Le intermittenze del PdNiente paura, sposare l’agenda Draghi è il contrario che sposare l’agenda Monti

In prospettiva elettorale i dem non sanno se affidarsi al premier o a Conte. Ma il timore di bissare la sconfitta del 2013 è infondato: allora fu necessario fare riforme con tagli di spesa, ora si possono fare con aumento di spesa

Foto di keywest3 da Pixabay
Il recente convegno di Orvieto dei “liberal” del Pd ha sortito echi molto più forti del previsto ponendo il tema della “draghizzazione” del partito. Ma di cosa parliamo quando parliamo di “draghizzazione”? Goffredo Bettini ha risposto alla domanda con un significativo «boh» facendo finta di non capire che, ancora una volta, è in gioco la natura del Pd e la funzione che esso dovrà avere nella ricostruzione post-pandemia: e, più prosaicamente, quale dovrà essere il candidato (informale) che i dem indicheranno per palazzo Chigi alle elezioni politiche.
I nomi – e le opzioni che essi incarnano – sono tre: Mario Draghi, Giuseppe Conte ed Enrico Letta. I primi due sono agli antipodi, il segretario è un po’ nel mezzo e dovrà scegliere se essere più vicino al primo o al secondo.

Dunque, “draghizzare” il Pd significa chiedere il consenso degli italiani al programma riformista dell’attuale presidente del Consiglio, indipendentemente dalla collocazione che egli sceglierà per sé, giacché è molto difficile che egli opti per guidare formalmente il centrosinistra: ma potrebbe esserne il padre nobile, il riferimento politico e morale.

Sul programma draghiano, il punto dirimente è il legame indissolubile con l’Europa, con attenzione alla qualità della spesa pubblica del Piano di ripresa e resilienza e serietà nella gestione dell’emergenza senza cedimenti al populismo, cioè un’agenda agli antipodi del bipopulismo M5s-Lega che si connota, al contrario, per una forte propensione di Giuseppe Conte all’assistenzialismo e al primato della protezione sociale, cavallo di battaglia della sinistra dem, convinta che si profili una stagione di crescita molto relativa e di attacco ai lavoratori: è la linea di Bettini, Massimo D’Alema, in parte di Pier Luigi Bersani e Andrea Orlando, e di Maurizio Landini, che individuano in Conte l’uomo della Grande Assistenza.

Da sinistra si ironizza su una presunta ripetizione della storia (Andrea Carugati, sul manifesto): il Pd si appresterebbe a sposare l’agenda Draghi come sposò l’agenda Monti finendo per perdere nel 2013 elezioni già vinte. Però qui è tutto il contrario. Lo spiega Stefano Ceccanti: «Con l’agenda Monti fu necessario fare riforme con ridimensionamenti della spesa, mentre ora possiamo fare riforme con aumento di spesa che garantiscano i bisogni e che valorizzino i meriti», secondo un’impostazione riformista che non sapremmo definire se non socialdemocratica (i bisogni) e liberal-democratica (i meriti).

Se questo è vero, il “draghismo” è dunque pensabile come la continuazione dell’impostazione originaria del Partito Democratico (Lingotto e successivi aggiornamenti) nel nuovo quadro dominato dalle emergenze ma con l’arma formidabile di un Pnrr che è la base della sfida riformista: Mario Draghi d’altra parte ha cominciato con la riforma Cartabia e sta per calare sul tavolo altre riforme strategiche, dal fisco alla pubblica amministrazione alla transizione ecologica, passando per la costruzione di un’impalcatura concertativa (il discorso alla Confindustria) che non a caso ha lasciato fredda la Cgil e immaginiamo anche la sinistra del Pd, tradizionalmente legate a un’idea di conflitto che è la stessa di cinquanta anni fa.
Dunque è chiaro che sulla piattaforma riformista di Mario Draghi prima o poi si dovrà aprire un confronto o uno scontro dentro il Pd che incrocerà inevitabilmente la questione del Quirinale e la proposta di governo di Letta, il quale deve chiarire se cercare di dar vita lui al “draghismo senza Draghi” o se intende scegliere altre strade, cominciando a rispondere a questa domanda: è possibile realizzare un così vasto e ambizioso programma riformatore, sia pure in un contesto reso favorevole dalle politiche espansive europee, senza un partito o una coalizione riformista che ne faccia la bandiera della sua lotta politica e che su quell’ambizioso programma chieda il voto degli italiani contro la destra sovranista?
Ecco dunque che si profila il tipo di discussione congressuale del Pd: scegliere le vecchie e rassicuranti strade della difesa dei lavoratori dagli attacchi del Capitale o approfittare di una possibile prospettiva keynesiana di espansione economica e dei diritti sociali e civili? In soldoni, Conte o Draghi? «Sembra che il Pd abbia paura di discutere», disse la liberal Claudia Mancina in un’intervista esattamente un anno fa. Non è cambiato molto, in effetti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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