Lavoro E se la carriera non ci interessasse più?

Come sarebbe l’esistenza se non vivessimo per lavorare? E se strutturassimo la nostra vita lavorativa intorno a una diversa idea di successo? Non è un rifiuto su vasta scala del capitalismo o un invito a bruciare del tutto il sistema. Se avanzare professionalmente non ci attira più, è perché osiamo immaginare noi stessi definiti anche da altro

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Avrete letto anche voi, sui social network, le parole del Sundar Pichai, CEO di Google, che hanno riscosso grande successo e sono state molto condivise: «Immagina la tua vita come se fossero 5 palline da far girare in aria cercando di non farle cadere. Una di queste palline è di gomma, altre 4 sono di vetro. Queste 5 palline sono: lavoro, famiglia, salute, amici, anima. Il lavoro è la pallina di gomma. Ogni volta che cadrai sul lavoro potrai saltare di nuovo (e anche meglio di prima) in un altro lavoro. Se invece a cadere sarà una delle altre, non ritornerà alla sua forma di prima. Sarà rotta, danneggiata, crepata. È importante diventare consapevoli di questo il prima possibile ed adattare adeguatamente le nostre vite. Come? Gestisci con efficacia il tuo orario di lavoro, concediti del tempo per te, per la tua famiglia, per gli amici, per riposarti e per prenderti cura della tua salute. Ricorda, se una delle palline di vetro si romperà non sarà facile farla tornare come prima. Gestisci con saggezza il tempo».

Parlandone con amici del settore dell’enogastronomia abbiamo colto la tendenza, sempre più evidente, anche in questo campo: e se accanto alle ragioni che abbiamo esplorato già prima dell’estate che spiegano la sempre crescente e diffusa mancanza di personale, forse ne va aggiunta una nuova.

Un equilibrio tra professione e vita privata che divida veramente i due aspetti della nostra esistenza può andare bene quando parliamo genericamente di “lavoro”. Ma quando parliamo di carriera? Riusciremo a procedere nella scala gerarchica mantenendo ben separata la nostra famiglia e il nostro procedere per gli incerti gradini della scalata? A volte le e-mail devono essere inviate di notte. A volte le chiamate devono essere fatte la mattina presto. A volte la scadenza del lunedì richiede alcune ore di lavoro il sabato, o la domenica. E nel mondo della ristorazione la scelta nemmeno c’è: si lavora di sera, nel fine settimana, quando le altre persone si divertono. Si lavora moltissime ore al giorno, molte di più di quante le persone che non sono di questo ambiente immaginano. E per fare carriera all’interno di un ristorante bisogna lavorare tantissimo, impegnarsi oltre la normalità, e farsi carico di mille incombenze fino a scalare tutte le posizioni di una realtà fatta di mille gradini da salire prima di arrivare alla vetta, come in molti sottolineano: «Dedichi la gran parte delle tue giornate per 30-40 anni nel fiore degli anni a varie aziende per far fare soldi a loro e ai loro azionisti e poi hai dieci anni verso la fine della tua vita per fare ciò che davvero vuoi tu. Mi sembra una pessima idea».

Fare carriera è un lavoro nel lavoro: e, sempre più spesso, semplicemente non ne abbiamo più voglia. Quello che prima era considerato parte integrante del nostro stesso essere lavoratori non è una condizione sufficiente per procedere nella scalata. Quello che dobbiamo sacrificare in termini di famiglia, di amicizie, di passioni personali, più genericamente di libertà ha assunto una dimensione talmente preponderante da cancellare i vantaggi di un lavoro più prestigioso e meglio retribuito.

Come spiega bene Fortune, la carriera è un dispositivo che aziende e manager possono utilizzare come motivazione per ottenere l’entusiasmo (anche simulato) che desiderano e spesso sentono di aver bisogno dai dipendenti. È un ottimo strumento, in parte perché le possibilità di carriera sono reali.

Quello che si chiedono gli scettici della carriera è però legittimo: e se, invece di lavorare per qualcosa per decenni e tollerare a malapena il processo quotidiano, creassimo un diverso sistema di valori intorno al lavoro? E se costruissimo la nostra vita lavorativa attorno a un concetto diverso dalla resistenza e dalla sottomissione? I lavori non sono progettati per amarli, ma per dare un reddito che permetta di vivere nella società. Molte delle persone che rifiutano la nozione moderna di carriera dicono la stessa cosa: bramano più equilibrio, meno precarietà e una migliore retribuzione. Anche loro “vogliono lavorare. Ma vogliono lavorare in luoghi che li trattino come esseri umani e in realtà che investano su di loro e sul loro futuro, senza aspettarsi un sacrificio totale. Vogliono far parte di organizzazioni che riconoscono che un lavoro significativo e collaborativo può portare dignità e creare valore, ma che il lavoro non è affatto l’unico modo per coltivare la soddisfazione e l’autostima.

La parola in sé, in effetti, ha sempre avuto un’accezione negativa, che di solito riporta a una mentalità cinica e arrampicatrice. Un carrierista non è un giocatore di squadra. Si preoccupano più del titolo e dell’avanzamento del lavoro, piuttosto che del lavoro in sé. I non-carrieristi attuali, invece, non contestano come qualcuno procede nel gioco: il loro è un rifiuto del gioco stesso. L’idea non è limitata a un gruppo di età specifico, ma di certo sono i Millennial più giovani e i giovani della Generazione Z ad allontanarsi da questa idea di lavoro.

Il Covid non ha fatto che accelerare la tendenza, innescando un cambiamento sempre più evidente.  E da quando i dipendenti hanno un piccolo potere, essendoci grande domanda di professionisti nel campo ristorativo ma pochissima mano d’opera disposta a impegnarsi, in molti stanno cercando di usare la situazione per inviare un messaggio su come lo status quo del lavoro in questo ambito sia estenuante e insostenibile.

Come risolveranno il problema chef e ristoratori, ma anche grandi aziende come McDonald’s che hanno fatto della possibilità di carriera una delle leve fondamentali per la motivazione del personale? Di sicuro non potranno eliminare il problema. Forse la risposta è nel video pubblicato da un utente su TikTok che ha ripreso un cartello di un locale della catena di fast food che diceva: «Siamo a corto di risorse. Per favore, sii paziente con il personale che si è presentato. Nessuno vuole più lavorare». E non potranno nemmeno far finta di nulla, o liquidare come pigrizia questa mancanza di motivazione e di ambizione, come spiega bene la YouTuber Katherout nel suo “Non aspiro più ad avere una carriera”. Aspirare è la parola chiave: non rifiuta il lavoro in sé, rifiuta quanto quello che facciamo sia centrale per dare un senso alla nostra vita.

Del lavoro nella ristorazione si occuperà da domani Identità Golose, il congresso di cucina più importante d’Italia che per la sedicesima edizione mette a confronto chef e cuochi italiani e internazionali. Il tema al centro dei lavori è proprio l’occupazione in questo settore, argomento caldissimo e che necessita più che mai di approfondimento e riflessione.

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