Vertical limitsI grattacieli devono avere un progetto coerente, una torre non basta

Le torri Ligresti sono un abaco di sculture anonime, mai veramente parte di Milano anche se caratteristiche della sua iconografia, e possono servire da esempio per immaginare lo sviluppo architettonico e sociale della città

Claudio Furlan/Lapresse

Ci si domanda come l’urbanistica debba approcciarsi alle periferie, sempre meno tali e sempre più nuovi pezzi di città, di un  centro che si moltiplica e si espande. Andranno fatte considerazioni non solo urbanistiche, ma anche di funzione e vita sociale, sicuramente intrecciate ad altre di equilibrio estetico, per non cadere in errori del passato che hanno lasciato segni profondi.

Un osservatore che si muova nella Milano contemporanea – unica città italiana che mostra una diffusa vocazione storica a salire in altezza, piuttosto che a spalmarsi in senso orizzontale sui suoli dell’hinterland – può notare come una forma travisata di questa attitudine abbia portato le periferie a essere punteggiate da diverse presenze aliene e sicuramente inquietanti. Grandi, alti edifici che parlano un linguaggio incompatibile sia con quello dell’edilizia tradizionale, sia con una certa, sontuosa, appariscente, internazionale contemporaneità. Larghe, tozze torri, dai 12 ai 15 piani di altezza, appaiono qua e là, mimetizzate nella crescita urbana che le ha ormai raggiunte.

L’esempio, che è anche monito a che non si metta più mano alle periferie senza una visione d’insieme, sono le cosiddette torri di Ligresti. Un prodotto di serie, dislocato nel paesaggio in maniera autoritaria e selvaggia, come grandi pedine sulla scacchiera di un impero finanziario ingeneroso e privato. Tutte invariabilmente vestite di vetro e caratterizzate, in modo quasi provocatorio, da timide variazioni di carattere ornamentale che tradiscono l’inadeguatezza del linguaggio architettonico.

Le torri si configurano a grappoli di 3 o 5 stabili, spesso accomunati da un basamento comune a definire un’idea ormai evidentemente fallimentare di città-metropoli fatta di grands ensembles omogenei. Il compound riservato, dichiarato nel suo essere altro dal resto, rappresenta oggi un fossile architettonico – e, inevitabilmente, urbano – programmaticamente refrattario a cambiamenti di destinazione e d’uso. La tipologia, nella rigidità tipica dell’edilizia speculativa da sempre votata al miglior profitto, non si presta al reinserimento funzionale e pone una sfida complessa ai fragili strumenti della rivalorizzazione urbana.

Come le torri dell’acqua, i silos di grano e le fornaci delle grandi aree industriali tedesche fotografate da Bernd e Hilla Becher, anche le torri di Ligresti sono un panorama in sospeso. Un abaco di sculture anonime, mai veramente parte della città e allo stesso tempo caratteristiche dell’iconografia milanese periferica e periurbana, ormai da quattro decenni; mai veramente abitate e spesso reclamate come rifugio degli ultimi. Lo slogan degli attivisti dell’associazione Aldo dice 26×1 che, nel settembre 2018, hanno occupato la terza torre del complesso di via Stephenson recitava «Basta case senza persone!». L’eloquenza di quelle sintetiche parole pone una sfida di carattere etico e morale, oltre che progettuale, alla Milano di oggi, impegnata ad affrontare i residui di quella Milano da (non) bere, che al gusto del 2021 appare sicuramente ancora molto, troppo, amara.

Ecco, deve essere ben chiaro che Milano chiede altro. I meravigliosi pinnacoli dello skyline d’oggi, seguono un concetto, un progetto coerente. Non se ne facciano repliche avulse dal senso dell’abitare, del vivere, da un’anima che deve esistere, tra storia e necessità.

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