Lettura inquietanteL’arresto di Enrico Laghi e l’interpretazione politica delle vicende giudiziarie in Italia

Il comunicato della Procura di Potenza sul fermo dell’imprenditore dimostra quanto ancora sia preoccupante la lente usata dalla magistratura inquirente per analizzare la storia economica del Paese e delle sue classi dirigenti

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L’articolato comunicato con cui la Procura di Potenza commenta il clamoroso arresto di Enrico Laghi – una carriera professionale ai vertici e una fama equiparabile a quella di un grand commis d’Etat in tutte le principali crisi d’impresa degli ultimi anni – vorrebbe essere nelle intenzioni degli autori una rigorosa applicazione della recente legge sulla presunzione di innocenza, limitata ad una sobria esposizione dei fatti.

Nella realtà fornisce all’occhio del tecnico indicazioni e strategie che dimostrano come l’interpretazione politica di alcune vicende giudiziarie e della storia recente del Paese agli occhi di alcuni settori della magistratura non sia stata minimamente scalfita dai recenti clamorosi infortuni della fuga dei verbali della Loggia Ungheria e dell’esito fallimentare del processo Eni/Nigeria.

Il professor Enrico Laghi non è solo un prestigioso professionista ai più alti livelli, ma rappresenta per il suo costante ruolo di commissario straordinario e amministratore di imprese – Alitalia, Seat Pagine Gialle, Atlantia e altre – il punto di riferimento al contempo degli interessi del mondo imprenditoriale e delle istituzioni economiche dello Stato.

Proprio tale condizione, nella veste di commissario straordinario per la crisi di impresa dell’ex Ilva, gli è costata l’infortunio giudiziario di una misura cautelare giunta a molta distanza dai fatti, per di più a seguito delle accuse a lui mosse dal grande pentito Piero Amara e da «plurime e convergenti dichiarazioni accusatorie».

Si contesta a Laghi di aver perseguito un determinato sentiero giudiziario di “exit”, quello di un patteggiamento concordato con la Procura, che potesse consentire all’Ilva di contenere i danni quale responsabile civile, nel processo “ambiente svenduto” dei danni ambientali arrecati dall’industria alla città di Taranto negli anni passati, ricorrendo all’opera di corruzione di Piero Amara verso l’allora procuratore capo Capristo.

In cambio della sensibilizzazione di quest’ultimo verso le esigenze dell’impresa Laghi avrebbe agevolato una serie di incarichi professionali per un avvocato suggerito dal procuratore. L’accordo con la procura veniva poi respinto dal Tribunale perché considerato non congruo con la gravità dei fatti che hanno causato pesanti condanne per decenni di reclusione a diversi imputati del processo di Taranto sull’Ilva.

Confluiscono molti profili in questa ricostruzione, a partire dalla provenienza di Capristo e dall’origine dei suoi rapporti con Amara, a Trani, dove egli aveva diretto l’ufficio inquirente in anni assai oscuri, cui si è ispirato un giudice del posto – Roberto Oliveri del Castillo – in un romanzo che delineava le trame e i legami occulti, poi accertati in vere indagini concluse con pesanti condanne per corruzione di due pm del medesimo ufficio.

Tra le trame più agghiaccianti ci sono le disavventure occorse agli imprenditori Casillo, fatti oggetto di una vera e propria campagna persecutoria e a una serie di estorsioni dai due pm oggi radiati. Il tutto mentre Trani assurgeva alle cronache come l’ufficio giudiziario più impegnato sul fronte delle inchieste per frodi finanziarie contro le banche più importanti, nessuna delle quali mai approdata ad alcun esito di condanna, ma che in compenso hanno fatto felici gli avvocati locali.

Sulla consistenza delle accuse mosse oggi a Laghi si vedrà, ma ciò che colpisce nel comunicato della procura è “il contesto” entro cui gli inquirenti collocano tale vicenda, quasi fosse una propaggine o il “sequel” di un’altra celebre e sfortunata indagine: quella sull’Eni condotta dalla Procura di Milano, da cui è emersa la fangosa saga dei verbali di Amara al Csm.

Ebbene il comunicato dedica un’intera pagina ai rapporti tra Amara e l’ente di Stato, citando espressamente il suo attuale amministratore Descalzi, assolto dal Tribunale di Milano. Proprio l’esito del processo aveva alimentato le polemiche interne alla procura milanese sulla gestione di Amara che aveva cominciato a parlare della Loggia Ungheria e sulla fuga e diffusione dei verbali delle dichiarazioni del legale siciliano.

La chiave di lettura che fornisce la procura di Potenza (competente per i reati commessi da magistrati tarantini) è che Amara con una serie di falsi esposti inizialmente presentati a Siracusa con la complicità di magistrati siciliani corrotti (e poi trasferiti a Trani per competenza) avesse originato una serie di indagini tese ad avvalorare «la fantasiosa esistenza di un preteso ed in realtà inesistente progetto criminoso che risultava in modo ovviamente artificioso concepito in Barletta (affinché esso fosse di competenza della Procura di Trani) che mirava a destabilizzare i vertici Eni ed in particolare a determinare la sostituzione dell’ad Descalzi che in quel momento era invece indagato dall’Ag di Milano per gravi fatti di corruzione… (e che) si intendeva far apparire come vittima di un complotto».

È difficile comprendere perché la Procura di Potenza abbia avvertito l’esigenza di un tale inciso in un comunicato destinato alla pubblica opinione, dimenticando peraltro di precisare che dai «gravi fatti di corruzione» Descalzi è stato assolto mentre indagati si trovano a Brescia i pm che lo avevano indagato.

Di sicuro, sul punto le opinioni dei pm lucani sembrano in sintonia con quelle del procuratore capo di Milano, Francesco Greco, anche lui indagato a Brescia, che in una recente intervista a Milena Gabanelli aveva ricordato la stessa vicenda come un grande punto interrogativo sull’esito del Nigeriagate.

Non meno significativo è poi l’accenno contenuto nel medesimo comunicato agli interessi perseguiti da Laghi col patteggiamento per l’Ilva poi respinto di cui si evidenzia «il valore strategico non solo a livello processuale ma anche ai fini dello sviluppo economico e produttivo dell’azienda» quasi fosse esso una finalità criminale cui Capristo si sarebbe prestato «determinando un complessivo riposizionamento del suo ufficio rispetto alle pregresse più rigorose strategie processuali ed investigative manifestate dalla procura della repubblica diretta dal suo predecessore».

Il riferimento è l’ex procuratore Sebastio, che aveva richiesto ed ottenuto l’arresto di alcuni imputati e il sequestro degli impianti dell’Ilva col blocco degli altoforni, e poi dopo la pensione, qualche anno dopo le sue iniziative giudiziarie si era candidato con una sua lista a sindaco, senza molta fortuna invero.

In filigrana si può leggere come persista nella magistratura inquirente una certa lettura “allargata” e inquietante della storia economica del Paese e delle sue classi dirigenti, imprenditoriali e politiche.

Un’interpretazione in cui la chiave etica si confonde con quella penale, come ad esempio è successo nel più noto dei processi romanzati conclusosi di recente. Ed in effetti, a pensarci bene, anche quella cercata da Enrico Laghi con la procura di Taranto era una trattativa.