Se non ora, quando?L’alternativa al bipopulismo è Milano, ma i riformisti sonnecchiano

Da una parte la favolosa battaglia civile di Calenda nella capitale, dall’altra la deludente campagna elettorale della lista liberaldemocratica nella città più draghiana d’Italia. È già troppo tardi, ma è il caso di darsi comunque una mossa

Elezioni

Cinque anni fa a Milano c’è stata una bella sfida elettorale per l’elezione del sindaco della città più vivace e più solidale d’Italia. Il centrosinistra renziano schierava Beppe Sala, superando i malumori della ditta, e il centrodestra non ancora divorato dal niente-mischiato-a-nulla di Salvini e Meloni gli contrapponeva il riformista Stefano Parisi.  I due candidati, entrambi ex city manager di Milano, hanno chiuso il primo turno divisi da un solo punto percentuale e solo al ballottaggio ha prevalso Sala di tre su Parisi. È stata una campagna politica bella e impegnativa, anche dura, ma di quelle che valorizzano il modello democratico e alla fine a guadagnarci è stata tutta la città. Bei tempi.

Quest’anno Sala non ha avversari credibili, anche perché il candidato di destra Luca Bernardo è talmente improbabile da aver già minacciato di ritirarsi e, per usare l’esatta definizione politologica del capolista di Fratelli d’Italia Vittorio Feltri, «il centrodestra è una coalizione del cazzo».

Il sindaco Sala, nel frattempo entrato nei Verdi europei, si porta dietro una coalizione solida guidata dall’ottimo Pier Maran del Pd, attuale assessore all’urbanistica e potenziale successore a Palazzo Marino, e una vasta aggregazione di liste civiche e locali a sostegno della sua meritata riconferma.

Sala ha anche il merito di essere riuscito a far nascere intorno alla sua ricandidatura una lista riformista con i partiti e i movimenti nazionali -Azione di Carlo Calenda, Italia Viva di Matteo Renzi e Più Europa di Emma Bonino – che da un lato spingono per l’Agenda Draghi e dall’altro si oppongono al bipopulismo perfetto italiano e alle strategie suicide di Forza Italia e Pd di tenersi aggrappati ai sovranisti e ai mozzorecchi.

La lista riformista per Sala, nata anche grazie all’impegno di questo giornale, rappresenta assieme alla favolosa campagna romana di Carlo Calenda la più interessante novità di questo turno elettorale perché, per la prima volta da quando il populismo ha sconfitto il riformismo renziano, nel 2016 e nel 2018, si comincia a intravedere la possibilità di un percorso alternativo al bipopulismo e al collaborazionismo dei suoi volenterosi complici. 

Il progetto politico di Calenda e della lista riformista è lontanissimo dal diventare un successo, sebbene i sondaggi romani siano ogni giorno più promettenti, anche per la grottesca figura del candidato della destra, ancora più inverosimile di quello milanese.

Comunque andrà a finire, Calenda avrà condotto una gran campagna elettorale, lunga un anno, seria e densa di contenuti, con un programma di duemila pagine, centinaia di proposte e una gran voglia di impegnarsi davvero.

Lo stesso non si può dire della lista riformista per Sala, che voterò con un entusiasmo maggiore rispetto a quello che sembrano mostrare i suoi sostenitori. I riformisti per Sala al momento sono una fredda aggregazione a favore del sindaco uscente, peraltro indistinguibile dalla più istituzionale Lista Sala.

A Milano, che è la città più vicina all’Agenda Draghi e la più strutturalmente entusiasta del nuovo corso politico a Roma, nessuno sa che alle elezioni amministrative ci sarà una lista, unica in Italia, che nasce con l’idea di dare rappresentanza politica all’Italia civile, rispettata e moderna che si rispecchia nell’esperienza di governo di Mario Draghi e si oppone al cialtronismo populista di destra e di sinistra.

Ciascuno dei partiti e dei movimenti entrati nella lista sostiene i suoi candidati senza entusiasmo di squadra, senza spirito militante e senza la consapevolezza che un successo a Milano potrebbe aprire scenari politici oggi impensabili. Prevale, al contrario, il timore che un risultato non esaltante nella città più riformista d’Italia possa essere imputato ai leader nazionali ed eventualmente indebolire operazioni politiche future.

Come quando si procede a fari spenti per non dare nell’occhio, ma poi si va a sbattere per mancanza di visibilità, sarà proprio questa eccessiva cautela la principale causa del fallimento di eventuali operazioni politiche volte a costruire un’alternativa liberale e democratica alle due impresentabili coalizioni attuali.

Mancano due settimane al voto, ed è già tardi per trasformare Milano, oltre a Roma, nel centro motore della riscossa contro il bipopulismo, come si sarebbe dovuto fare e solo il Signore sa perché non si è fatto.

Siamo fuori tempo massimo, eppure c’è ancora tempo perché i leader Calenda, Renzi e Bonino diano un segnale forte, unitario e visionario agli elettori di Roma, di Milano e di tutto il paese.

Un segnale politico che indichi, a quella parte di Italia che non ci sta a dover scegliere tra i due paralleli populismi, che un’alternativa è difficile, ma ancora possibile.