carriera, e poi avvocato.

È stata una campagna elettorale breve – solo 36 giorni, il minimo possibile -, abbastanza pacata, partita tra la sorpresa e un certo fastidio degli elettori che non si aspettavano e probabilmente non gradivano, le elezioni anticipate.

Attestato il risultato, resta ora da capire come sarà il governo Trudeau 3. Già nella notte canadese, con pragmatismo e senso dell’umorismo molto anglosassone, i commentatori della Cbc, la televisione pubblica, sottolineavano che chiedere elezioni anticipate, fare spendere al Paese 600 milioni di dollari per l’organizzazione del momento elettorale, e restare al Governo sostanzialmente con gli stessi numeri di prima non è il massimo, ma anche che le alternative alla vittoria sono sempre peggiori.

Più critici, sempre nella notte, i commentatori della Cnn, inclini a sottolineare l’inutilità del voto, ma la logica stessa di “elezione anticipata” è lontanissima dalla mentalità a stelle e strisce.

Trudeau ha dalla sua la forza dell’eccellente campagna vaccinale, e di una buona gestione della pandemia, nonostante la quarta ondata in corso e con numeri crescenti.

E, ma forse soprattutto, ha mantenuto l’immagine vincente, potendo vantare la terza elezione vinta su tre a cui ha partecipato da candidato Primo Ministro: non un risultato trascurabile, considerando che prima di lui i Liberal avevano perso per tre volte consecutive, nel 2006, nel 2008 e nel 2011.

L’economia canadese sta soffrendo, vittima anch’essa di diverse restrizioni Covid-19, ma ci sono i presupposti perché il Paese volti definitivamente pagina.

Dal canto loro, i conservatori dovranno decidere se proseguire la svolta centrista di O’ Toole, che li lascia scoperti alla destra di Maxime Bernier, il leader del partito populista, già ministro del governo Harper.

La strada è stretta per loro, visto che già il (molto parziale, specialmente rispetto ai loro omologhi americani) sostegno alla libertà di armarsi è costato caro ai conservatori, così come l’impegno debole sul versante delle politiche di contrasto al cambiamento climatico.

Ragionando in termini italiani, la “sinistra” (Liberal + Ndp) è al 50%, senza dimenticare i Verdi, e pure il Bloc Quebecois, che pur avendo un’impronta territoriale identitaria ben più marcata rispetto a quella sociale, non è certamente qualificabile come destra.

L’aspetto più delicato per Trudeau nel suo terzo mandato, oltre al fatto di essere ancora alla guida di un governo di minoranza, è che se nel 2015 il fattore trainante era lui, per cui simpatizzava anche una certa quota di elettori non liberal, oggi è invece crescente l’elettorato che non lo ama.

Dovrà guardarsi bene dalle insidie dell’opposizione, ma ora anche da quelle dentro al suo partito. Del resto, anche il Papa oggi ha detto che stavano già preparando un conclave, e se non si può stare tranquilli a Città del Vaticano figuriamoci ad Ottawa.